Antifascismo e Guerra di Liberazione a Parma Primo Savani 2° Parte La Resistenza Armata 9 Settembre 1943 – 25 Aprile 1945

Tratto dal Libro Primo Savani Antifascismo e Guerra di Liberazione a Parma

Edito da Guanda

Dal 9 settembre al 25 dicembre 1943

settembre 1943

Alle tre squillò il telefono: era Dante Gorreri: «La città è accerchiata, i tedeschi hanno concesso al nostro co­mando di presidio 10 minuti di tempo per capitolare. Tele­fona a Foà, Micheli e Bernini che si mettano in salvo. Tu sai dove andare». Micheli era a Roma. Foà si mise in salvo; Bernini ri­spose che la moglie era molto malata e non poteva lasciare l’abitazione. Appena fuori di casa si sentì la prima detona­zione. I dieci minuti erano trascorsi.

Giorno fatale per l’Italia e gli italiani il 9 settembre 1943. Armi tedesche sparavano ancora contro gli italiani come al Piave. Alle ore 16 di quel giorno la nave ammiraglia della Marina militare italiana, diretta a Malta, al largo della Corsica, veniva affondata da aerei tedeschi. Con la nave perivano l’ammiraglio Carlo Bergamini con 1352 uomini. Nel pomeriggio dello stesso giorno a Cefalonia la divi­sione Acqui era in linea contro i tedeschi. Dopo 13 giorni di resistenza disperata 9000 soldati italiani venivano falci­diati dai tedeschi, compresi gli ufficiali e il comandante ge­nerale Antonio Gandin.

Ovunque è tragedia. I nazisti sono assetati di vendetta. Molti sono gli italiani che devono fare un rapido esame di coscienza. Il 9 settembre è come uno spartiacque. Dal 9 settembre e sino alla liberazione, anche coloro che furono fascisti o per errore o per ingenuità o per ragioni di lavo­ro, tutti gli italiani di qualsiasi ideologia o senza partito, dovranno prendere posizione contro i tedeschi, contro l’in­vasore. Gli italiani che si metteranno al servizio dei tede­schi saranno considerati traditori. Cosa era accaduto poco prima delle tre e cosa accadde dopo: il comandante del Presidio militare di Parma gen. le Mora Marco (o Moramarco), aveva ricevuto nel Palazzo del governatore in piazza Garibaldi un ufficiale tedesco:

« Ho saputo che l’Italia si è arresa. Chiedo a lei che il co­mando del Presidio militare di questa città ordini la resa delle truppe che sono nella sua giurisdizione. Preciso che Parma è circondata da due divisioni; se lei non si arrende­rà darò ordine di bombardare la città ». Alle riserve del gen. le Moramarco l’ufficiale tedesco si spazientiva: «Il mio è un ordine, non c’è tempo da perdere. Le do dieci mi­nuti per decidere la resa. Mi ritiro dal suo ufficio perché lei possa prendere una decisione». Il gen. le Moramarco, fatto un rapido bilancio delle for­ze disponibili, dopo avere consultato i suoi ufficiali, deci­deva di accettare la resa e dava ordine all’aiutante maggio­re di portarsi presso i vari comandi dipendenti ad informarli della situazione. L’aiutante maggiore partiva in automobile e, prima di essere fatto prigioniero dai tedeschi nei pressi del Ponte di Mezzo riusciva ad avvertire il battaglione di fanteria ed il 35° carristi, che pertanto si arrendevano.

Nel frattempo, il comando del Presidio, in seguito alle comunicazioni finalmente ricevute da Piacenza decideva di revocare l’ordine di resa e di impartire quello di resistere ad ogni costo ai tedeschi. Dopo pochi minuti il Palazzo del governatore era ber­sagliato da un cannoncino situato nei pressi della Banca Commerciale e da molte mitragliatrici. Dal Presidio si ri­spondeva con qualche colpo di fucile e di rivoltella. Una sventagliata di mitragliatrice abbatteva il sergente Tragni di Collecchio, che stava issando la bandiera tricolore sul balcone. Un colpo di cannone centrava l’orologio della piaz­za, più tardi il Presidio si arrendeva, imitato di lì a poco dalle forze della Cittadella.

Resisteva invece, la Scuola di applicazione, che, al co­mando del Col. Gaetano Ricci e del vice comandante ten. Col. Bruschi, respingeva l’ordine di resa e contrastava i te­deschi nonostante potesse disporre solo delle armi a dispo­sizione per l’addestramento degli allievi. Per quattro ore infuriò la battaglia. All’azione dei tedeschi faceva riscontro uguale determinazione dei soldati italiani. Verso le 4,45 i tedeschi, per stroncare l’accanita resi­stenza facevano intervenire alcuni mezzi corazzati, i quali, forzati i cancelli d’ingresso al giardino, si portavano a meno di cento metri di distanza dall’edificio principale e aprivano il fuoco con i cannoni, infilando le finestre del primo piano e del piano terreno. Successivamente giunse dal comando del Presidio già occupato l’ordine di cessare il fuoco. Le perdite italiane furono di cinque morti e di una decina di feriti. I superstiti furono catturati, compreso il comandan­te, e trasferiti successivamente in Germania in campo di concentramento.

Mentre alla Scuola d’applicazione si combattevano le ultime fasi di una disperata resistenza, avveniva in altra parte della città un altro sanguinoso episodio, protagonista una colonna di carri armati del 33° reggimento, provenien­te da Fidenza. Secondo gli ordini ricevuti, avrebbe dovuto giungere in città ed attestarsi sul Ponte Caprazucca. La co­mandava il maggiore Venceslao Rossi. La colonna aveva lasciato Fidenza poco prima delle 5. Era composta da otto carri M. 15 e da dodici semoventi con cannoni da 20 mm. Gli uomini erano circa 100. Verso le 6 la colonna giungeva a barriera d’Azeglio e, per viale dei Mille, si dirigeva verso la barriera Bixio. Qui all’improv­viso si fermava: sul ponte Italia era stato piazzato un cannone tedesco che senza alcun preavviso, centrava, con una bordata, uno dei carri. Perdevano subito la vita il sergente maggiore Franco Iovino, il pilota ed il macchinista. A que­sto proditorio attacco si univa il fuoco concentrico delle altre batterie sistemate nei punti strategici. I carristi però organizzavano immediata reazione e la battaglia si sviluppa­va drammatica e sanguinosa. Alle 8,15, ridotti al silenzio gli eroici carristi, i tedeschi iniziavano il rastrellamento ed internavano in Cittadella i prigionieri. In quella azione ca­devano sette uomini e rimaneva ferito il tenente Cornini.

Altri colpi di cannone venivano sparati contro il Palazzo  delle poste, che riportava danni piuttosto rilevanti. Poco prima delle 9 la città era sotto il giogo tedesco. Della buon’anima del generale Mora Marco non si ebbe più notizia. Scomparve, con la sua sterile altezzosità e col suo ottimismo incosciente: «Provvederemo noi a difendere la città, voi potete andare a dormire ».

Nei dintorni della città di Parma erano attestate una divisione della Wehrmacht in piena efficienza ed una di­visione di SS Adolf Hitler, corazzata, con carri armati e cannoni semoventi. Gli uomini in totale erano circa venti­mila. Gli effettivi italiani, per contro, non superavano le quattromila unità, molte delle quali adibite a servizi seden­tari. Le forze su cui poteva contare Parma per una even­tuale difesa, erano non molti carri armati del 33° reggimen­to carristi che aveva sede in Pilotta, il deposito del 17° fan­teria di Castelletto, il 34° battaglione di fanteria che risie­deva nella caserma di Borgo Pipa e circa seicento uomini addetti al deposito del reggimento Guide della Cittadella. Questi uomini disponevano di poche centinaia di moschetti con due caricatori per ognuno. Le scarse armi automatiche, specialmente le mitragliatrici erano conosciute solo da pochi soldati rimpatriati dall’Albania. Inoltre c’era da conside­rare che quella notte fra 1’8 ed il 9 settembre, trecentoset­tanta allievi della Scuola di applicazione di fanteria erano fuori caserma, in quanto dormivano sempre presso case pri­vate. Non era certo la modesta guarnigione di Parma che po­teva fermare la poderosa macchina tedesca, neppure se coadiuvata da un massiccio intervento popolare.

La reazione tedesca sarebbe stata terribile ed avrebbe seminato lutti e rovine. Sennonché le rovine e i lutti si sono poi verificati ugualmente nel corso degli eventi. Un popolo che difende il proprio paese è capace di miracoli. Una scin­tilla avrebbe potuto provocare un incendio. Se tutte le città italiane fossero insorte, il corso degli avvenimenti poteva essere diverso. Occorreva in primo luogo avere fiducia nel popolo, e distribuire a chi era disposto a resistere, le armi, che c’era­no e furono poi sequestrate dai tedeschi ed usate contro di noi. Il tarlo del fascismo e della faziosità aveva corroso non solo l’apparato militare al vertice ed alla base, ma aveva prodotto profonde lacerazioni ovunque. Le responsabilità risalivano in alto.

Coloro che tentarono di reagire furono le prime vitti­me dello sfacelo. Si è già detto del comportamento valoroso dei colonnelli Ricci e Bruschi della Scuola d’applicazione. Ma perché consentire, la sera dell’8 settembre, quando nell’aria c’era odore di tempesta, che i 370 allievi ufficiali si recassero tranquillamente a dormire inermi nelle loro abi­tazioni in città? In tutte le situazioni d’emergenza, in ogni tempo e luogo, i giovani delle scuole militari, hanno giocato un ruolo importante. Il nuovo regime nazi-fascista impiegò poco più di 10 giorni per riorganizzare gli uffici amministrativi e le forze di polizia, con gli italiani disposti a collaborare con l’in­vasore. Non importa se per consenso o servilismo o per quieto vivere o per doppio gioco.

Con decreto legislativo del Duce dell’11 novembre 1943 venivano costituiti i tribunali provinciali straordinari e un tribunale speciale straordinario. Compito dei tribunali provinciali: giudicare i fascisti « che hanno tradito il giuramento di fedeltà all’Idea; coloro che dopo il “colpo di stato” del 25 luglio 1943 – XXI ­ hanno comunque, con parole o con scritti o altrimenti, deni­grato il fascismo e le sue istituzioni; infine coloro che han­no compiuto comunque violenze contro la persona e le cose dei fascisti o appartenenti alle organizzazioni del fascismo o contro le cose o i simboli di pertinenza dello stes­so ». I tribunali provinciali erano composti di tre membri e di un pubblico accusatore.

Il Tribunale straordinario speciale, composto di nove membri, aveva il compito di giudicare i fascisti che nella seduta del gran consiglio del giorno 24 luglio 1943 « tradi­rono l’Idea rivoluzionaria alla quale si erano votati fino al sacrificio del sangue e con il voto del gran consiglio offer­sero al re il pretesto per effettuare il colpo di Stato ». Per il reato di tradimento era prevista la pena di mor­te, e per gli altri reati la pena della reclusione da cinque a trenta anni. Per prima cosa si dovevano arrestare quei cittadini che nel periodo badogliano avevano apertamente manifestato la loro opposizione al fascismo. Fra questi, alcuni ebrei, ex fascisti considerati traditori, esponenti della massoneria, e ovviamente i componenti del comitato d’azione antifascista. In appendice si riporta il primo mandato di cattura emesso dalla polizia repubblicana.

Comitato di liberazione e Comitato militare

Il 9 settembre 1943 il Comitato d’azione antifascista di Roma si trasformò in – Comitato di liberazione nazionale – C.L.N. – con l’adesione di tutti i partiti e movimenti politici antifascisti. Il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia ­ C.L.N.A.I. – sarà poi delegato a rappresentare il Governo nazionale nei territori occupati e ad esercitare tutte le fun­zioni di governo. Il C.L.N.A.I. provvide inoltre ed anzi prin­cipalmente ad organizzare il Corpo volontari della libertà e la lotta armata per la liberazione del Paese dai tedeschi e dai fascisti, in collaborazione con gli eserciti alleati.

Nella nostra provincia il C.L.N. si costituì il 16 ottobre 1943 nello studio del dott. Micheli. Fecero parte del primo C.L.N. Dante Gorreri per i co­munisti, Ciro Canattieri per i socialisti,Umberto Pagani per i repubblicani, Bruno Bianchi per il Partito d’azione, Arturo Scotti per i liberali, Renzo Ildebrando Bocchi per i democristiani. A Gorreri succedettero poi Longhi, Ferrari, Costa, Cel­la, Ilariuzzi, Macchia e Campanini. A Ciro Canattieri, Mazzaro. A Pagani, Martini. A Bianchi il fratello avv. Vincenzo Bianchi. A Scotti, Dedali, Franco e Avanzini. A Renzo Bocchi, Mario Bocchi, l’avv. Calzolari e il geom. Rampini.

Per prima cosa il C.L.N. costituì un Comitato militare formato da Giovanni Vignali (dellaD.C.), Franco Saccani (P.c.) e Giuseppe Guatelli (P.d.A.). Nella primavera del 1944 Angelo Baiocchi sostituì Franco Saccani. Il problema più affannoso era quello di reperire armi e trasportarle in montagna. Tornava di impellente e immediata attualità il grido di Garibaldi quando venne a Parma il 30 marzo 1862 e dalle insistenti acclamazioni popolari fu costretto ad affacciarsi alla finestra di Casa Thovazzi in via Garibaldi: «armi, armi, armi».  Annota in proposito Fernando Cipriani in Guerra Par­tigiana:   

«Progetti, convegni segreti, adunanze cospirative si molti­plicarono, senza tuttavia dar luogo, il più delle volte che a ri­sultati molto sterili. Era necessario, d’altra parte, che gli uomini si conoscessero e si selezionassero, e che i primi prodi, che avevano già rotto gli indugi e iniziato, disperatamente, la lotta, rifulgessero di quell’alone leggendario che operò più tardi come un potente irresistibile stimolante ai timidi ed ai ritardatari».

La circolare del Comando supremo

(In data 10 dicembre 1943 il Comando supremo aveva ema­nato la seguente ordinanza n. 333 C.P.): « In Italia terreno e popolazione poco si prestano alla guer­riglia. Tuttavia in obbedienza all’impegno del Governo di con­durre a fondo la guerra al tedesco, è nostro dovere di sviluppare con ogni energia tale forme di guerra in tutto il territorio occu­pato.

I partiti antifascisti hanno avuto buone iniziative in tale cam­po; l’attività dei singoli partiti è però spesso indirizzata più al conseguimento dei propri scopi politici interni, che alla guerra esterna; d’altra parte l’autonomia che ogni partito intende con­servare alle proprie forze impedisce una loro organizzazione unitaria né l’attività dei comitati può giungere a portare la guer­riglia su di un efficace piano militare. Soltanto con una organizzazione veramente militare delle bande, agli ordini del Comando supremo, sarà possibile:

– Dare impulso organico ed unitario alla guerra al tedesco,  coordinare le azioni condotte in territorio occupato con quel­le partenti dal territorio libero; – Valorizzare nel nome del Comando supremo e quindi in no­me italiano, senza sminuire con colore di parte, quanto fat­to nel campo della guerriglia, in modo che costituisca me­rito italiano nei riguardi dei paesi cobelligeranti. Le bande agli ordini dei comandanti sono considerate ali­quote delle forze armate italiane rimaste isolate in territorio occupato. Per difficoltà di equipaggiamento non tutti possono conser­vare l’uniforme regolare; per il personale in abito civile è stato adottato un distintivo costituito da doppio nastro tricolore al bavero della giubba. Tale distintivo è stato depositato dal Regio Governo a Ginevra».

L’insegnamento di Giuseppe Mazzini

Non può certo dirsi che l’ordinanza del c.d. Comando su­premo del dicembre 1943 abbia avuto, almeno nella nostra provincia, rilevanti conseguenze pratiche. Nell’ambiente antifascista e partigiano, il re, dopo la fuga di Pescara, aveva finito per ridicolizzare del tutto l’istituto mo­narchico, e quanto proveniva dal Comando supremo in nome del re non poteva far presa sulla mentalità della maggioranza degli antifascisti. Comunque il re era pur sempre, quanto meno formalmente e dal punto di vista costituzionale, il capo dello Stato, e tra i partigiani vi erano anche dei monarchici.

Per noi partigiani valeva un altro comandamento, di ben altro valore morale e politico: l’insegnamento di Giuseppe Mazzini, che si collocava nel solco e nella continuità della nostra storia. Non è che molti partigiani conoscessero le opere di Mazzini. Per molti di essi la guerriglia partigiana era conosciuta solo per le esperienze sovietiche e jugoslava. Il patriota Carlo Angelo Bianco di Saint-Jolioz che aveva partecipato ai moti del 1821, pubblicò in esilio, nel 1830, il trattato: Della guerra nazionale d’insurrezione per bande. Giuseppe Mazzini nel dare l’annunzio di questa pubblicazione scris­se una vera e propria monografia col titolo: Della guerra d’in­surrezione conveniente all’Italia.

L’opera di Mazzini fu pubblicata a Marsiglia in quegli an­ni, ed in Italia nel 1849 durante la Repubblica Romana. L’opera è inserita al volume terzo (Politica, VoI. secondo) dell’edizione nazionale delle opere di Mazzini, stampate ad Imola nel 1907. «In due modi si combatte il nemico: o adottando ordini conformi a quei che per lui s’adoprano – o adottandone di­versi … Per noi è d’uopo ricorrere ad un altro metodo di guer­ra. È d’uopo trarlo per così dire dalle viscere della nazione, dalle condizioni del popolo, dagli elementi topografici della con­trada, dai mezzi che le circostanze ci somministrano … È d’uopo sia metodo che dia sfogo alle prepotenti facoltà individuali, fa­cendole convergere ad un unico fine – che condanni all’inuti­lità . una parte delle forze nemiche, costringa l’altra ad ordini nuovi – che tragga il nemico sovra un terreno insolito … Che sopravviva ad una, a più disfatte, ad uno, a più tradimenti ­che non richieda abitudini lunghe di milizia ed esperienza di molte battaglie – che legittimi fin la fuga e non la converta in terrore o in disperazione, ma in arte – che non trascini seco la necessità d’un vasto e regolare materiale di guerra – che si aiuti di tutto, con tutto – e per tutti, s’alimenti da sé, cada, risorga, e si perpetui sino al giorno in che cessino l’armi ».

È  il metodo usato dagli americani contro l’Inghilterra, dagli ­spagnoli contro Napoleone. « I monti della Liguria, il pontremolese e la Lunigiana han­no testimoniato una guerra tra gli abitanti e la prepotenza ro­mana, che basterebbero a convincere gli animi della possibilità di siffatta guerra. A queste condizioni adempie appunto la guerra per bande: guerra che schiudendo una via d’opre e di fama a qualunque si senta potente a fare, costituendo in certo modo ogni uomo creatore e re della propria schiera, suscitando in mille guise l’emulazione fra paese e paese, distretto e distretto, cittadino e cittadino, pone un campo alle facoltà individuali, e sveglia altamente l’indole nazionale… L’odio e la vendetta, turpi in sé, si convertono in santissimi affetti, quando la vittima è il depredatore straniero, e l’altare quello della libertà e della pa­tria… Una guerra che invece di esigere educazione, scienza, materiali di campo e sommessione di schiavo, non richiede che ardire, vigoria di braccio e di membra, conoscenza dei luoghi, astuzia e prontezza…

… Ci corre debito preparare per ogni via la risurrezione e l’emancipazione del popolo, unico principio fondamentale che riconosciamo ai liberi stati. Se anche gli eserciti regolari ci ba­stassero a vincere, noi dovremmo pur sempre promuovere con la parola e con i fatti la guerra sacra, la guerra del popolo. Dovremmo ricordarci pur sempre che al popolo è consacrata la nostra bandiera, e che noi tentiamo rivoluzione di popolo, non di frazioni e d’aristocrazie militari e civili … Ogni campana di villaggio che suoni a stormo – ogni fuoco scintillante nella notte sull’Appennino vi rivelerà fratelli… Le Termopili sono  dovunque si combatte per la libertà e l’indipendenza del Paese ».

L’opera del Mazzini venne poi ripubblicata a Genova nel 1853, e fu allora che Mazzini fece seguire: L’istruzione per le bande nazionali. Sono 41 articoli che prevedono in concreto tutte le possibilità e le esigenze della guerriglia. Se queste istruzioni vengono calate nella nostra realtà del settembre 1943, sembrano scritte per noi. Al posto del Comitato di liberazione nazionale vi è il Partito d’azione, al posto del Comando unico provinciale, il Centro d’azione, al posto del commissario politico, il commissario civile. Sono previsti anche nei particolari, e nei dettagli, gli espedienti messi poi in opera dalle nostre bande.

Sarà sufficiente riportare alcuni di quegli articoli:

« 8) Le bande hanno il diritto di vivere e il dovere di pro­cacciare mezzi perché. s’accrescano le forze dell’insurrezione. Sorgenti di vita per le bande sono: il bottino fatto al nemico – le tasse governative imposte ai facoltosi avversi alla causa nazionale – le requisizioni. Il bottino appartiene collettivamente alla banda. Per le contribuzioni forzate il capo della banda eseguirà le istruzioni che gli verranno dal Centro d’azione. Le requisizioni di viveri devono essere quanto più rare è possi­bile: se la banda ha mezzi, paga: se ne manca, rilascia un documento firmato dal comandante della banda che requisisce. La nazione potrà tenere conto, vinta la guerra, di quei documen­ti. Quella parte di mezzi finanziari, della quale il capitano può disporre senza nuocere ai bisogni della banda, è da lui spedita al Centro d’azione. È serbato apposito registro dal capitano di quanto riguarda tutte le transazioni finanziarie. Questo registro  è confermato dal commissario civile che il Centro d’azione col­locherà possibilmente in ciascuna banda, incaricato d’invigilare sull’esecuzione delle norme indicate.

16) Le operazioni colle quali si raggiunge lo scopo sono: assalire il nemico, il più frequentemente possibile, sui fianchi e alle spalle; sorprendere i piccoli distaccamenti, le scorte, le vedette, gli avamposti; rapirgli i convogli di viveri munizioni e denaro; interrompergli le comunicazioni, agguantandone i cor­rieri, tagliando i ponti, rompendo strade, guastando guadi e comunicazioni; contendergli i sonni e la quiete delle refezioni; impossessarsi dei generali o altri ufficiali importanti; e simili.

17) La guerra di bande è guerra d’audacia sagace, di gambe e di spionaggio. Calcolare con freddezza: eseguire arditamente; marciare instancabilmente; ritirarsi con rapidità, saper tutto del nemico ».

Il primo ordine di cattura a Parma dopo l’occupazione tedesca

LEGIONE TERRITORIALE DEI CARABINIERI REALI DI GENOVA

COMPAGNIA DI PARMA Segreto N. 81/8 di prot. Div. Sego

Parma, 22 settembre 1943

Alla Regia Questura di Parma

Al Comando della Compagnia dei RR.CC. di Fidenza

Al Comando della Compagnia dei RR.CC. Piacenza Int.

Al Comando della Compagnia dei RR.CC. Piacenza Est.

Al Comando della Compagnia dei RR.CC. R. Emilia Int.

Al Comando della Compagnia dei RR.CC. R. Emilia Est.

Al Comando della Compagnia dei RR.CC. La Spezia Int.

Ai Comandi Dipendenti

e per conoscenza al Comando del Gruppo dei CC.RR. Parma

Prego ricerche arresto sottoscritti individui.

In caso di rintraccio saranno fatti tradurre presso questo Ca­poluogo.

1) Vigevani Rolando fu Tullio reso a Parma, Borgo Giorda­ni, 8, avvocato;

2) Del Prato Giuseppe fu Alberto residente a Parma, via Pisacane, 8, avvocato;

3) Laureri Silvio fu Silvio residente a Parma, via Emilia Est, 27, dottore in legge;

4) Foà Aristide di Ugo residente a Parma, via Granatieri di Sardegna, 14, avvocato;

5) Savani Primo di Luigi residente a Parma, viale Magenta, 4, avvocato;

6) Tedeschi Aldo fu Arturo residente a Parma, via Vittorio Emanuele, 50, pensionato;

7) Valla Giovanni fu Ettore residente a Parma, via Emilia Est, 2, veterinario;

8) Carmi Alberto fu Giovanni residente a Parma, Borgo S.Biagio, 1, medico chirurgo;

9) Venturini Paolo fu Pietro residente in Parma, strada Farini, 15, avvocato;

lO) Paralupi Bartolomeo fu Giuseppe residente a Parma, via  Farini, 50, dottore in legge;

11) Carmi Giorgio fu Giovanni residente a Parma, via Farini,  43, dottore in legge.

IL CAPITANO COMANDANTE

            F.to Riccardo Bazan

Dal primo scontro armato (Osacca 25 dicembre 1943)

alla liberazione delle vallate del Ceno e del Taro (10-15 giugno 1944)

Fuori della pace sociale

In certe località dell’Italia settentrionale dove nuclei ar­mati del vecchio esercito, al comando di un ufficiale o sottuffi­ciale, anziché dileguarsi come neve al sole, si mostrarono pronti a combattere contro i tedeschi, la guerra partigiana cominciò subito dopo 1’8 settembre 1943. Al nucleo militare, per fatale attrazione, si univano elementi politici del luogo oppure trovantasi casualmente in zona, ex-combattenti ed antifascisti delle zone limitrofe.

Ciò non si verificò nella nostra provincia. Nelle nostre zone subito dopo 1’8 settembre esplosero atti individuali, ammonitori dello stato d’animo popolare, ma difetta­vano le armi e l’organizzazione. La rivoltella calibro 7,65 di cui qualcuno era in possesso non era sufficiente ad intimidire neppure i cani lupo che seguivano i reparti tedeschi. Quanto meno per coloro che la notte dell’8 settembre e nei giorni successivi furono costretti a lasciare le loro abitazioni ed a rifugiarsi sui monti, sarebbe stato certamente preferibile entrare subito a far parte di una banda armata, anziché dover vivere in clausura, latitanti, isolati e braccati, giorno e notte, alla mercé dei tedeschi, dei fascisti e delle forze di polizia che dopo 1’8 settembre avevano accettato di collaborare con i te­deschi.

Ai tempi di Dante i banditi dalla loro città potevano, in caso di necessità, trovare rifugio in città vicine. Coloro che abita­vano ai confini dello stato potevano sempre, in caso di necessità, trovare asilo in altri Paesi. Noi, fra l’altro non intendevamo né espatriare né lasciare la nostra città e le nostre montagne. Era nelle nostre zone che si doveva organizzare la guerra partigiana, anche se ciò significava affrontare i più gravi peri­coli. Era una forza superiore che ci sospingeva a sacrificare anche la pace familiare. Giaime Pintor che aveva 24 anni e non aveva preoccupa­zioni di partito, ha espresso con candore e sincerità questo stato d’animo:

«Oggi sono riaperte agli italiani tutte le possibilità del Ri­sorgimento: nessun gesto è inutile, purché non sia fine a se stesso. Quanto a me, ti assicuro che l’idea di andare a fare il partigiano in questa stagione mi diverte pochissimo, non ho mai apprezzato come ora i pregi della vita civile e ho coscienza di essere un ottimo traduttore e un buon diplomatico, ma se­condo ogni probabilità un mediocre partigiano. Tuttavia è l’unica possibilità aperta e l’accolgo ». Per i tedeschi di Rider, come per gli antichi teutoni, l’esse­re fuori della «pace sociale» significava qualcosa di ancor più grave della morte civile. Era già la morte fisica in fieri, oltre alla confisca dei beni ed all’incendio della casa.

Bannitus potest occidi impune. Fuori dal diritto umano e divino.

Nel settembre la stagione era ancora buona. Le strade dei monti erano battute in quei giorni dai nostri soldati sbandati di ogni ordine e grado che si erano liberati dalle armi ed ave­vano ceduto la divisa in tutto o in parte a qualche contadino in cambio di un vestito qualsiasi. Taciturni e diffidenti chiede­vano solo l’orientamento per il viaggio verso casa. Magari per .., Catanzaro. Vi erano ex prigionieri alleati, che parlavano lingue sconosciute, ancor più diffidenti. Ciascuno di noi per istinto di difesa aveva assunto un nome diverso, il cosiddetto nome di battaglia.

All’alba si vedeva il sorgere del sole dalla cima dei monti, uno spettacolo che prima d’allora si era visto raramente. Sulla strada della Cisa era un continuo transito di automezzi tedeschi. Si dormiva all’aperto fasciati in una coperta quando c’era. Qualcuno di noi aveva partecipato alla ritirata di Caporetto ed aveva già fatto queste esperienze. Nell’autunno 1917 pioveva quasi sempre, durante quei maledetti quaranta giorni, e si do­veva dormire accoccolati in circolo con altri soldati, che non si erano mai visti, per non morire assiderati.

Allora c’erano gli austriaci alle calcagna. Ora c’erano i tedeschi. Ed anche degli italiani al loro servizio. Quando si viaggiava di notte si sentivano le strane voci delle piante di cerro, diverse da quelle dei faggeti; ogni pianta aveva il suo stormire, interrotto dallo stridere improvviso di un uccello notturno. Quando ci si svegliava si scopriva che a pochi passi da noi un altro, altri compagni di ventura, avevano come noi dormito nella convinzione di essere, non visti, nascosti agli sguardi in­discreti. La sera era il momento della malinconia. Si seguiva il tra­monto con la nostalgia di chi sa di non poter tornare alla propria casa chissà per quanto tempo.

Poi sopraggiunse l’inverno.

Il primo inverno fu particolarmente duro. Cristo aveva detto agli Apostoli: «Dopo la mia morte sarete ricercati e persegui­tati. Pregate che ciò non avvenga in inverno! Perché quelli saranno giorni di desolazione». C’erano ancora le stazioni dei carabinieri che perlustra­vano le zone con i militi fascisti. E c’erano le spie. Il monumento a quei contadini che arrischiarono la vita per darci ospitalità anche temporanea, non è ancora stato innalza­to. Non era prudente rimanere a lungo presso una famiglia e non era allettante rimanere a lungo chiusi in una stanza, senza potere uscire mai neanche di notte, con tutte le cautele per non essere scoperti; in una casa con dei ragazzi, frequentata da estranei; dover parlare sempre sottovoce, fare l’oscuramento più ermetico; camminare con prudenza per evitare lo scricchiolio del pavimento.

Se poi accadeva di trovarsi in un solaio con dei tarli nelle travi nelle assi, era un tormento. Di notte il rodio di questi pic­coli esseri, così innumerevoli e imperturbabili, diventa osses­sionante. Si dormiva nelle stalle, sulla paglia o sul fieno e quivi c’era tepore per l’alito delle mucche, o nei fienili, senza finestre, rav­voltolati nello strame. Oppure sulle cassapanche, nelle cucine dei contadini, fin troppo calde, con sopra una coperta che ave­va l’odore acre dell’orina stantia dei bambini, ed era dissemi­nata di pulci. A volte ci si imbatteva in una famiglia che aveva un figlio sbandato o partigiano, od una famiglia di conoscenti, ed allora si dormiva in un letto. Pareva un sogno potersi spogliare ed al mattino lavarsi la faccia in un catino di acqua calda.

Osacca

Oltre Brugnola in Val Noveglia a ridosso del monte Ferrarino vi è la località di Osacca comprendente vari grup­pi di povere case di montagna: Cà vecchie, Costa e Pesche. Era una strada d’obbligo per i partigiani che da Borgo­taro per il Santadonna si spostavano verso Bardi e vice­versa, relativamente lontana dalle normali vie di comuni­cazione ed in posizione strategicamente propizia in ispecie per i primi gruppi di sbandati e di partigiani. Da Osacca era possibile accedere anche, attraverso la Tagliata, alla zona di Valmozzola, alle falde del Barigazzo.

Verso la metà del mese di dicembre del 1943 una ven­tina di uomini, prevalentemente sui vent’anni, si erano ac­casermati in una vecchia casa nella parte alta di Osacca. In parte erano elementi locali o di Casalmaggiore, altri era­no ex-militari sbandati dall’8 settembre. Vi erano anche dei sardi. Il gruppo di partigiani non aveva ancora un nome. Le funzioni di comandante erano esercitate da un certo Ber­toli Alceste che si era autonominato « commissario ».

Questo Bertoli aveva conosciuto le patrie galere duran­te il periodo delle condanne del tribunale speciale per la difesa dello stato. Liberato il 25 luglio aveva trovato lavoro come meccanico a Parma presso le officine Barbieri di porta Nino Bixio. Verso la fine di settembre Dante Gorreri lo aveva incaricato di recarsi nel bardigiano per riunire gli ex-militari erranti su quei monti e quanto meno per racco­gliere delle armi. Incarico analogo ebbe il maestro Franco Saccani, del comitato militare provinciale. I 20 uomini di Osacca solo in parte erano armati di mo­schetto, di rivoltella e di bombe a mano.

Gruppi più o meno numerosi di giovani di diverse pro­venienze e condizioni erano ovunque. È difficile stabilire quale fu il primo gruppo di partigiani che si formò sui no­stri monti. Uno dei più numerosi fu quello del lago Santo, circa 30 uomini, ad opera di Lanfranco Fava. Non dispo­neva di armi e nel novembre dovette sciogliersi. Nel bardigiano ebbero luogo diverse riunioni. Al conve­gno della « Chiesa Bianca» il 23 novembre partecipò l’ing. Giacomo Ferrari. Ad altra riunione parteciparono Don Giuseppe Cavalli e Renzo Bocchi.

Il problema assillante era sempre quello delle armi. Poi si venne a sapere che a Parma agenti provocatori, al soldo dei tedeschi … arruolavano partigiani, per tradire quelli in buona fede e per immettere spie nelle formazioni che si stavano costituendo. Una di queste spie aveva riferito che ad Osacca vi erano dei partigiani. Non parve vero ai capi delle ricostituite forze militari fasciste di organizzare una spedizione puni­tiva in grande stile per dimostrare ai tedeschi la loro effi­cienza militare e per dare una lezione esemplare a questi partigiani di cui si cominciava a sentir parlare.

Fu scelto di proposito il giorno di Natale, il giorno nel quale gli uomini pensano a tutto fuori che alla guerra. Nella notte i militi fascisti partirono da Parma e rag­giunsero Bardi, requisirono due corriere e si avviarono per Val Noveglia. Poi si inerpicarono verso Osacca e raggiunte le prime case sostarono nella scuola e si disposero in ordine di avanzata per quello che doveva essere l’attacco frontale di sorpresa. Quanti fossero con precisione non si è mai saputo. Da cinquanta a cento. Erano armati di mitragliatrici e dispo­nevano in abbondanza di munizioni. Fu una donna, una contadina, che verso le 8 risalì il monte fra un casolare e l’altro, e bussò alla porta dove erano i partigiani. In un baleno furono pronti. Si poneva l’alternativa: se superare il monte e rifugiarsi verso il borgotarese, o affrontare il combattimento. Venne presa questa decisione, anche se le munizioni erano scarse.

Dapprima un sardo scese verso la scuola per control­lare se quanto aveva riferito la donna rispondeva a verità. Poi i partigiani si posero in posizione di combattimento oc­cupando alcuni punti ritenuti dominanti e favorevoli. Bertoli aveva raccomandato di non sparare subito, di lasciare avvicinare i militi, di attendere un suo colpo di rivoltella prima di iniziare il fuoco, che in un primo tempo doveva essere generale per dare l’impressione che i parti­giani erano molti ed avevano molte armi.

Scrive Bertoli in una sua relazione:

« Dopo pochi minuti quando ritenni che fosse giunto il mo­mento buono, diedi il segnale e cominciò la sparatoria. I fascisti rimasero sorpresi in quanto molto probabilmente credevano di farci una improvvisata, un regalo di Natale. Risposero al fuoco, nascondendosi dietro ripari migliori. La sparatoria durò circa mezz’ora. Dopo il primo momento cercammo di non sciupare le munizioni, sparando soltanto a colpo sicuro, mentre i fasci­sti sparavano all’impazzata. Poi, lentamente, come dietro un ordine, vedemmo i fascisti ritirarsi verso la scuola e riunirsi ancora nel cortile. Noi li seguimmo piano piano senza esporci, ma tanto da potere controllare i loro movimenti. Dominavamo la situazione ma non ci fidammo ad inseguirli ulteriormente per­ché ormai eravamo quasi senza munizioni. Li tenemmo sotto sorveglianza per circa un’ora e mezzo finché li vedemmo mon­tare in corriera e ripartire ».

I partigiani non subirono perdite, i militi ebbero diver­si feriti e abbandonarono una cassa di munizioni e una mi­tragliatrice. Mentre i partigiani erano in azione, dalle case di Osacca i contadini sparavano. contro i fascisti. Prima di ripartire da Bardi i militi dicevano: «Ci siamo salvati per miracolo, ci avevano circondato ».

La prova del fuoco

A questo punto qualcuno si chiederà: ebbene è tutto qui il combattimento di Osacca? Valeva la pena che la prima amministrazione elettiva del Comune di Parma inti­tolasse la maggior strada, che dall’Ospedale porta a Piazzale Pablo, Viale Osacca? Per noi la battaglia di Osacca aveva un significato di estrema importanza. Giuseppe Mazzini nell’opera citata aveva scritto: « Giovani italiani! Se vi è cara la Patria fate senno di que­ste parole che noi, senz’altro vi mandiamo, siccome a fratelli, coi quali divideremo pericoli e gioie – la prima banda che nell’ora della chiamata sorgerà nell’audacia di un fatto propizio, avrà salva l’Italia ».

Fino al Natale del ’43, nella nostra provincia vi era stato qualche scambio di colpi di arma da fuoco tra singoli anti­fascisti o esigui gruppi, contro tedeschi o militi, ma non vi era ancora stato un vero e proprio scontro spinto alle estreme conseguenze. In particolare il 9 settembre 1943 in piazza del Duomo alcuni popolani avevano attaccato una pattuglia tedesca in transito e si ebbe il primo ferito partigiano. Il 15 dicembre, a Sambuceto alle pendici del monte Pelpi, elementi della prima banda del Penna, al comando di Cosimo Caramatti (poi caduto nell’aprile) si erano scontra­ti, mentre trasportavano armi, con una pattuglia di carabi­nieri e li avevano posti in fuga.

Osacca era più che il battesimo del fuoco, la prima grande prova. L’incubo della invincibilità e della invulne­rabilità dell’apparato militare nazifascista era rotto con conseguenze psicologiche di estrema importanza. Osacca aveva dimostrato che la strategia e la tattica mi­litare, almeno per quanto riguardava quel tipo di guerra, non era monopolio degli ufficiali che avevano studiato la scienza militare. Un meccanico, animato da fede e decisione (che sono cose diverse dal coraggio, che non si inventa) in quelle situazioni o condizioni poteva dare scacco al tecnico militare. La gente del luogo, i contadini, i montanari, che soccorrevano gli sbandati, ma non vedevano con estrema simpatia i gruppi ,armati, perché paventavano le rappresa­glie e la distruzione delle loro case, al momento buono, di fronte al problema della vita e della morte, avevano fatto causa comune con i partigiani. Chi aveva un’arma la usava contro i fascisti e contro i tedeschi.

Bande e distaccamenti

Dopo lo scontro di Osacca il gruppo si spostò in loca­lità limitrofa. Nelle settimane successive raggiunsero il di­staccamento il calabrese Dante Castellucci « Facio », il mo­denese Fermo Ognibene ed un gruppo di partigiani di For­novo. Fermo Ogni bene aveva due o tre mitragliatori e anche gli altri partigiani avevano delle armi. Il distaccamento as­sunse il nome di Guido Picelli e venne eletto comandante Fermo Ognibene. Da questo momento il Penna, il lago Bon, il paese di Rusino, la canonica di Belforte, ed altre località remote delle nostre montagne diventano centri di raccolta e di vita partigiana. Sorgono le prime « bande ». Lo stesso Mazzini, come si è visto, auspicava la guerriglia a mezzo di bande.

La banda sorge attorno ad un uomo, volitivo, audace. Se ha pratica di vita militare, tanto meglio. Purché non faccia questione di gradi. Di gradi se ne parlerà poi in un secondo tempo, quando il movimento assumerà forme orga­nizzative di tipo militare. Ma nel primo periodo un parti­giano, che per porsi in evidenza, avesse reso noto che era capitano o colonnello, avrebbe ottenuto l’effetto contrario. Quando Giacomo di Crollalanza, che poi diverrà il co­mandante nelle formazioni partigiane nel parmense, trovò  rifugio in montagna. e si unì ad una banda durante un ra­strellamento, non cominciò col declinare le sue generalità, ma cominciò a sparare con una particolare maestria come un qualsiasi partigiano.

Il « comandante» doveva essere prima di tutto corag­gioso. Altrimenti veniva soppiantato da chi dimostrava di avere maggior coraggio e maggiore abilità nelle azioni di guerriglia. Se inoltre il capo della banda, oltre che avere pratica di vita militare aveva anche esperienza di vita po­litica, tanto meglio ancora. Inquesto caso la banda era già in fieri il centro di raccolta di una maggiore formazione e cioè di una brigata o di un raggruppamento. Le fila dell’organizzazione erano dirette, almeno sino ad un certo punto, dal Comitato militare del C.L.N. provinciale e dai partiti. L’influenza politica acquistò sempre maggior rilievo, in particolare dopo la costituzione del Comando unico.

Si trattava di un mondo in movimento. Caratteristica fondamentale di questo mondo era il combattimento e cioè l’attacco di giorno e di notte. Un distaccamento inerte era destinato a sciogliersi. Altra caratteristica dei gruppi partigiani è la polemica, la discussione, su ciò che si deve fare, sulle piccole e sulle grandi cose. Purtroppo, almeno nel primo periodo, le di­scussioni fra le bande ed anche fra le brigate assunsero in certi casi tono assai violento e preoccupante. La situazione migliorò dopo la costituzione del comando unico.

Merita o meglio meriterebbe una particolare trattazione il sorgere e lo sviluppo della banda del Penna. Sin dal 29 ottobre 1943 il Comitato militare del C.L.N. provinciale aveva inviato a Bedonia l’avv. Giorgio Mazzadi con il compito di riunire ed inquadrare i primi nuclei di partigiani dell’alta Val Ceno (Anzola, Chiesuola, Tomba), con la collaborazione di Mario Squeri, Carlo Squeri, Gianni Moglia, Cosimo Caramatti ed altri. In data 29 gennaio una ventina di uomini attaccò il presidio di S. Stefano d’Aveto ma il colpo non riuscì. L’azio­ne venne ripetuta il 23 marzo 1944 e’ riuscì in pieno. Il gruppo ebbe anche un lancio.

Gli uomini, oltre un centinaio, erano divisi in squadre:

la 1ª comandata da Dragotte (Giuseppe Delnevo) di stanza a Casalporino, la 2ª, da Bill (Alfredo Moglia), a Tomba, la 3ª, da Mario (Albino Monteverdi), a Costa d’Azzetta, la 4ª, dall’lstriano, (il sottufficiale della marina Poldrugo Ernesto), a Volpara, la 5ª, da Cosimo (Caramatti), a Fontanino, la 6ª, dal cap. Bernini, a Sopra, la 7ª, da Turco (Gianni Moglia) addetta ai lanci.

Abbiamo ricavato questi dati da una pregevole pubbli­cazione di Carlo Squeri: Quelli del Penna. Lo Squeri rie­voca un episodio accaduto nella Pasqua del 1944: I parti­giani si erano appostati sul passo di Montevacà, in zona Segarino e Montarsiccio. Sopravvennero i tedeschi da Montevacà. La superiorità di fuoco dei tedeschi e anche la man­cata coordinazione tra le squadre partigiane costrinsero la maggior parte dei partigiani a lasciare le posizioni. E qui accadde l’incredibile. Carlo Squeri intitola il capitolo « La beffa di Tasola ». Intorno a Tasola si levavano le fumate dei cascinali dati alle fiamme. Quel fumo fu il segnale. Un drappello al comando di Bill (Alfredo Moglia) raccolto sul poggio che domina Tasola da est partiva furioso al con­trattacco. Tredici ragazzi: «Prima compagnia, a destra! Quinta compagnia, a sinistra! Per la libertà avanti! ». Giù a bombe a mano e a raffiche di sten. I nazifascisti disorien­tati da tanta sfacciata audacia indietreggiano e si ritirano portando a braccio vari feriti. Le campane di Tasola suona­rono a festa.

Noi, conclude Squeri, con i nostri tre feriti – Battaglia, Libero, Pablo – col mortaio catturato, con i prigionieri tra i quali un maresciallo tedesco, ci raggruppammo sul far della sera nei nostri rifugi per consumare l’arrosto del­l’agnello pasquale riscaldato. Fecero parte del Penna anche un gruppo di partigiani di Traversetolo, fra i quali i fratelli Madoi e Pedretti, ed un gruppo di studenti e professionisti di Parma, fra i quali: Brunetto Ferrari, Enzo Dell’ Aglio, Michele Saccani, Ottavio Braga, Pino Copercini, Enzo Baldassi, Del Ninno Raffaele, Rastelli Luigi e Paolo Crodali.

Alla banda del Penna affluivano partigiani a mezzo dell’avv. Giorgio Mazzadi, di Angelo Silva e di Giovanni Berni. I primi a lasciare il Penna furono i Borgotaresi. Si tra­sferirono sul Molinatico al comando di Dragotte. Il gruppo dei partigiani di Traversetolo, nell’aprile si trasferirà nella zona di Corniglio dove sorgeranno due di­staccamenti, il Gemona e il Pennino. Il gruppo degli studenti e professionisti di Parma rag­giungerà poi Bardi e in particolare la 12ª Garibaldi.

Nel maggio 1944 (dal 21 al 25), 5000 nazisti e fascisti potentemente armati fecero il primo rastrellamento di rilievo nella zona del Monte Penna, sfogandosi contro la popola­zione; i partigiani riuscirono ad occultarsi. Dopo il rastrellamento il gruppo si divise in 3 distacca­menti: uno al comando di Bill, l’altro al comando di Scar­pa e di Mario (Gianni Moglia e Albino Monteverdi), il 3°dell’Istriano che si trasferì con Baldassi nel piacentino, dove costituì la 59ª brigata Garibaldi, e infine nel Genovese al comando di una divisione.

Successivamente anche gli altri due distaccamenti si tra­sferirono temporaneamente nel genovese costituendo la 57ª brigata Garibaldi. Verso la fine d’agosto 1944 (si era appe­na costituito nel parmense il Comando unico) si formò nel­l’alta Val Lecca la 32ª Garibaldi Monte Penna, al comando di Bill; commissario politico Rolando (Ottavio Braga). Se si tiene presente che dal gruppo Dragotte sorse la 1ª brigata Julia, e dai distaccamenti Gemona e Pennino, la 4ª Giustizia e Libertà, può ben dirsi che il gruppo Penna è stato una vera e propria matrice di raggruppamenti e bri­gate ed inoltre che una gran parte delle brigate e dei di­staccamenti del parmense ebbe comandanti e commissari che militarono e fecero le prime esperienze nel Penna. Qual­cuno di costoro cadde eroicamente nel vivo della battaglia.

Nel gennaio 1944 si costituì pure la banda Beretta e subito dopo la costituzione ebbe uno scontro con i tedeschi e fascisti a Sesta Godano il 6 febbraio 1944. Il 20 febbraio 1944 sul monte Montagnana si costitui­sce il distaccamento Griffith. In prevalenza si tratta di elementi comunisti provenienti dalla città indirizzati sul luogo di raccolta dal Comitato militare del C.L.N. provin­ciale. Alla metà di marzo il distaccamento Don Pasquino, co­mandato da Massimiliano Villa, proveniente dal reggiano, si trasferisce nella zona tra Lagrimone e Palanzano.

Pure a metà marzo si costituisce a Belforte il gruppo Vampa (Cattini Giovanni). Nella vallata del Baganza si costituisce la banda del « Cato ». Il 30 marzo cadono a Musiara Inferiore Buraldi, Nadotti e Zinelli, rispettivamente comandante, vice coman­dante e commissario del Griffith. Saranno poi costituiti il 20 aprile successivo, al nome dei tre caduti, tre distacca­menti. Nella zona di Corniglio si costituiscono i distaccamenti Mazzini e fratelli Bandiera.

Su un pianoro a pochi metri dalla displuviale Val Ceno ­Val Taro, quasi a picco sulla ferrovia nel tratto Ostia-Rocca­murata, c’è un laghetto, largo non più di 15 metri, che si chiama lago Bon, in certe carte geografiche segnato come lago buono. Presso il lago c’è un casolare da cui si domi­nano i valloni d’accesso ripidi e scoperti, e più sotto l’am­pia e profonda valle, col Taro in fondo e Berceto dirimpet­to. Là in quel costone vivono i nomi divenuti ben presto leggendari di Facio, di Betti, di Beretta, di Renzo, di Baladen, e di tutti i primi partigiani del parmense.

Nell’inverno del 1944 sorge una banda che prende il nome di « Internazionale» operante principalmente in V al Magra ma anche nelle zone più alte delle vallate del par­mense, comandata dal maggiore inglese Gordon Lett. Era stato liberato dalla prigionia 1’8 settembre 1943 nella zona di Fontanellato dove si trovavano vari prigionieri alleati. Quasi tutti riuscirono a passare le linee per riprendere con­tatto coi rispettivi eserciti, qualche altro visse isolato e ri­servato presso qualche famiglia bene accogliente. Gordon Lett, sin dall’origine, a contatto con i partigiani, partecipò a numerosi scontri ed ai rischi e pericoli della vita partigia­na, anche dopo aver costituito una missione di collegamen­to con il comando alleato.

Le brigate

Si conosce la data di inizio dell’attività delle singole brigate, anche se non sempre è rimasto traccia dell’atto di nascita, dell’atto formale di costituzione. La 12ª brigata Garibaldi è la prima « Garibaldi» che sorge nel Parmense, alla fine dell’inverno 1944, con i di­staccamenti Pice1li, Capelli, Betti ed altri. Ne è comandan­te il dotto Marchini Giuseppe «Dario ». E ciò per inizia­tiva del comitato militare provinciale.

Il 20 aprile nella zona est, presso Palanzano e Monchio, sorge la 47ª brigata Garibaldi con i distaccamenti Don Pasquino, Griffith ed altri. Nei pressi di Borgotaro e più precisamente nella zona di Belforte il 9 maggio sorge la 2ª brigata Julia con i distaccamenti di Vampa, Poppy, e Birra. Nei pressi di Tizzano sorge la Giustizia e libertà con i distaccamenti Mazzini, fratelli Bandiera, Gemona ed al­tri. Nell’alta Val Taro attorno alla banda Dragotte, come si è già accennato, si costituisce la lª Julia; nella zona tra Salsomaggiore e Pellegrino la 31ªbrigata Garibaldi, e suc­cessivamente nella Val Lecca la 32ª brigata Garibaldi.

La banda Beretta assumerà il nome di Raggruppamento Cento Croci che si articolerà poi in tre brigate: la brigata Beretta, brigata Barbagatto e brigata Siligato. La prima ope­rerà nei pressi di Borgotaro e le altre due al di là del passo di Cento Croci. La prima brigata Beretta (al comando dell’avv. Gino Cacchioli) si sdoppierà, dopo la Costituzione del c. U. in due brigate Beretta, e della seconda assumerà il comando Guglielmo Cacchioli.

Col sorgere delle brigate, i distaccamenti e bande locali furono inquadrati in una delle dette formazioni, a seconda delle affinità politiche o delle relazioni personali.

L’inquadramento di certe bande non è stato cosa facile ed in certi casi si è dovuto ricorrere ad azioni di forza. Certi gruppi, pochi in verità. pure dipendendo nominalmen­te da una brigata, di fatto hanno continuato a vivere in modo autonomo se non indipendente. Ogni brigata si diede gradualmente una certa organiz­zazione. Le disposizioni dall’alto vennero dopo. Nei primi tempi furono le necessità pratiche che consigliarono un cer­to coordinamento per le azioni belliche, per l’armamento, il vestiario e il vitto. Assieme al comandante della brigata veniva eletto il commissario politico. Poi sorsero il capo di stato maggiore, l’intendente e il cappellano militare.

Nella primavera in ogni borgata della montagna c’è ormai un gruppo di ribelli. Se ne cadono dieci, ne sorgono cento, e il nuovo distaccamento porta il nome del caduto. È come una valanga che precipita. Vi era realmente qualche cosa di miracoloso nel modo come questo movimento si ve­niva sviluppando. L’indirizzo politico delle brigate riguardava il gruppo organizzatore, comandanti e commissari. In ogni brigata c’erano partigiani di ogni tendenza politica e molti giovani erano senza partito.

Le brigate sorte per iniziativa dei comunisti e dei so­cialisti si denominano Garibaldi; quelle sorte per iniziativa dei democristiani nella nostra provincia si chiamano Julia, perché vi erano dei reduci scampati dall’inferno russo dopo lo sfacelo del corpo di spedizione mussoliniano in quel gran­de Paese. Nelle altre province italiane sono dette invece Bri­gate del Popolo. Le brigate sorte per iniziativa del Partito d’azione si denominano «Giustizia e libertà». In altre province vi erano brigate socialiste con il nome di Matteotti e brigate autonome. Nella nostra provincia sor­gerà, dopo il rastrellamento del novembre 1944 nella zona Est, come si vedrà, una brigata autonoma, che porterà il nome di Pablo.

« Facio »

Il 2 marzo 1944 presso Spora il gruppo Penna riceve il primo aviorifornimento alleato. Il 13 marzo il gruppo Betti dislocato sul Barigazzo scen­de alla stazione di Valmozzola e assalta un convoglio fer­roviario per liberare dei partigiani che erano stati fatti pri­gionieri. Vi sono morti e feriti da una parte e dall’altra. L’azione riesce, ma il comandante perde la vita. Non si è mai saputo chi fosse questo Mario Betti, da dove provenisse, dove sia stato sepolto.

Altra figura leggendaria: Dante Castellucci – Facio-, professore d’orchestra, proveniente dalla Calabria. Di Facio si cominciò a parlare subito dopo il 28 di­cembre 1943. Era stato sorpreso in casa dei fratelli Cervi a Campegine. Parlava il francese, e si difese assumendo di essere un soldato alleato disperso. Riuscì a sfuggire alla sorte tra­gica dei sette fratelli Cervi, e poi evase dal carcere di S. Francesco. Dal Comitato militare venne avviato nel bardigiano. Si sapeva ben poco della sua vita e da princi­pio venne anche sorvegliato. Si rivelò subito un comandante partigiano di grande audacia.

Nei primi giorni del mese di marzo il distaccamento Pi­celli attaccò la stazione di Grondola Guinadi, tra Borgo Taro e Pontremoli, facendo prigionieri e recuperando armi. A pag. 249 della Antologia della Resistenza della Sturani, fra i documenti, è riportato uno stralcio del diario sto­rico della 58ª legione della Guardia nazionale repubblica­na, dove si legge: « 13 marzo 1944 – I ribelli – ore 21,30 – circondano il distaccamento carabinieri di Guinadi e il posto di fanteria della stazione di Grondola: senza colpo ferire tutti i militari vengono portati via, spogliati delle scarpe, dei soldi ecc. e poi messi in libertà. Viene fucilato il sottocapo stazione di Grondola. Viene inviato sul posto la compagnia C.P., che unitamente ad un re­parto della S. Marco, intervenuto dalla provincia di La Spezia, batterà la zona nord della provincia».

Dopo questa azione il distaccamento Picelli si divise in due gruppi, che avrebbero dovuto riunirsi al lago Santo. Il gruppo comandato da Fermo Ognibene fu sorpreso a Suc­cisa, nel pontremolese, alle falde del Molinatico, da rile­vanti forze della decima Mas, e dopo eroica resistenza ven­ne sopraffatto. Fermo Ognibene per dare la possibilità agli uomini di salvarsi, almeno in parte, si espose resistendo finché venne colpito. Ebbe la medaglia d’oro alla memoria.

Facio con i suoi uomini la sera del 16 marzo era nel rifugio lago Santo in attesa dei compagni. Alle ore dicias­sette del 19 marzo si sentì un grido: «i militi, pronti al fuoco ». Il rifugio venne circondato da un centinaio di mi­liti e tedeschi. Alla intimazione di resa, i partigiani rispo­sero con il fuoco; si difesero con le bombe a mano, cer­cando di fare economia di munizioni, sparando a colpo si­curo. Il coraggio e lo sprezzo del pericolo dei nove parti­giani durante le venti ore dell’assedio e una notte tragica ebbero la meglio. I nazi-fascisti dopo avere fatto spreco di munizioni e per il timore che sopravvenissero rinforzi ab­bandonarono il campo di battaglia, trascinandosi nella via del ritorno sotto la neve i loro morti e feriti. All’azione del lago Santo parteciparono, oltre Facio, Gianello Luciano, Giuffredi Giorgio, Mori Terenzo, Casulla Luigi, Marini Giuseppe, Veroni Lino, Gnecchi Pietro, Zuccarelli Pietro, quasi tutti poi caduti in combattimenti successivi.

Al rifugio del lago Santo venne poi infissa una lapide:

DA QUESTO RIFUGIO NOVE PARTIGIANI

DOPO VENTI ORE DI DURA BATTAGLIA,

DISPERSERO SOVERCHIANTI FORZE NEMICHE.

 IL GRIDO DI VITTORIA ECHEGGIÒ’ PER LE CONVALLI

 E INSORSE LA NUOVA ITALIA.

Facio perdette poi la vita in un tragico ed equivoco incidente.

I pochi uomini superstiti che furono con Facio lo ricor­dano con commozione. Aveva il potere di infondere corag­gio ed entusiasmo. Si spostava da una vallata all’altra co­me un fulmine. Ogni giorno ed ogni notte un’azione. Berceto era allora, come fu poi fino alla fine della guerra, occupato da una forte guarnigione tedesca e da una sezione della SD. La sera del 1° maggio 1944, Facio, che per l’occasione aveva indossato la camicia rossa, con otto uomini penetrò nel centro del paese e bussò alla caserma dei carabinieri. I carabinieri erano pochi ma vi era un discreto numero di militi di rinforzo.

Si affacciò un carabiniere e Facio chiese del marescial­lo. Un povero uomo alla vigilia di andare in pensione. Facio aveva fatto appostare gli otto partigiani ai due incroci delle strade d’accesso. Il pericolo era costituito dal soprav­venire di una pattuglia tedesca che avrebbe dato l’allarme.

            Occorreva far presto.

Il maresciallo chiese dalla finestra: « Chi siete? ».« Duecento partigiani, vogliamo le armi ». Il maresciallo chiese tempo, evidentemente per consi­gliarsi con gli altri. carabinieri. Ma ogni secondo pesava terribilmente sulla sorte dei partigiani. Facio fece avvici­nare i suoi uomini alla porta della caserma, bussò ancora      e gridò: « Se non aprite faccio saltare la caserma ». Dopo pochi secondi la porta della caserma venne aper­ta. Facio entrò seguito dagli altri partigiani. Qualcuno dei militi, svegliati di soprassalto, nel vedere Facio in camicia rossa, armato fino ai denti, svenne.

Tutte le armi in dotazione alla caserma vennero caricate sulle spalle dei partigiani. Il maresciallo implorò che alme­no gli si lasciasse la rivoltella, perché avrebbe subito una punizione se fosse risultato che si era lasciato disarmare. « E gli altri duecento partigiani dove sono? » chiese un carabiniere con un fil di voce. «Sono alle porte del paese che attendono ». Nella notte carabinieri e militi si trasformarono in mu­ratori per divellere la grossa inferriata ad una finestra dei pianterreno della vecchia caserma. Il giorno dopo il mare­sciallo redasse un verbale, narrando che durante la notte duecento partigiani avevano dapprima divelta la inferriata e poi avevano sorpreso carabinieri e militi nel sonno, sac­cheggiando la caserma.

Il bando di Kesselring

La liberazione di Bardi e di Borgotaro

Il 23 maggio 1944 la Gazzetta di Parma aveva pub­blicato il comunicato del Ministero delle forze armate di Salò che minacciava fuoco e fiamma per gli sbandati. Il 3 agosto 1944 lo stesso giornale pubblicò il bando del feldmaresciallo Kesselring che fra l’altro ordinava:

« 1) Di iniziare nella forma più energica l’azione contro le bande armate di ribelli, contro i sabotatori ed i criminali che comunque con la loro opera deleteria intralciano la condotta della guerra e turbano l’ordine e la sicurezza pubblica.

2) Di costituire una percentuale di ostaggi in quelle località dove risultano esistere bande armate e passare per le armi i detti ostaggi tutte le volte che nelle località stesse si verificassero atti di sabotaggio.

3) Di compiere atti di rappresaglia fino a bruciare le abita­zioni poste nelle zone da dove siano stati sparati colpi di arma da fuoco contro reparti o singoli militari germanici.

4) Di impiccare nelle pubbliche piazze quegli elementi ri­conosciuti responsabili di omicidi o capi di bande armate.

5) Di rendere responsabili gli abitanti di quei paesi dove si verificassero interruzioni di linee telegrafiche e telefoniche nonché atti di sabotaggio, relativi alla circolazione stradale, (spargimento di rottami di vetro, chiodi o altro sui piani stra­dali, danneggiamento di ponti, ostruzioni delle strade) ».

Più le « gride » erano paurose, più le punizioni erano « esemplari », e più il movimento partigiano aumentava di            forze.

La guerra ai tedeschi ed ai fascisti era ormai nell’aria. L’abisso invocava l’abisso.

Il 24 maggio 1944 due ammiragli: Igino Campioni e Luigi Mascherpa, dovendo scegliere tra la fucilazione e il disonore, affrontavano proprio a Parma stoicamente la morte. Il 10 giugno 1944 la 12a brigata Garibaldi liberava Bar­di; il 15 giugno la lª Julia entrava vittoriosa in Borgotaro. I partigiani ricostituirono l’amministrazione comunale elettiva, ed a Borgotaro pubblicarono un periodico diretto dal prof. Achille Pelizzari: La nuova Italia.

Il rastrellamento del luglio 1944

Il « rastrellamento» era una operazione militare di ri­lievo, con impiego di varie migliaia di uomini di tutte le armi, dall’aviazione ai carri armati. Qualche cosa di diver­so delle periodiche puntate che avevano luogo ad opera di 50-100 uomini in una data località contro un distaccamento od un comando di partigiani. Veniva stabilito un largo cerchio alla base del sistema montagnoso che si intendeva investire, e per ogni strada e per ogni valle si risaliva sino alla cima dei monti, in ogni paese, frazione, casolare, frugando e sparando ovun­que, senza economia di munizioni, se non altro per ter­rorizzare, con le armi automatiche più moderne.

I partigiani invece non disponevano, quanto meno nei primi tempi, che di armi leggere ed il munizionamento era scarso: pochi minuti di fuoco. Le case che avevano ospitato i partigiani venivano in­cendiate ed in certi casi veniva incendiato l’intero paese. Gli uomini senza distinzione d’età venivano uccisi o cattu­rati. Il bestiame e tutto quanto vi era nelle case che potesse avere un certo valore veniva rapinato.

Gli atti di barbarie erano all’ordine del giorno. Le vittime innocenti e ignare non si contavano. Per i bassi servizi e per le azioni più scellerate i tedeschi si avvalevano dei militi fascisti. Chi era sorpreso nel cerchio difficilmente poteva sal­varsi. I tedeschi ad ogni stormire di fronda, di giorno e di notte, sparavano, invasati da un furore panico. I partigiani sparavano sino all’ultimo colpo, poi chi ne aveva la possibilità, si dileguava. Si ritrovavano a gruppi e se recuperavano altre munizioni, contrattaccavano, sorpren­dendo i tedeschi che credevano di averli dispersi. La carat­teristica dei partigiani era la mobilità favorita dalla conoscenza dei luoghi.

Durante il rastrellamento, che poteva avere la durata di una, due settimane, i collegamenti tra i partigiani, che non disponevano di radio, erano estremamente difficili. Le staffette arrivavano in ritardo. Le informazioni dei fuggia­schi erano spesso approssimative ed errate. La prima reazione istintiva della popolazione di fronte al sopraggiungere dei tedeschi, preannunciati da raffiche violente, era quella di fuggire, senza sapere dove. Da Bardi si fuggiva a Borgotaro e viceversa. Sul Santa Donna i gruppi di fuggiaschi si incontravano scambiando interrogativi sen­za risposta, proseguendo poi per ogni sentiero. A volte inconsciamente chi fuggiva andava incontro al nemico.

Vi erano degli ingenui che, ritenendo di non avere nul­la da temere, attendevano i tedeschi per la strada o davanti le loro case. Venivano freddati come passerotti. Chi non ha vissuto la tragedia di un rastrellamento dif­ficilmente può comprendere la situazione infernale che crea­va ovunque e certe aberrazioni psicologiche di cui rimane­vano vittime persone che erano sempre state le più equili­brate di questo mondo. I tedeschi asportavano dalle case ciò che faceva loro comodo; portavano via le mucche dalle stalle C’era allora chi si riteneva autorizzato ad appropriarsi delle cose altrui, delle mucche del vicino, quasi a titolo di riparazione.

Si aveva l’impressione che un grave trauma psichico avesse fatto crollare in un momento tutto quel complesso di freni inibitori e di remore, consacrate nella legge, nella re­ligione e nella morale, regolanti i rapporti umani del comune vivere civile, frutto della esperienza dei secoli. La norma­lità riaffiorava poi gradualmente, e ciò che era accaduto pareva poi un brutto sogno da dimenticare. Il rastrellamento più pesante e forse il più tragico, pro­prio per la inesperienza, ebbe inizio il 30 giugno ai confini del reggiano e dal 15 luglio ai primi d’agosto raggiunse la zona ovest fino al piacentino.

Il secondo rastrellamento ebbe inizio il 20 novembre del 1944 e interessò la sola zona est. Il terzo rastrellamento ebbe inizio il 6 gennaio del 1945 nella zona ovest. È difficile stabilire se in occasione dei rastrellamenti erano maggiori le perdite dei partigiani oppure quelle dei tedeschi. Per portare a termine un rastrellamento, i tedeschi do­vevano ritirare da una zona del fronte le truppe necessarie. Dal punto di vista militare e cioè facendo astrazione dalle perdite e dalle sofferenze dei civili, queste azioni di guerra in grande stile, non approdavano a nulla di con­creto. Se i tedeschi avessero avuto la possibilità materiale di presidiare tutti i paesi di montagna o quanto meno quelli strategicamente importanti, certamente avrebbero reso mol­to difficile la guerra partigiana, se non altro per il po­tenziale bellico di cui disponevano. Accadeva invece che dopo avere incendiato e rapinato dei poveri paesi e dopo avere inflitto perdite, anche se dolorose, non certo decisi­ve, ai partigiani e dopo avere ucciso barbaramente dei ci­vili, erano costretti ad abbandonare le zone di montagna. Al massimo potevano insediare in qualche località dei mo­desti reparti di territoriali che non erano certo in grado di resistere ai partigiani che nei giorni successivi tornavano all’attacco.

Dal punto di vista psicologico, il contadino al quale erano state rubate le mucche, o che aveva visto uccidere il parroco del paese, e la donna alla quale era stato assassi­nato il figlio ancora ragazzo, dopo il primo periodo di ter­rore, anche se prima di allora non avevano visto con gran­de simpatia i partigiani, erano portati fatalmente, dopo il rastrellamento, ad odiare e tedeschi.

Dopo che i tedeschi avevano evacuato la zona, la rior­ganizzazione delle brigate e dei comandi presentava delle difficoltà, ma dopo ogni rastrellamento il numero dei par­tigiani aumentava e le formazioni diventavano più combat­tive. Si è già detto che durante i rastrellamenti, anche se i partigiani subivano perdite, altrettanto accadeva per i te­deschi. I partigiani erano terrorizzati dall’arrivo a volte im­provviso dei tedeschi. I tedeschi erano ancor più terroriz­zati dai partigiani che dopo essere stati sopraffatti, rispun­tavano uno dopo l’altro dietro i cespugli … Il 12 luglio i distaccamenti Bill e Beretta sconfissero a Griffola e Pelosa i tedeschi, provenienti da Chiavari, ed inflissero agli stessi gravi perdite: un centinaio di morti, altrettanti prigionieri e molte armi anche pesanti.

Dal 5 al 15 luglio i gruppi Vampa e Poppy della 2ª brigata Julia a Lozzola di Berceto cagionarono al nemico perdite rilevanti. A Vianino i tedeschi fecero la conoscenza con Pablo. Giunto da poco in zona partigiana con un gruppo di ani­mosi, proprio durante un rastrellamento, confermò subito le sue particolari capacità nelle azioni di guerriglia.

Strage a Neviano Arduini e Strela

A Neviano Arduini il primo luglio furono uccise 35 per­sone: una donna di 41 anni, 32 civili, due partigiani. I te­deschi sparavano per le strade, dentro le case. L’ordine era: ammazzare tutti. La stessa cosa a Strela di Compiano il 19 luglio.

Il giorno prima, due tedeschi, un ufficiale ed un gra­duato erano stati accolti in canonica dal parroco. Dalle località vicine giungevano notizie allarmanti. Ma dal collo­quio si ebbe l’impressione che a Strela non sarebbe acca­duto nulla di grave. E invece il mattino del 19 luglio trup­pe tedesche invasero il paese, e cominciarono a sparare al­l’impazzata. Una pattuglia irruppe nella canonica. Vi era­no il parroco Don Alessandro Sozzi ed il frate predicatore Padre Umberto Bracchi. La canonica venne saccheggiata ed incendiata ed i due religiosi vennero condotti davanti al cimitero e assassinati. Contemporaneamente i tedeschi sca­tenati appiccarono il fuoco alle case del paese, dopo averle saccheggiate, uccidendo selvaggiamente chiunque fosse ve­nuto a tiro, per le strade o sulla porta delle case. Ventisei morti fra cui un ragazzo di 14 anni. Il giorno dopo a Sido­lo ed a Porcigatone altri due parroci: Don Giuseppe Botti e Don Francesco Delnevo, ed altri civili. Ordine: per tre giorni i morti dovevano rimanere in­sepolti.

« Doretto» impiccato

I tedeschi se ne andarono e ognuno di noi se pure con circospezione tornava al proprio posto. Nei giorni imme­diatamente successivi ai rastrellamenti non era il caso di fare affidamento sull’aiuto della gente del luogo che sem­brava ammutolita e interdetta dallo spavento. Quando si chiedeva un bicchiere d’acqua indicavano dov’era la fontana. Non avevano piacere si entrasse in casa. Nei pressi della «Capanna» alle sorgenti del Baganza c’è la «Casetta », che è una vera e propria casetta. Una piccola stalla con sopra un fienile ed una scala esterna con un piccolo ballatoio. Ci apparve una visione terrificante. alla gronda era impiccato un uomo. Aveva un foro nella nuca che si era fatto ampio. Tutt’attorno delle mosche. Era prossimo allo sfacelo. Era lì da qualche giorno e faceva caldo. Per terra vi erano una pozza di sangue raggrumato, la giacca e il berretto.

Era « Doretto », un contadino sulla sessantina di Gravagna di Pontremoli. Era stato sorpreso in quella località dai tedeschi che gli avevano trovato in tasca una « copeca », il ricordo di un figlio che era stato combattente in Russia: l’avevano fatto salire sul ballatoio, gli avevano messo una corda al collo e lo avevano lanciato nel vuoto. Siccome aveva tentato di salvarsi aggrappandosi con le unghie al muro, con una re­volverata alla testa l’avevano finito. Mentre stavano com­piendo questa prodezza… i tedeschi avevano costretto le donne ed i ragazzi che avevano rastrellato a fare il giro­tondo attorno alla casetta cantando.

« Guai a chi lo tocca» avevano detto prima d’andarsene. L’ordine era stato eseguito in pieno. Il terrore aveva annichilito e travolto anche i più ele­mentari doveri di umanità.

Il nostro Maroncelli

Nella seconda metà di luglio a Gravago di Bardi « Vit­torio» (Luigi Marcoaldi di Salsomaggiore), che comandava un distaccamento della 12ª Garibaldi, venne colpito gra­vemente ad un braccio. Si pose il problema dell’amputazione. Il rastrellamento era ancora in corso ed i tedeschi non davano tregua. Il fe­rito, dolorante fino allo spasimo, venne trasportato da una località all’altra in cerca di un rifugio. Il tempo stringeva, non c’erano ferri chirurgici, alcool, cotone idrofilo, cloro­formio, non c’era niente. Provvidero all’operazione due par­tigiani: il dott. Bruno Casa, medico della brigata ed il dott. Brunetto Ferrari (doveva essere la prima ed ultima sua operazione chirurgica). In una casupola, mentre d’intorno si sparava, fecero bollire una sega da falegname, prima da una parte e poi dall’altra, in una pentola d’acqua. Il paziente era tenuto fermo da altri partigiani. I due chirurghi improvvisati, sotto gli occhi esterrefatti dei presenti e del paziente, che non emise un gemito di dolore, uno da una parte e l’altro dall’al­tra parte della sega, asportarono il troncone ormai tume­fatto del braccio colpito. Compiuta l’operazione, una fascia­tura, come era possibile in quelle condizioni.

Vittorio guarì. Rimase nelle formazioni partigiane fino alla fine della guerra ed ebbe il comando di un battaglione. Nei combattimenti difficili, alzava davanti ai compagni il moncherino ammonitore, ed a tale gesto i compagni si elettrizzavano. Silvio Pellico nelle sue prigioni aveva raccontato agli italiani dormienti gli eroismi e lo stoicismo di Maroncelli. Ormai anche noi avevamo il nostro Maroncelli.

Giordano Cavestro (Mirko)

« Di anni 18, studente di scuola media, nato a Parma il 30 no­vembre 1925. Nel 1940 dà vita, di sua iniziativa, ad un bollet­tino antifascista attorno al quale si mobilitano numerosi mili­tanti – dopo l’8 settembre 1943 lo stesso nucleo diventa centro organizzativo e propulsore delle prime attività partigiane nella zona di Parma. Catturato il 7 aprile 1944, a Montagnana (Par­ma), nel corso di un rastrellamento operato da tedeschi e fascisti, tradotto nelle carceri di Parma.

Processato il 14 aprile 1944 dal Tribunale militare di Par­ma, condannato a morte, quindi graziato condizionalmente e trattenuto come ostaggio. Fucilato il 4 maggio 1944, nei pressi di Bardi (Parma), in rappresaglia all’uccisione di quattro militi, con Raimondo Palinghelli, Vito Salmi, Nello Venturini ed Erasmo Venusti ».

Parma, 4-5-1944

Cari compagni, ora tocca a noi. Andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d’Italia. Voi sapete il compito che vi tocca. lo muoio, ma l’idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella. Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come. gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile.

Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le, ra­gazze così care. La mia giovinezza è spezzata ma sono sicuro che servirà da esempio. Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà.

Cara mamma e cari tutti, purtroppo il Destino ha scelto me ed altri disgraziati per sfogare la rabbia fascista. Non preoccupatevi tanto e rassegna­tevi al più presto della mia perdita. lo sono calmo.

            Vostr Giordano

(Da Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, pago 68)

Romualdi ce l’ha con gli avvocati.

Il 31 maggio 1944 il commissario della Federazione fasci­sta repubblicana di Parma Pino Romualdi inviò al sindacato fo­rense ed al capo della provincia di Parma la seguente lettera: «Risulta che per quanto alla macchia, gli avvocati Parisi Druso, Savani Primo, Venturini Paolo, Fava Lanfranco, rego­larmente denunciati al Tribunale straordinario provinciale, con­tinuano a far funzionare i loro uffici tramite l’interessamento di altri colleghi che li sostituiscono.

Il sostituto dell’avv. Parisi risulta l’avv. Belli Antonio, quel­lo di Savani Candian, quello di Venturini Bordi e quello di Fava l’avv. Calzolari.

1) Gli avvocati Parisi, Savani, Venturini e Fava siano ra­diati dall’albo professionale;

2) Siano chiusi gli uffici legali di codesti avvocati e le pra­tiche tuttora inevase siano affidate al Sindacato avvocati per la ripartizione tra professionisti di buona moralità professionale e politica. Chiedo inoltre che le autorità di pubblica sicurezza accerti­no quale sia il grado di complicità dei nominati avvocati Belli, Candian, Bordi e Calzolari coi colleghi latitanti e se mai abbia­no presentato a cause ultimate documenti e quietanze da questi ultimi regolarmente firmate. Se ciò risulterà vero gli stessi do­vranno essere denunciati per il reato di complicità e immedia­tamente radiati dall’Albo.

F.to Pino Romualdi ».

Ed ecco la risposta del presidente del Sindacato forense:

«7 giugno 1944. Al Capo della Provincia Parma.

In relazione a quanto comunicatomi verbalmente in ordine al foglio Ris. 77 del 31 maggio U.s. della Federazione fascista repubblicana, Vi rendo noto che interpellato il Direttorio del Sindacato ed esaminato la legge professionale, si è ritenuto non essere possibile la radiazione degli avvocati Parisi,. Savani, Venturini e Fava, in quanto il provvedimento della radiazione non può essere emanato se non quando sia stata inflitta condanna penale, non potendo il giudizio disciplinare precorrere, e ciò allo scopo di evitare conflitto di giudicati.

Inoltre non può essere disposta la radiazione o la sospen­sione di cui agli artt. 42-43 della legge stessa 22 gennaio 1934 n. 36; in quanto la prima è condizionata alla condanna a pena non inferiore nel minimo ai due anni, e la seconda alla emis­sione e comunicazione del mandato di cattura da parte delle autorità competenti. Per quanto riguarda l’attività svolta dai colleghi che hanno sostituito nelle cause in corso i professionisti suddetti, si accerta che nessuna istanza di liquidazione, quietanza od altro docu­mento a firma dei detti professionisti è stata presentata a que­sto Sindacato.

F.to avv. P. Boselli ».

L’interrogatorio di Mariella

Durante il pesante rastrellamento del luglio 1944 mia mo­glie e le due figlie, Mariella di 16 anni, e Serena di 13 erano rifugiate in una delle località più forastiche del nostro Appennino, Roncobecco, tra Marra di Comiglio e la Cisa. lo ero sull’Orsaro, con un piccolo gruppo di partigiani.

Così mia figlia rievocò quelle tragiche vicende: « … Eravamo arrivate qui, fuggite da “Cà del Giagio”, un piccolo podere che mio padre aveva vicino alla fonte di S. Moderano: la casa del podere era stata individuata, e ogni no­stra cosa era stata saccheggiata, bruciata, distrutta. Ci aveva raccolto Roncobecco, misero e desolato casolare affondato in una muta vallata dove le capre sparute e sporche cercavano faticosamente l’erba fra il terreno roccioso e acciden­tato. Com’era lontana Parma! Venne un soffio di vento alla mia finestra e spazzò un tratto di visuale. Convergenti su Roncobecco, provenienti dal semicerchio dei monti, cento, mille, e non so quanti tedeschi uscirono dalla nebbia. Accorsero i contadini, accorsero mia mam­ma e mia sorella e senza parlare ci trasmettemmo con sguardi il nostro terrore. I tedeschi erano armati di tutto punto: sembrava che le loro mani avessero trovato un naturale prolungamento nell’impugnatura delle armi.

Mia mamma sembrava tranquilla; nel guardare noi, il suo sguardo si ingigantiva di stupore: le sue due bambine che ogni mattina salutava dalla finestra fino a che le vedeva svoltare l’angolo mentre tenendosi per mano andavano a scuola ora erano contro un muro, le mani in alto, il mitra puntato sul petto. ‘” Dentro di me non c’era nessuna angoscia: il senso della realtà immediata mi sfuggiva a poco a poco: pensavo che come noi migliaia di persone in tanti altri luoghi erano perseguitate, catturate, uccise e che la sofferenza di questa gente riscattava il pavido neutralismo di tanti altri, che il loro sangue accendeva il coraggio nei sopravvissuti perché dopo il nulla c’è il tutto e niente va perduto perché tutto rinasce.

… Decisero che noi donne saremmo state portate al co­mando della Cisa a spiegare con l’interprete perché eravamo qui e perché avevamo nascosto i banditi. Ci muovemmo. Dopo pochi passi mia mamma cadde: le gambe si rifiutarono di sostener­la: disperatamente si sforzò, ma non riuscì ad alzarsi: le ultime violente emozioni le avevano giocato un brutto tiro. Il coman­dante si avvicinò: a gesti e a parole spiegammo la situazione: egli rispose che non importava, sarei bastata io per un interro­gatorio. Vidi mia mamma annaspare nel disperato tentativo di proseguire, poi improvvisamente capì che non ci sarebbe riuscita, vide che la truppa si rimetteva in cammino e che io venivo portata via.

Lungo la strada mi resi conto che dovevo difendermi come potevo, come sapevo, ma fino in fondo. Inventai un nome, un cognome, una città, una professione per mio padre, me li ripetei, me li stampai nella mente. Quando arrivai alla Cisa ero diventata Elena Zarotti, figlia di un ingegnere che lavorava nel bacino della Rhur, ero sempre vissuta a Torino: ero rimasta arenata durante un viaggio in Emilia con mia mamma e mia so­rella e trasportata qui dagli avvenimenti che erano precipitati improvvisamente. … All’interrogatorio erano presenti anche degli italiani. Ri­sposi con fermezza a tutte le domande che mi venivano rivolte. Quando fui rilasciata era buio. Nel viaggio di ritorno ritrovai i crinali, l’aria pungente della notte; i dirupi di pietra riflette­vano il cammino della luna, le baracche dei pastori. Ero libera ».

Dopo questa avventura che avrebbe potuto avere conclu­sioni ancor più tragiche, mia moglie decise di lasciare Roncobecco per trasferirsi con le figlie nella vallata del Taro, dove sperava di rintracciarmi. Due giorni dopo erano state raggiunte da un milite della brigata nera che prestava servizio alla Cisa con i tedeschi. Disse che era di Fidenza e che aveva riconosciuto mia figlia Mariella per averla vista durante la villeggiatura. Concluse: «I tedeschi hanno scoperto la vostra identità, hanno avuto delle informazioni e delle fotografie; hanno dato ordine di ricercarvi. Dovete fuggire e far perdere le vostre tracce. Se venissero a sapere che vi ho informato ci rimetterei la vita ».

Mia moglie, non disponendo di altro, offrì l’anello matrimo­niale in segno di riconoscenza, ma il milite oppose un gentile rifiuto. . Non ho mai saputo chi fosse questo «milite di Fidenza », per quante ricerche abbia fatto dopo la fine della guerra.

La ribellione delle pecore

Sull’Orsaro, dove mi ero rifugiato durante il rastrellamento, vi era anche il distaccamento della 2ª Julia comandato da « Birra », Giuseppe Molinari della Cisa. I tedeschi avevano piazzato una mitragliatrice sulla punta del Marmagna a 1800 m., ma i boschi immensi del versante pontremolese costituivano una sicura protezione. A ridosso del Marmagna, a « Frattamare» vi erano i pasto­ri del viareggino con circa 600 pecore. Si viveva con le ricotte e con i frutti della terra, fragole e mirtilli.

Ogni sera il gregge tornava dal pascolo ed ogni pastore mungeva le proprie pecore. Dopo una settimana i tedeschi scesero per Frattamare per giungere attraverso Pracchiola e la Val Casilina alla strada della Cisa. Era l’ora della mungitura delle pecore. Il comandante pose degli uomini a metà del gregge facendo comprendere che uno o due pastori dovevano accompagnare metà delle pecore dietro i tedeschi. I pastori terrorizzati nulla opposero ed i tedeschi con metà del gregge si avviarono verso la ripida discesa per Pracchiola. Sennonché dopo un centinaio di metri le pecore comin­ciarono a belare. Erano le femmine che chiamavano gli agnel­li rimasti a Frattamare e viceversa. I pastori facevano del loro meglio per ammansirle. Qualcuna cominciò a staccarsi dal gruppo.

Uno dei tedeschi ebbe un’idea … ancor più felice. Sparò una raffica in direzione delle pecore riluttanti. Allora fu un im­provviso fuggi fuggi generale in ogni direzione. Rimasero con i tedeschi soltanto i due pastori, ancor più terrorizzati. Per tutta la notte nei boschi vicini si sentirono belare le pecore spaventate che si chiamavano per tornare a Frattamare. I tedeschi volevano far camminare nella stessa direzione milioni di uomini in tutto il mondo, ma s’avvidero che era dif­ficile far camminare con loro trecento pecore.

Tedeschi ovunque

Dopo la partenza dei tedeschi dall’Orsaro, mi rimisi in cam­mino. A Pagazzano mi accompagnai con il geom. Visconti di Piacenza. Ultimato il rastrellamento nella zona est, era cominciato quello della zona ovest. Bergotto era in fiamme. Attraversammo il Taro. I partigiani resistevano al Castello di Lozzola al comando di Vampa (Cattini): «I tuoi sono a Baselica. Puoi avere notizie precise dal distaccamento che tro­vasi all’Olmo Grosso, sotto il Molinatico ». Era quasi mezza­notte, una guida, e via per la cima del Molinatico.

Arrivai il mezzogiorno successivo a Baselica. Nel pomeriggio con la famiglia raggiunsi Borgotaro. A Por­cigatone apprendemmo che anche a Bardi la situazione era di­sperata. Erano sopraggiunti dalla zona di Bardi il generale Roveda, il colonnello Cipriani ed altri. Mi riferirono che l’avv. Parisi, all’ultimo momento, in un gesto audace, s’era cacciato su un autocarro verso la linea del fuoco. La mattina successiva presi la via di Caffaraccia. Qui altro colpo di scena. Anche a Borgotaro i tedeschi.

All’alba del 17 luglio partimmo per Mariano di Valmozzo­la, con una treggia trainata da buoi. In prossimità del Pian della Tagliata, però dovemmo proseguire a piedi. La figlia più pic­cola aveva perduto una scarpa. Mia moglie era molto sofferente. In certi momenti avevo l’impressione che dovesse cadere per non rialzarsi più. A Mariano trovammo ospitalità presso la famiglia Occhi. Al mattino successivo, con un somarello ci mettemmo in viaggio per Prelerna. Pareva la fuga in Egitto.

In prossimità di Prelerna un contadino fuggendo ci avvertì che una pattuglia nazista era a pochi passi. Mia moglie e le figlie si rifugiarono in fretta presso una famiglia di contadi­ni. Io e Visconti ci inoltrammo in un boschetto dietro un cespuglio. La pattuglia cominciò a sparare. Poi più vicino ancora. Si sentiva il sibilo dei colpi di moschetto. Ci appiattammo dentro il cespuglio. Con le unghie grattai la terra per nascondere il primo numero del giornale della Valle del Taro: La nuova Italia, che il prof. Pelizzari aveva pubblicato, mentre mi prendeva una specie di assopimento, come se fosse finita.

Dopo mezz’ora i colpi si allontanarono. Alla sera ancora in viaggio. Il parroco di Prelerna si mostrò molto riluttante ad accet­tare donne in canonica, ma finì per acconsentire. Io e Visconti dopo mezz’ora eravamo in viaggio verso la pianura. Dovevamo approfittare della notte per uscire dal cerchio. In prossimità di Boio un’altra avventura ci fece trattenere il respiro. La notte era buia, la strada incerta e ripida. Ad un certo momento vedemmo sopra di noi, a dieci metri, un folto gruppo di ombre e il profilo di armi. Dissi piano a Visconti: « Una pattuglia di tedeschi ». Ci afflosciammo come disfatti. In quel momento uno si precipitò su di noi con una bomba e la mano alzata gridando: «Chi sie­te? ». «Amici », sibilai. Era un mio fratello che faceva parte del distaccamento di « Fra’ Diavolo» (Fiore Luigi di Sarzana) della 2ª Julia, proveniente dall’Olmo Grosso. Stavano per gua­dare il Taro per raggiungere il Montagnana. La terribile av­ventura si risolse in un abbraccio.

La sera eravamo a S. Pancrazio da Don Tito Pioli. Mi raggiunse Bruno Longhi, il «tessitore », sempre sorri­dente, ed ancor più sorrise quando mi vide così trasformato ed irriconoscibile. Dopo una settimana, quando cominciarono a tornare dai monti i primi autocarri di tedeschi e fascisti reduci dal rastrel­lamento, presi … la via del ritorno. Feci l’erta per Fosio e raggiunsi Prelerna che era notte. In­contrai un giovinetto. « Lassù dove si vede quella luce, c’è una signora che la notte scorsa poco mancò morisse». Il cuore mi si strinse come preso da una morsa. Quella tenue luce lontana segnava … « all’errante che trita notturno, piangen­do nel cuore, la pallida via della vita … ».

Mia moglie cominciò a migliorare. Mi raccontò che all’alba, dopo la mia partenza, erano sopraggiunti i tedeschi e che il comando si era insediato proprio in canonica dopo avere «rastrellato» anche il parroco. A Fosio riuscii a sistemare la famiglia presso una famiglia di contadini. Fosio era passaggio obbligato per i partigiani che da Varano Melegari e zone limitrofe si recavano sulla strada della Cisa sulla quale transitavano i tedeschi e le azioni di guerriglia era­no all’ordine del giorno.

In particolare tale passaggio era abituale di giorno e di not­te per il distaccamento Jezzi della 31ª brigata Garibaldi di cui era commissario Vincenzo Mantovani «Vinko» di Salsomaggiore. Mia moglie e le mie figlie vivevano in incognito dopo le vi­cende trascorse, in una casetta rustica, ma ben presto così da parte degli abitanti di Fosio come da parte dei partigiani si ven­ne a sapere chi erano.

Fra i miei famigliari e i partigiani nacque così della cor­dialità. Vinko raccontava: «Quando noi del distaccamento Jezzi tornavamo di notte, dopo aver minato la ferrovia Parma-Spezia o per altre azioni e passando da Fosio stanchi e inzuppati di acqua fino a metà corpo per aver guadato il Taro in piena, sen­tivamo aprire le imposte della casetta dove era rifugiata la si­gnora Savani. Ci aveva salutati nel viaggio d’andata; ora ci chie­deva come era andata l’azione, se c’erano dei feriti e ci diceva parole di incoraggiamento e di incitamento. Noi, concludeva Vinko, ci sentivamo meno stanchi e intonavamo una delle nostre canzoni, riprendendo il lungo cammino ». Nella prima quindicina del gennaio 1945 durante il rastrel­lamento in quella zona, per una settimana i tedeschi sostarono a Fosio e per quanto avessero affisso un invito per denunciare le persone estranee, i miei famigliari non ebbero noie.

Comando unico e Delegazione zona est

(3 settembre-I0 novembre 1944)

Comando unico

L’esigenza. di una maggiore collaborazione delle brigate, in ispecie dal punto di vista militare, era ormai condivisa da tutti i comandi, oltre che da larghi settori dei partigiani. In questo senso erano anche le sollecitazioni del C.L.N. pro­vinciale. Nella seconda metà dell’agosto 1944 il comandante della 31ª brigata Garibaldi: «Pablo» (Giacomo di Crollalan­za); della 12ª Garibaldi: «Dario» (il dott. Giuseppe Mar­chini); il commissario Mario (avv. Druso Parisi); della lª Julia: l’avv. Giorgio Mazzadi, « Libero» (Primo Brindani) e Dragotte (Giuseppe Delnevo), furono convocati da « Bel­lini» (Giovanni Vignali) e da « Ferrarini » (avv. Enzo Co­sta) del Comando nord Emilia, a Pian del Monte, per addi­venire alla costituzione del Comando unico provinciale.

Vennero eletti: comandante: «Pablo »; commissario politico: «Mauri» (Primo Savani); capo di stato maggio­re: «Ottavio» (Fernando Cipriani; ten. colonnello del ge­nio); vicecomandante: « Libero », vicecommissario: «Poe»(prof. Achille Pelizzari). Al convegno non intervennero la Beretta e la 2ª Julia; la 47ª Garibaldi e la Giustizia e libertà erano dislocate nella zona est. « Libero» ebbe incarico di ottenere, come ottenne, la adesione degli assenti.

Pian del Monte è una località a 850 m. sul livello del mare, o meglio un gruppo di povere case, sopra Lavachielli di Tiedoli, tra boschi e dirupi. Poco distante, in direzione del Barigazzo e della Val Mozzola, vi è il passo della Ta­gliata (m. 1231). Verso mezzogiorno la famiglia di contadini che abitava a Pian del Monte portò della polenta e della pattona dove era in corso la riunione. La prima sede provvisoria del c. v. fu Caneto sul Ba­rigazzo. Presenti: «Pablo», « Mauri » e « Ottavio », ospiti del distaccamento della 12a Garibaldi comandato da Virginio Barbieri.

Sulla cima del Barigazzo c’erano ancora le baite inter­rate alte non più di un metro che servirono di rifugio ai primissimi partigiani del «Betti». Dalla cima del Barigazzo si vedeva lo strapiombo e la vallata del Mozzola, sino al Taro.

L’atto di nascita del C.V.

A Caneto venne redatto l’atto di nascita del C.U. e cioè il documento che secondo i nostri intendimenti doveva im­primere al movimento partigiano della nostra provincia, un « salto di qualità ». Doveva cioè favorire lo spirito unitario e creare i presupposti per una disciplina di tipo militare. Ecco il documento che porta la data del 3 settembre e la firma di Pablo, Mauri e Ottavio:

« 1. Dipendenze. I comandanti di brigata sono agli ordini del C.U. tuttavia è lasciata completa iniziativa ed autonomia per quanto riguarda azioni militari che non rivestano partico­lare importanza o che comunque non possano avere ripercus­sioni sulla situazione generale. Qualsiasi variante alla dislocazione dei reparti deve essere autorizzata dal C.U.. Per quanto riguarda i servizi, il funzionamento delle singo­le brigate è indipendente. Devono però essere segnalati al C.U. le possibili eccedenze di viveri e materiale e le eventuali neces­sità. Il C.U. con le risorse provenienti dagli enti da cui dipen­de, provvederà alle assegnazioni.

2. Azioni militari. Il C.U. coordina l’azione delle dipenden­ti brigate ed impartisce gli ordini operativi. Per decisioni gravi e per operazioni di particolare impor­tanza, il C.U. convocherà, se lo riterrà opportuno, i comandanti interessati. ­

3. Formazioni. Devono essere costituite in modo omogeneo sia come entità numerica sia come armamento. Si ricorda che l’unità elementare partigiana è la squadra (10-15 uomini). Il raggruppamento di un certo numero di squadre costituisce un di­staccamento (di massima non più di 5 squadre). I singoli di­staccamenti dipendono direttamente dal comando di brigata. Ove necessario, più distaccamenti potranno costituire un battaglione. Presso i comandi di brigata dev’essere trattenuto il minor numero possibile di armi automatiche tipo sten, mitra, fucili, mitragliatrici o mitragliatori.

4. Dislocazione dei reparti e comandi. Nei paesi possono essere dislocati soltanto piccoli nuclei con compiti ben definiti. Perciò i distaccamenti non devono immobilizzarsi in una zona nella quale sarà opportuno fare frequenti spostamenti al fine di evitare l’identificazione dei reparti stessi. In modo analogo i comandi (presso i quali saranno tenuti gli elementi strettamen­te indispensabili) dovranno spostarsi con frequenza, tenendo però ben presente che non deve essere menomata la continuità dei collegamenti.

5. Informazioni e collegamenti. Il c.v. può funzionare e coordinare efficacemente l’azione delle brigate solo se è assicu­rato, mediante collegamenti sicuri e continui, il servizio infor­mazioni. A tale scopo, oltre il servizio particolare che sarà svol­to dagli organi del C.U. i comandati di brigata e gruppi autono­mi devono quotidianamente segnalare:

a) Dislocazione e consistenza delle forze nemiche che inte­ressano il territorio di loro giurisdizione. Le notizie dovranno essere raccolte e vagliate con molta cura e devono essere trasmesse tempestivamente. Evitare sem­pre la raccolta di semplici voci; precisare sempre le fonti delle notizie e la loro attendibilità.

b) Notizie circa i movimenti e l’attività delle truppe ne­miche mettendone in rilievo i presumibili intendimenti.

c) Altre notizie di qualsiasi genere che possano comunque interessare ai fini delle operazioni.

Circa l’attuazione dei collegamenti saranno dati ordini a parte. Ciascuna brigata curerà il collegamento con quella vicina. È indispensabile che le staffette viaggino col mezzo più ce­lere e sicuro. Per la tempestiva trasmissione di ordini è indispen­sabile che presso ogni comando sia sempre reperibile il comandante o il vicecomandante. Alla fine di ogni settimana ciascuno dei comandi di brigata o gruppo autonomo invierà al C.U. una breve relazione contenente la sintesi dell’attività, la situazione uomini, quadrupedi, armi e munizioni, la situazione alimentare e sanitaria, le perdite.

6. Giurisdizione territoriale. Ciascuna brigata ha giurisdi­zione su una zona di territorio che sarà ben definita. Salvo ordine specifico del C.U. elementi delle singole brigate debbono astenersi dal compiere operazioni di qualsiasi genere nel terri­torio di un’altra brigata.

7. Disciplina. È indispensabile che i reparti siano sottopo­sti ad una disciplina di carattere militare, ma imposta con in­telligenza ed equilibrio. I reati saranno giudicati dai tribunali marziali presso il comando di brigata. I reati che comportano la pena capitale saranno segnalati al C.U. prima della chiusura dell’istruttoria, ad esclusione dei casi di flagranza di reato, di abbandono di posto o di tradimento, nei quali ultimi casi sarà esteso verbale e trasmesso al C.U. Debbono essere segnalati al C.U. per particolare premio ed encomio elementi che hanno compiuto atti notevoli.

Ai comandanti e ai commissari politici sono dovuti rispetto, obbedienza e saluto militare. Le formazioni devono dar prova in ogni circostanza di serietà ed educazione. Proibire pertanto qualsiasi manifestazione chiassosa o di partito. Le formazioni di una certa consistenza (almeno una squadra) che mettono piede in centri abitati, debbono marciare inqua­drati ed al passo per quattro o per due agli ordini del coman­dante.

8. Uniforme. Si deve tendere alla maggiore uniformità pos­sibile nella foggia del vestiario. Al più presto, compatibilmente con le possibilità, ciascun patriota dovrà indossare una camicia tipo inglese o grigioverde con i distintivi di grado stabiliti da recente ordine superiore.

9. Lanci da aerei alleati. Qualsiasi questione concernente i lanci è di competenza del C.U. che provvede direttamente o indirettamente al recupero e ripartizione del materiale in rela­zione ai bisogni delle singole formazioni.

10. Requisizioni di viveri materiali. Debbono essere ri­dotte al minimo indispensabile ed autorizzate dal comando di brigata, che ne è responsabile. Dovrà essere rilasciata una ricevuta in base ai blocchi numerati, che il C.U. distribuirà ai comandi di brigata. Tali ricevute debbono recare la firma del comandante o del C.U. Le matrici debbono essere inviate al C.U. Ogni altra requisizione è ritenuta abusiva, e pertanto ne saranno gravemente puniti i responsabili.

11. Ruolini del personale. Ciascuna brigata dovrà al più presto provvedere alla compilazione di ruolini comprendenti per ciascun distaccamento tutto il personale di battaglia, paternità, domicilio, classe di leva, posizione militare ed anzianità di patriota. Pei comandanti sarà tenuto ruolino a parte. Copia di questi ultimi sarà trasmesso al C.U. al più presto.

12. Tessere. Ciascun patriota dovrà essere munito di una tessera provvisoria. Le tessere dovranno avere oltre il bollo della brigata la firma del comandante e del C.U. Sulle tessere risul­terà solo il nome di battaglia e la qualifica.

13. Caduti e feriti. Ciascun comando di brigata compilerà un elenco con le generalità dei caduti e dei feriti dall’inizio del­la campagna partigiana e per ciascun ferito o caduto una sintesi del fatto d’arme. A partire da oggi le perdite di uomini debbono essere immediatamente segnalate al C.U. con tutte le indicazioni necessarie alla documentazione di cui sopra.

14. La stazione radio si trasferirà immediatamente presso il C.U.

Il commissario politico F.to Mauri

Il comandante F.to Pablo

Il capo di stato maggiore F.to Ottavio

Il «Comitato di liberazione Alta Italia» in data 29 marzo 1945 trasmetterà poi, come si vedrà, un foglio d’or­dine a tutti i comandi partigiani nel quale, allo scopo di unificare militarmente le formazioni, indipendentemente dal­la loro origine partitica, in vista della situazione che sareb­be venuta a crearsi a liberazione avvenuta, decideva di tra­sformare le attuali formazioni partigiane in regolari unità militari, raggruppate nel « Corpo volontari della libertà ». Il Corpo volontari della libertà sarebbe stato poi ricono­sciuto dal Governo democratico italiano come parte inte­grante delle Forze armate italiane.

In gran parte si trattava delle stesse norme disposte dal Comando unico parmense sin dal 3 settembre. Avemmo cioè la conferma che fin da allora noi di Parma eravamo sulla strada giusta. Con la differenza che noi, dal 3 settembre in avanti, avemmo il tempo di realizzare, almeno in gran parte, quelle direttive, mentre, subito dopo il foglio d’ordi­ne del C.L.N.A.I., gli avvenimenti precipitarono.

Al Castello di Mariano

Dopo pochi giorni il c. u. al completo si trasferì in lo­calità Castello di Mariano. La sede era modesta, una casupola semi-diroccata, pri­ma adibita a fienile. Al pianterreno vi era la stalla per i ca­valli, ed anche per questo l’addetto alla cucina aveva do­vuto rinunciare alla battaglia contro le mosche. Le suppel­lettili erano più che primitive. Due piccoli tavoli e per la minestra si doveva attendere il turno per penuria di piatti.

Il dattilografo era un laureato in lettere. Addetto ai vi­veri era un libero docente dell’Università di Cagliari. Al Castello di Mariano si cominciò a mettere in moto la macchina. Giorno per giorno il lavoro diveniva più inten­so. Le riunioni dei comandanti e dei commissari si susse­guivano. Lo spirito unitario tra le varie brigate cominciava a dare i primi frutti. Le azioni di guerriglia assumevano proporzioni sempre più intense.

Verso la metà di settembre il vicecommissario Pelizzari fece presente che le « Julia» desideravano avere un com­missario politico e non un vicecommissario. Il C.L.N. di Par­ma qualche giorno dopo espresse parere favorevole. A se­guito di ciò anche il Pelizzari venne nominato commissario. La brigata Giustizia e libertà designò come vicecoman­dante Alpino (Enrico Tanzi) e come commissario « Schia­vi » (Afro Ambanelli). A seguito di questi rimaneggiamenti il c. u. veniva pertanto ad essere costituito in quell’epoca da un comandante, due vicecomandanti, tre commissari, ed un capo di S.M. I partigiani che sono passati da Mariano di Valmozzo­la, e sono molti, non potranno dimenticare la famiglia Oc­chi: tre sorelle di cui una vedova con due figlie.

In ogni paese c’era una famiglia particolarmente amica dei partigiani. La casa delle Occhi era sempre aperta. Vi avevano tro­vato rifugio ex prigionieri; vi era stato ospitato l’ing. Giacomo Perrari infermo; le carte e le macchine da scrivere del c.u. non appena si profilava un pericolo, in quella casa erano al sicuro; vi era riposo e ristoro per tutti i partigiani. Quando arrivarono i tedeschi a Mariano nel luglio 1944  tutti fuggirono terrorizzati. Le Occhi li attesero sul limitare della porta, simulando coraggio e disinvoltura.

Fu condotto in casa loro un partigiano arrestato che loro ben conoscevano. « Non è un partigiano, è picchiatello, non sa quel che si dica e quel che si faccia, vuol fare il partigiano e non lo è ». E continuando imperterrite a mescere del vino al tede­sco: «:È: vero che sei picchiatello? ». Dopo poco il partigiano era libero.

Il C.V. nella zona est

La zona ovest ben presto si adeguò alle direttive ed agli intendimenti del c. u. Verso il 20 settembre si cominciò a prospettare la ne­cessità di spostare il c. u. nella zona est per realizzare an­che in quella zona quel tipo di disciplina e di organizzazio­ne che ci stava a cuore. Il 25 settembre il Comando si trasferì a Marra di Cor­niglio. Trasferire un reparto da una zona all’altra della provin­cia non era impresa facile. Ne aveva fatto esperienza la 12ª Garibaldi che per ordine del c. u. da Gravago di Bardi si era trasferita in perfetto ordine e superando non lievi difficoltà in Val Parma.

Le solite tappe: Belforte, dove in canonica, commisti ai libri di chiesa, erano sten e bombe a mano; Bergotto, dove « Birra» (Giuseppe Molinari) metteva a disposizione un distaccamento per proteggere il passaggio della strada della Cisa. Una diecina di giorni dopo ci trasferimmo a Bosco di Corniglio. Quivi il comando assunse anche nelle esteriorità le caratteristiche di un vero e proprio comando militare. Era un continuo succedersi di comandanti, automezzi, porta ordini, ispettori di zona, delegazioni. Negli uffici vi era la radio della missione Rochester con la quale si comunicava col Comando alleato e con il Gover­no nazionale. Nel magazzino vi erano riserve di medicinali e di… esplosivi.

Frequenti le ispezioni di Pablo e Mauri alle brigate, alla 47ª Garibaldi a Campora e Lacrimone, alla Giustizia e li­bertà a Tizzano, alla 12ª Garibaldi a Ravarano. Poco prima della metà d’ottobre venne chiamato a far parte del c.u. anche l’ing. Giacomo Ferrari, in qualità di V. comandante.

Le brigate nell’ottobre 1943

Sulla consistenza del movimento partigiano nel nostro appennino dopo la costituzione del Comando unico, venne trasmessa al C.L.N. provinciale la seguente relazione: « … 16 ottobre 1944. Si tratta in complesso di circa 2500-3000 uomini, armati in gran parte di armi automatiche leggere, con scarso muniziona­mento. Le brigate, di 300-400 uomini ciascuna, sono otto: quattro Garibaldi: la 12ª, la 31ª, la 32ª, la 47ª; due Julia, una Be­retta, ed una Giustizia e libertà. La 12ª Garibaldi ha subito recentemente una crisi di co­mando: il commissario “Mario” (avv. Pari si) è dimissionario.

La 32ª Garibaldi si è da poco riorganizzata, con l’intervento di “Bertini” (prof. Bruno Tanzi) e “Ferrarini” (avv. Enzo Co­sta). I quadri delle Garibaldi in prevalenza sono comunisti e socialisti. Animatore delle Julia è Don Guido Anelli, parroco di Bel­forte. La brigata Beretta è comandata dai fratelli “Beretta” (Cacchioli); è una delle meglio armate, e può essere assimilata (per l’indirizzo politico dei comandanti) alle Julia. La Giustizia e Libertà è emanazione del Partito d’azione.

Oltre alle brigate vere e proprie ci sono due gruppi autono­mi: il Gruppo fiamme verdi (circa 70 uomini) comandati da Michele (avv. Michele Cisarri), e la banda del Cato costituita da circa 25 uomini. Il primo gruppo opera nella zona di Monchio, la banda del Cato nei pressi di Calestano. Tutte le brigate hanno ormai una tradizione di combattività. Le Garibaldi in particolare hanno un numero considerevole di caduti. La preparazione politica dei giovani lascia molto a desi­derare.

Ottimi i comandanti militari di tutte le brigate. I comandan­ti di brigata sono eletti dai comandanti dei distaccamenti; i comandanti di distaccamento, dai partigiani. La scelta cade sui migliori per capacità combattiva e organizzativa. Sono pure ottimi, in complesso, i commissari politici. Ogni brigata ha un capo di S.M. In genere si tratta di uffi­ciali dell’esercito. L’equipaggiamento è scadente e non è uniforme.

Le fogge dei copricapo sono addirittura stravaganti. Lo sta­to delle calzature è penoso. Se gli alleati continueranno a segnare il passo, occorrerà provvedere, in vista dell’inverno, alla dislocazione delle forma­zioni in luoghi meno esposti ai rigori del clima. Mauri ».

Nell’autunno il Gruppo fiamme verdi venne incorporato in una brigata Julia e la banda del Cato nella 12ª Garibaldi. Alle suddette forze sono da aggiungere quelle inquadra­te nelle formazioni S.A.P. e G.A.P. di pianura (circa 1200 uomini), operanti gli ordini del Comando Piazza di Par­ma, costituitosi il 1° agosto 1944 col compito di organiz­zare clandestinamente le forze della città e della zona di pianura non controllata dalle brigate.

Detto Comando fu inizialmente affidato a Renzi (dott. Gino Menconi), quindi al maggiore Montrone (Max Casaburi) e successivamente fu assunto da Masella (ing. Raffaele Froncillo).

l/attacco al Comando unico

Allo scopo di coordinare l’attività dei partigiani operan­ti in montagna con le formazioni che agivano in città e in pianura alle dipendenze del Comando Piazza e del Comi­tato provinciale di liberazione nazionale, il 14 ottobre 1944 si portarono alla sede del Comando unico, il dott. Gino Menconi (Renzi) comandante della Piazza di Parma, il mag­giore Max Casaburi del Comando Piazza, il geometra Ram­pini del Comitato di liberazione provinciale, accompagnati da alcuni consiglieri.

In vista della liberazione di Parma, che allora si rite­neva prossima, si dovevano chiarire e risolvere alcune que­stioni controverse tra le quali quella dei rapporti tra Co­mando unico e Comando Piazza. Dopo tre giorni di discus­sioni il 16 ottobre tutte le questioni furono appianate. I  membri della delegazione del Comando Piazza e del C.L.N. ad eccezione del dott. Menconi, lasciarono Bosco per ritor­nare a Parma. A tarda sera aeroplani sorvolarono la zona senza lan­ciare « spezzoni ». Ciò accadeva spesso e non era sempre possibile sapere se gli aeroplani erano tedeschi o inglesi.

A mezzanotte una colonna tedesca forte di 150 uomini, proveniente da Fornovo, mosse da Berceto con l’obbiettivo di piombare di sorpresa, alle prime luci dell’alba, sul co­mando partigiano. Un carbonaio, che i nazisti avevano prelevato a Berceto e costretto a fare da guida, fingen­do di avere smarrito il cammino, riuscì, attraverso lunghi giri viziosi, a fare compiere ai nemici un percorso più che doppio di quèllo necessario, sperando che nel frattempo qualcuno mettesse sull’avviso i partigiani. Infatti un quarto d’ora prima che i tedeschi arrivassero, una staffetta raggiun­se la sede del comando e concitatamente riferì che la sera prima alcuni ufficiali nazisti avevano cercato una guida per il passo del Cirone in prossimità di Bosco. Purtroppo era ormai troppo tardi ed i patrioti non riuscirono ad allonta­narsi. G. Menconi era in procinto di ripartire per la città e stava predisponendo le carte nella sua busta a doppio fondo.

Savani e «Ottavio », stavano ascoltando radio Londra. Gli altri membri del c.v. erano nei pressi del co­mando o nell’albergo Ghirardini. « Pablo » il comandante del c.v., dispose l’invio di una pattuglia al comando di Pri­mo Brindani in perlustrazione. Piovigginava e c’era una fitta nebbia. Verso le 10 circa del 17 ottobre, una raffica di arma automatica colpì la porta del Comando unico, al primo piano della ex sede della milizia forestale. I tedeschi erano giunti sul posto, avevano circondato l’albergo e la sede del comando. Menconi e Savani si avviarono sul pianerotto­lo d’accesso al comando per vedere che cosa stava acca­dendo. Quivi un’altra raffica colpì Menconi al fianco sinistro. Retrocedette barcollando: «Sono colpito, aiutami ». Savani lo trascinò all’interno. Mentre continuavano le raf­fiche contro la porta d’ingresso, altre investirono le fine­stre. Un attimo dopo Menconi cadde sul pavimento ordi­nando: «Salvati ».

La sorpresa non permise agli assediati di organizzare una resistenza efficace. I due componenti la missione « Roschester »: Piero Boni e l’operatore della radio « Sergio », reso inservibile l’apparecchio della radio e distrutti i cifra­ri, riuscirono, insieme con Savani, Ferrari, Pelizzari, Cipriani, Parisi, Domenico Zammarchi ed altri, a salvarsi miraco­losamente gettandosi dalle finestre, tra il sibilo delle raf­fiche di mitra che imperversavano ovunque. Delle 15 persone che si trovavano sparse nei diversi lo­cali, od in prossimità del comando, sei perirono nell’im­pari combattimento. Giacomo di Crollalanza, Gino Menconi, il conte Giuseppe Picedi-Benettini (Penola) ufficiale di collegamento, e tre partigiani di guardia: Enzo Gandolfi, Domenico Gervasi e Settimo Manenti.

Nel timore della reazione partigiana, il nemico razziò in gran fretta quanto si trovava negli uffici del comando, poi incendiati i locali e quattro case del villaggio, batté in riti­rata, portando con sé alcuni prigionieri. Subito dopo soprag­giunse un distaccamento di partigiani che, con alla testa Giacomo Ferrari, inseguì i tedeschi in direzione del passo del Cirone, con l’obiettivo di prenderli alle spalle. Soprav­venne la sera, calò la nebbia e malgrado i razzi che squar­ciavano la foschia, i tedeschi riuscirono a dileguarsi; im­possibile contare le loro perdite.

Durante la notte i sopravvissuti del comando raggiun­sero Castello di Graiana e si procedé al tragico bilancio. In una stanza dell’albergo su una rete metallica giaceva il cadavere di Menconi. Era stato trasportato dai tedeschi all’albergo, ferito mortalmente e la stanza era stata cospar­sa di materia infiammabile e incendiata. Morì tra le fiamme ed i vicini udirono i suoi urli strazianti. Sul pavimento di un’altra stanza dell’albergo giaceva il corpo carbonizzato di Picedi. Il nostro «Penola», redu­ce da una lunga camminata notturna, quando irruppero i tedeschi, impugnò il mitra e sparò fino all’ultimo colpo. I tedeschi appiccarono il fuoco anche alla sua stanza, dopo averlo colpito. Si rovesciò prono sul pavimento.

I cadaveri di Renzi e Penola erano irriconoscibili, così deformati e consunti dalle fiamme. Coloro che si erano salvati, raccontavano avventure rac­capriccianti. Il prof. Franco Franchini, che era in albergo, aveva indossato … una camicia nera, che i tedeschi avevano rie­sumato rovistando un armadio in cerca di rapina. Venne fatto prigioniero. Quando nel pomeriggio i tedeschi furono attaccati, il prof. Franchini ne approfittò per fuggire. Fu il primo a tornare a Bosco ed ebbe la tragica visione dei nostri caduti nei vari posti di combattimento.

Alla centrale di Bosco i tedeschi avevano sorpreso un camioncino condotto dalla partigiana Tedeschi Argia (<< Bru­na »), (che sposò poi il dott. Bruno Casa dirigente dell’in­fermeria). Stava dirigendosi al c.v. per ritirare del mate­riale sanitario. Sul camioncino erano saliti un partigiano ed il brigadiere dei carabinieri Ugo Ugolotti che si recava a Bosco per mettersi a disposizione del c. u. I tedeschi. uc­cisero il partigiano ed arrestarono l’Ugolotti e la Bruna. Vennero trasportati a Neviano dei Rossi. L’Ugolotti venne rilasciato qualche giorno dopo. La Bruna venne liberata dopo un mese in occasione di un cambio dei prigionieri.

Soltanto in epoca successiva si venne a sapere che il carteggio asportato dai tedeschi era stato affidato per il trasporto al sottufficiale dei carabinieri Ugolotti. Costui nell’attraversare il torrente Baganza in piena, … volontaria­mente scivolò; abbandonando alla deriva le carte, scompar­se così nei flutti della corrente. Le salme furono allineate in una stanza al pianterreno dell’albergo. Vennero accesi dei ceri. Quivi i superstiti so­starono in religioso raccoglimento. Non si fecero discorsi. Pelizzari disse: «Sono morti per la nostra idea », e Mauri: «Vi vendicheremo».

Dopo la liberazione il prof. Pelizzari dettò per i Caduti la seguente epigrafe, impressa sul marmo murato nella fac­ciata dell’albergo Ghirardini:

17 OTTOBRE 1944

TRADIMENTO MERCENARIO E AGGUATO TEDESCO

EBBERO IN QUESTE CASE RAGIONE

DEL COMANDO UNICO PARTIGIANO PARMENSE

PABLO (G  DI CROLLALANZA)

            RENZI (GINO MENCONI)

PENOLA (GIUSEPPE PICEDI)

 ENZO (ENZO GANDOLFI)

BOERI (DOMENICO GERVASI)

SETTIMIO (S. MANENTI)

 COL SUPREMO SACRIFICIO ATTESTARONO LA SANTITÀ DELLA FEDE.

I SUPERSTITI

TRADUSSERO IL FIERO AMMONIMENTO NELLA VITTORIA

 CHE FRA IL 7 E IL 24 APRILE

REDENSE QUESTA TERRA DALL’ONTA INDEGNA E STRANIERA

LA RICONSACRÒ LIBERA E CIVILE.

Secondo Pietro Secchia e Filippo Frassati (Storia della Resistenza, Editori Riuniti, 1965, pago 817), l’attacco al Comando unico parmense fa parte della seconda offensiva generale contro i partigiani ordinata dal maresciallo Kesserling il l° ottobre 1944:

« … Come prima misura ordino quindi l’attuazione di una settimana di lotta contro le bande … Per queste operazioni sono da impiegare, oltre ai reparti di lotta antibande del capo supre­mo delle ss e della polizia in Italia, anche tutte le riserve tatti­che che si trovano nella zona, una aliquota, da rendere tempo­raneamente disponibile di reparti scuola, di unità d’allarme e di comandi di piazza e aerea… Entro il 17 ottobre l’esercito ed il capo supremo delle ss e della polizia dovranno riferire sulla esecuzione… Le bande dispongono di un eccellente servizio di informazioni, nella maggior parte dei casi sono sostenute dalla popolazione… Tutti i preparativi dovranno perciò essere mascherati … Le azioni effettive sono da comunicare ai comandan­ti nei limiti assolutamente necessari e all’ultimo momento.

Nessuna comunicazione deve essere trasmessa alle truppe. Per quanto riguarda i comandanti le truppe italiane, possono es­sere messe a conoscenza solo degli elementi considerati di tutta fiducia … La lotta contro le bande deve essere condotta con la massima asprezza in conformità alle mie direttive ».

L’attacco al Comando unico fu reso possibile dalla de­lazione di uno sciagurato, Mario « lo Slavo », che pagò poi con la vita, come si vedrà in appendice al presente capitolo. Mario «lo Slavo» non solo diede indicazioni precise ai tedeschi sulla località nella quale in quel momento il Co­mando si trovava e sulla inesistenza nelle immediate pros­simità di brigate, ma addirittura condusse i tedeschi sul posto.

Giacomo di Crollalanza «Pablo»

medaglia d’oro alla memoria

In un baleno sei caduti, sopraffatti da una valanga di fuoco. Tra essi il comandante della Piazza di Parma e il comandante dei partigiani della provincia. Ad uno dei carabinieri di guardia alla sede del Comando, colpito al termine della scala, sul pianerottolo della quale venne colpito Menconi, con un pugnale fu messo a nudo il cuore, mentre una belva, in divisa nazista, ma che parlava bene !’italiano, diceva al gruppo di contadini che erano stati catturati e messi al muro contro l’albergo con mani in alto: «Ecco cosa ne facciamo noi dei partigiani ». Il giovane Giuseppe Picedi Benettini, di una vecchia famiglia della Lunigiana, aveva la nobiltà nel cuore: bel­lo, leale, modesto, pronto al sacrificio, chiedeva solo di ubbidire.

Il dr. Gino Menconi, comandante della Piazza di Par­ma, vecchio militante comunista, già condannato a 17 anni di carcere dal Tribunale speciale, venne poi confinato a Ventotene sino all’agosto 1943. Dopo l’armistizio era stato uno dei primi organizzatori della Resistenza a Firenze, e si era poi trasferito in Emilia. La perdita che più preoccupava, ai fini della continuità della guerriglia, era quella di Pablo, il prestigioso coman­dante del Comando unico. L’8 settembre, al momento dello sfacelo dell’esercito regio era a Parma tenente dei granatieri, lontano dalla fa­miglia, senza mezzi e conoscenze. Per istinto rifiutò di ade­rire al nuovo ordine. Ebbe occasione di conoscere Giuseppe Guatelli, commesso viaggiatore, vecchio militante del­l’antifascismo che aveva conosciuto il carcere e il confino. Non vi era altra via d’uscita per vivere. Giacomo di Crolla­lanza venne assunto come agente produttore, e andò in giro per le città dell’Emilia, con una pesante valigia di minute­rie metalliche e coltellerie di ogni genere.

Cadde ben presto n Cadde ben presto nella rete spionistica e venne incarce­rato. Gli fu offerta la libertà a condizione che accettasse di assumere servizio nell’esercito nazi-fascista. Nell’occasione fu percosso a sangue. Il suo desiderio era quello di uscire per cominciare « sul serio », come diceva lui, la lotta con­tro i nemici della Patria. L’evasione tanto sospirata fu fa­vorita da un’incursione aerea che nel giugno 1944 danneg­giò il carcere di S. Francesco. Rimase a Parma qualche giorno per riordinare le sue poche cose, consegnò la divisa da ufficiale ad una famiglia di conoscenti, e munito di una rivoltella, prima di recarsi in montagna, salutò gli intimi: « Da oggi se verranno a prendermi dovranno fare i conti con questa ».

A Vianino, sopra Varano Melegari, era in corso un’azio­ne. I partigiani erano in possesso di una mitragliatrice, che Pablo sapeva manovrare molto bene. Per diverse ore, Pa­blo, lacero, la barba incolta, semplice partigiano fra par­tigiani, finché ebbe munizioni, tenne testa ai tedeschi. Fe­rito si lasciò rotolare dal ciglio sul quale si trovava ed i tedeschi lo credettero morto. Poco dopo, quei partigiani lo vollero comandante del distaccamento. Seppe che quel Guatelli che lo aveva aiutato era stato arrestato. Fece dei prigionieri tedeschi e pretese, in occa­sione del cambio, la liberazione del benefattore.

Venne poi eletto comandante della 31ª Garibaldi, della quale era commissario politico Luigi Leris « Gracco », di origine bergamasca, nobile figura di antifascista e parti­giano. La 31ª Garibaldi divenne ben presto una delle bri­gate meglio organizzate e più efficienti. Quando Pablo venne assunto al Comando unico, dagli occhi di Gracco spuntarono delle lacrime. Avrebbe dovuto separarsi dal compagno di lotta. Fu sostituito al comando della 31ª Garibaldi dal prof. Ettore Cosenza « Trasibulo ». Nel nuovo Comando unico Pablo partecipava alle di­scussioni che erano piuttosto numerose, ma il suo cuore era nelle località dove i partigiani erano impegnati negli scon­tri a fuoco contro i tedeschi. Si rendeva conto della nuova sua posizione, e nulla eccepiva a chi gli faceva presente che il comandante del Comando unico non doveva e non pote­va per ovvie ragioni esporsi continuamente nelle azioni di  guerriglia. Poi sull’imbrunire si dileguava, si recava cioè dove era in corso un combattimento, e ricompariva il gior­no dopo.

Godeva di un grande prestigio. Nei primi tempi i parti­giani non sapevano neppure come fosse il Comando uni­co, ma sapevano benissimo chi era Pablo, il « comandante ». Nella 3ª decade di settembre il Comando unico era a Marra. Il Comando era al completo. C’era inoltre Vignali del nord Emilia. Il capitano Holland della missione allea­ta, ci comunicò che era intendimento del Comando alleato di invitare i partigiani a sciogliere le brigate ed a ritornare alle loro case, in vista dell’inverno ed in attesa della prima­vera e della ripresa delle operazioni.

La comunicazione era sconcertante per molte ragioni. Come era possibile tornare alle nostre case, se le nostre case erano state saccheggiate ed occupate dai tedeschi? Per chi aveva ancora la casa, voleva dire andare in bocca al lupo. Holland aveva appena finito di parlare e qualcuno di noi pensava che era opportuno uno scambio di idee prima di rispondere. Pablo, all’improvviso, e non in modo diplomatico, perché accompagnò le parole con un pugno sul tavolo, rispose per tutti senza por tempo in mezzo: «Non possiamo e non intendiamo smobilitare; noi siamo italiani, e seguiremo gli ordini del nostro governo e del Comitato di liberazione nazionale» .

La mattina del 17 ottobre 1944, subito dopo i primi colpi di arma da fuoco, avrebbe potuto con molta proba­bilità porre in salvo la sua persona. S’affrettò a risalire le scale dell’albergo, per prendere il mitra che aveva lasciato momentaneamente in camera. Il cerchio si chiuse all’improv­viso, e dalla finestra cominciò a sparare contro i tedeschi che ormai erano a pochi metri. Poi continuando a sparare si lanciò dalla finestra, ma una raffica lo colpì mentre toc­cava terra sul viottolo a tergo dell’albergo Ghirardini.

Nella chiesa di Bosco

Le mosse dei tedeschi non erano state avvertite da un distaccamento che stazionava al passo del Cirone. Pare che il passo sia stato aggirato. Molto si era discusso in precedenza sull’opportunità di porre una brigata a difesa del c. u. Era prevalso il concet­to di dislocare le brigate nei luoghi dove si poteva attac­care il nemico. Le armi più efficaci erano destinate ai distac­camenti in azione contro i tedeschi, e non per proteggere i comandi.

Il Comando unico avrebbe dovuto spostarsi sistematica­mente, ed in caso di necessità anche d’urgenza. Non era stato previsto il tradimento. La desolazione, la morte, la rovina e il terrore regna­vano nel piccolo paese di Bosco. Anche i Ghirardini pro­prietari dell’albergo erano stati messi al muro sotto la mi­naccia della fucilazione. L’angoscia era in tutti, per i com­pagni caduti, e per il timore che la tragedia potesse avere ripercussioni sulle azioni militari in corso.

Il giorno dopo ci riunimmo nella chiesetta di Bosco. Tutte le case avevano le porte chiuse e non era il caso di costringere quella povera gente, ancora in preda alla di­sperazione, a darci ospitalità. Occorreva procedere subito al riordinamento del Co­mando, alla sostituzione di Pablo, alla convocazione dei comandi di brigata, alla continuazione dell’attività bellica. Tutto ciò accadde nell’atmosfera religiosa della chiesa, come si trattasse di un rito.

L’agguato tedesco, pur nel dolore per le gravi perdite, anziché fiaccare, aveva resa ancor più tesa la nostra volon­tà di lotta per vincere ad ogni costo la feroce tracotanza nemica. All’ing. Ferrari, che assunse da quel momento il nome di « Arta » venne interinalmente conferito il comando mi­litare. I comandanti di brigata furono convocati a Belfor­te. Parisi rimase in zona per i funerali e la liquidazione delle pendenze.

Il nuovo C.V.

Tutti i comandanti di brigata il 23 ottobre 1944 rag­giunsero Belforte. Vi era anche Cervi Silvio che col suo gruppo proveniva da Mariano diretto verso la zona est. Fu chiamato a presiedere la riunione il prof. Pelizzari. Dopo molte discussioni venne in definitiva adottato il cri­terio proposto da Mauri di formare un nuovo Comando più snello, sulla falsariga del Comando Piazza. La nomina dei tre commissari (comunista, democristiano, Partito d’azio­ne), convalidava e perpetuava troppo apertamente le diffe­renziazioni politiche. Altrettanto poteva dirsi per i tre vicecomandanti.

Le brigate Garibaldi avrebbero potuto designare il co­mandante o il commissario. Altrettanto le brigate Julia e le brigate Beretta. La Giustizia e libertà avrebbe proposto il vicecomandante ed il vicecommissario. Le discussioni si protrassero per parecchie ore. Avendo la Julia espresso il desiderio di designare il commissario politico .nella persona del prof. Pelizzari le brigate Garibaldi nominarono, quale comandante l’ing. Fer­rari. La Giustizia e libertà, quale vicecomandante desi­gnò «Alpino» (Arnaldo Tanzi) , e quale vicecommissario l’avv. Vincenzo Bianchi.

Il Comando così ricostituito riprese immediatamente a funzionare, emanando tutte le disposizioni atte a rimedia­re agli inconvenienti derivanti dal fatto che tutte le carte, anche le più riservate, erano state (così si credeva allora) asportate dai tedeschi. Al termine della seduta il nuovo Comando, trasmise al C.L.N. di Parma e al Comando nord Emilia la seguente lettera:

«24-10-1944. La snellimento del nuovo Comando, la con­corde volontà di fare sì che in esso fossero equamente rappre­sentate con unanime consenso tutte le forze politiche, e neces­sità d’ordine puramente tecnico, hanno portato alla conseguen­za che nel nuovo Comando non sia compreso il prof. Mauri il quale nel Comando precedente tenne con grande e meritoria operosità l’ufficio, prima di commissario politico unico, poi di commissario politico assieme coi commissari politici designati dalle brigate Julia e Giustizia e libertà. Tanto ai comandanti di brigata convenuti in assemblea, quanto ai componenti il nuovo Comando unico, sembrerebbe utile ed opportuno che l’impegno, l’attività e le doti politiche del Mauri venissero utilizzate nel movimento patriottico in questa sua fase definitiva. Essi con­fidano che o la delegazione nord Emilia o il Comitato di libera­zione nazionale vogliano mettere a profitto il Mauri con fun­zioni equivalenti a quelle importanti e delicate che egli ha svolte fino ad ora.

La delegazione zona est

Il Comitato di liberazione provinciale di Parma, avuto sentore di quanto accaduto a Bosco, ed all’oscuro, per il ritardo e le difficoltà delle comunicazioni, della immediata ricostituzione del nuovo Comando unico, aveva proceduto alla nomina di … un altro Comando unico, nelle persone del colonnello Paolo Ceschi (Gloria) quale comandante, e del­l’avv. Primo Savani commissario di guerra (la nuova deno­minazione dei commissari politici). Ovviamente il Comitato di liberazione provinciale non aveva ricevuto neppure la breve relazione di Mauri che porta la data del 16 ottobre 1944. Si diceva in quella relazione:

« I comandanti di brigata sono eletti dai comandanti di di­staccamento… I partigiani non tollererebbero capi imposti dal­l’alto e da estranei ». Era ormai una prassi costante nel nostro movimento quella di eleggere i comandanti ed i commissari. Fra l’altro il colonnello Ceschi non era conosciuto nep­pure fisicamente dai partigiani del parmense.

D’altra parte il C.L.N. non poteva considerarsi «un in­truso ». Andavamo ripetendo in ogni occasione che il C.L.N. rappresentava nelle zone occupate dai tedeschi il Governo nazionale, e le formazioni partigiane dovevano considerar­si reparti dell’esercito. Dal punto di vista formale i partigiani dovevano essere subordinati al C.L.N. e non viceversa.

Nella realtà le cose non erano così chiare e semplici. Si erano create delle divergenze di vedute. Proprio per questo il dr. Menconi con i delegati del C.L.N. si era recato a Bosco alla vigilia della tragedia. Però sulla forma elettiva dei comandi i partigiani non erano disposti a mollare. Si profilava una situazione assurda e foriera di gravi conseguenze. C’era chi prospettava la necessità di ricorrere ad un atto di forza. Occorreva risolvere la questione al più presto.

Fu indetta un’altra riunione a Barigazzo di Gravago (Bardi). Altro viaggio sotto la pioggia da Belforte a Gravago per monti, valli e guadi di torrenti in piena. Erano presenti i membri del c. u. eletto a Belforte, il co­lonnello Ceschi e Mauri, Costa e Vignali del nord Emilia. La discussione si protrasse a lungo ed in certi momen­ti si poteva avere l’impressione della rottura, tanto erano divergenti le posizioni. Da una parte Ceschi non voleva arrendersi. Dall’altra Pelizzari con il prestigio che godeva, si faceva forte del re­sponso democratico di tutte le brigate.

Finalmente Mauri, adducendo fra l’altro la necessità di articolare il Comando unico in due zone, la ovest e la est, al di qua e al di là della Cisa, anche per le difficoltà dei collegamenti, propose di lasciare inalterato il c. u. elet­to a Belforte, e di creare la delegazione zona est affidando­ne il comando al col. Ceschi, con Mauri commissario. La delegazione avrebbe dovuto avere una propria auto­nomia, però sempre sotto la giurisdizione del c.U.

Il modus vivendi venne accettato e fu un sospiro di sollievo. L’avv. Costa redasse una breve relazione che ven­ne sottoscritta da tutti: «Il giorno l0 novembre 1944 presso la sede del c. U . si sono riuniti “Perrarini” (avv. Costa) e “Bellini” (Vignali) del Comando nord Emilia, il comandante Arta, il commissario di guerra Poe, il vice comandante Alpino, il capo di stato maggiore Nardo e Mauri. Dopo un’ampia relazione sulle vicende occorse al Comando unico del parmense durante la giornata del 17 ottobre, i rappresentanti del nord Emilia riconoscono la piena legittimità del Comando unico eletto il 23 ottobre u.s. dai comandanti di brigata. Viene inoltre decisa, su proposta di Mauri la costituzione di una delegazione del Comando unico per la zona est della provincia, in persona del comandante Gloria, del commissario di guerra Mauri, del capo di S.M. Nardo. Nell’oc­casione vengono nominati capo di S.M. del c.v. Ottavio, e ispet­tore giudiziario del c.v. Mario ».

(<< Nardo » era il capitano Tarantini, « Ottavio » come si è visto, il colonnello Cipriani e « Mario », l’avv. Parisi).

Il rastrellamento del novembre 1944

A Corniglio, la sera del 18 novembre, sopraggiunse il capitano Holland, capo della missione alleata, il quale comunicò che a Prato di Monchio vi era stato un « lancio» di circa 400 bidoni, con viveri, armi, vestiario ecc. e che si doveva subito procedere alla distribuzione a tutte le bri­gate dell’est, già preavvisate. La mattina dopo « Mauri» era a Prato di Monchio.

Per tutta la giornata, una domenica, si provvide alla di­stribuzione … della manna piovuta dal cielo. Vi erano armi pesanti, sacchetti di the, esplosivi, scatolame di ogni ge­nere. La mattina del 20 novembre, gli autocarri, le tregge e i muli carichi si misero in viaggio per tornare alle rispettive brigate.

Fu in quell’occasione che Mauri abbracciò per l’ultima volta, senza saperlo, Brunetto Ferrari del comando della 47ª. Qualche momento dopo in direzione di Palanzano si sentirono scariche insistenti di mitragliatrici. Poco dopo si videro grosse vampate di fumo in direzione di Beduzzo. Stava cominciando un altro rastrellamento. Ormai ave­vamo una certa esperienza. Ebbe inizio proprio quando avrebbe dovuto entrare in funzione nella zona est il Comando della delegazione. Per dieci giorni una valanga di ferro e di fuoco si ab­batté sulla zona.

I partigiani subirono gravi perdite. Ne avemmo la con­ferma quando ci pervennero le comunicazioni dalle brigate. Eccone due: «Brigata III Julia – Distaccamento Corazza – 2 dicembre1944. Il giorno 20 novembre, all’inizio del rastrellamento undici uomini del distaccamento Corazza (in testa il vicecomandante del distaccamento), mentre tentavano di transitare per il passo del Ticchiano sopra Ceda di Monchio, venivano sorpresi da un folto gruppo di tedeschi appostati sulla costa, i quali aprivano immediatamente il fuoco. I nostri rispondevano prontamente nel tentativo di ritirarsi. Nella breve lotta, in cui il nemico faceva uso di armi pesanti, due dei nostri rimanevano sul campo, vit­time del loro dovere, e precisamente: il marchese Ricci Ottavio, Gianluigi, nato a Parma della classe 1925; e Guatelli Rubens di Oreste,- nato a Pastorello della classe 1921 ».

«47a brigata assalto Garibaldi – 3 dicembre 1944. Oggetto: Elenco dei patrioti caduti durante il rastrellamen­to del novembre scorso. Alla delegazione del Comando unico operativo. Inviamo l’elenco richiesto da codesto Comando.

IVAN – Comandante la brigata – Zucchellini Aldo di Giuseppe, di Belmessieri Angela, nato il 30-12-1917 a Isola di Palanzano ed ivi residente, arruolato il     1° aprile 1944.

RAFFAELLO – Capo di S.M. della 47ª brigata – Coen Remo fu Raffaello e di Picchi Genoveffa, nato a Parma il 23-3-1913 res. a Parma, arruolato il 25-5-1944.

FRANCI – Vicecommissario politico di brigata – Ferrari Bruno di Giacomo e di Venturini Laura, nato a Langhirano il 29-10-1917 residente a Parma, arruolato nell’ottobre 1943.

RAUL – Del distaccamento Cavestro – Sambuchi Rodolfo di Bernardo e Sambuchi Emma, nato nel 1922 reso a Tizzano, arruolato il 18-6-1944.

MARCO – Bertozzi Daniele di Giovanni e Maini Elisabetta, nato nel 1925 reso a Parma, arruolato il 20-8-1944, appartenente al distaccamento Cavestro.

CATO – Del distaccamento Nadotti – Rosa Romeo fu Speri e di Biasoli Vittoria, nato il 20-1-1926 residente a Sala Baganza.

VENTO – Del distaccamento Nadotti – Ria Domenico di Giuseppe e Pietrucchi Ida, nato il 18-8-1920 residente a Monchio del­le Corti, arruolato il 13-8-1944.

FOLGORE – Del distaccamento Nadotti – Campelli Giovanni di Fortunato e di Ponticelli Maddalena, nato il 2-12-1922 re­sidente a Isola di Palanzano, arruolato il 15-5-1944.

CELSO – Del 2° btg. Lambertini Giorgio comunicheremo i dati anagrafici che sono già stati richiesti alla famiglia.

Il capo di stato maggiore

« Bevilacqua ». .

Un’avventura paradossale visse in quei giorni il dr. Copercini del Comando della 12a Garibaldi. Costretto a nascon­dersi in un pagliaio, vi rimase per alcuni giorni. Solo duran­te la notte poteva mettere fuori la testa e le mani, per man­giare ciò che i contadini, arrischiando la vita, gli porta­vano. I tedeschi erano alloggiati in quel casolare, e prima di andare, con una baionetta, infilarono più volte il pa­gliaio, per assicurarsi che non vi era nascosto nessuno. Copercini sentiva la lama che gli rasentava le gambe …

La brigata Pablo

I tedeschi avevano lasciato Corniglio il 10 dicembre. Come sempre accadeva al termine del rastrellamento, tutte le porte erano sprangate anche per i partigiani, e la gente del luogo per ventiquattro ore non parlava come se fosse ammutolita. Poi la vita riprendeva gradualmente. La stessa giornata nel pomeriggio si ritrovarono sul Caio: Vignali, Holland, Costa, Parisi, Bianchi, Savani, Ambanelli e Tarantini. Bisognava rimettersi pazientemen­te al lavoro. Anche se colpiti dal fulmine pur l’avvenire era­vamo noi… Il Comando della delegazione si insediò in lo­calità Carobbio di Tizzano.

Il colonnello Paolo Ceschi era nuovo nel movimento partigiano della nostra provincia, risentiva della sua edu­cazione tipicamente militare, e per temperamento tendeva ad ignorare ed a invadere le funzioni del commissario. Per prima cosa si doveva procedere alla riorganizzazio­ne delle quattro brigate che operavano in zona prima del rastrellamento: la 47ª Garibaldi, la 12ª Garibaldi e due brigate Giustizia e libertà. Dalla originaria Giustizia e li­bertà ne erano sorte due.

Il rastrellamento aveva inciso profondamente sulla con­sistenza delle brigate. Per le due Garibaldi, si trattava di procedere al riordi­namento dei rispettivi comandi, e l’opera si presentava re­lativamente facile. Per le Giustizia e Libertà, la crisi era più profonda. Anzitutto occorreva risolvere la posizione di Afro Amba­nelli (Schiavi). Il modo come aveva condotto certe azioni di rappresa­glia in ispecie a Corniglio, poco prima del rastrellamento, aveva richiamato l’attenzione del C.D., del Comitato provin­ciale di liberazione, e del capitano Holland. Holland a no­me del Comando alleato, aveva preso posizione decisa con­tro lo Schiavi, chiedendone l’allontanamento dalla zona in un primo tempo, e successivamente l’arresto e il deferimen­to al Tribunale militare. Da quel momento la sorte dello Schiavi era segnata. Riuscì ad ottenere una condanna rela­tivamente mite perché era stato in precedenza un ottimo partigiano ed era stato ferito in combattimento.

L’altro esponente del Partito d’azione, Bianchi Bruno (Viti), subito dopo il rastrellamento, e prima ancora che il Comando della delegazione est fosse in grado di inter­venire, aveva di sua iniziativa sciolto le due brigate, natu­ralmente col proposito di ricostituirle su nuove basi. Vennero designati quattro comandanti provvisori con il compito di ricostituire le brigate, salvo procedere subito dopo alla elezione dei comandi: «Nardo », Tarantini per la 47ª Garibaldi, « Camillo », Dario Giagnorio per la 12ª, « Paolo », Arnaldo Lauritzen e « Otto» Luna Ottavio per le due Giustizia e libertà; il tutto sotto il controllo di un ispettore militare: il capitano Mezzatesta (Jack).

Il dott. Arnaldo Lauritzen (ex sacerdote danese che era venuto a trovarsi in zona nel settembre 1943 ed aveva par­tecipato dall’inizio ad azioni di particolare rilievo acqui­stando grande prestigio), ben presto ruppe gli indugi e la sua brigata divenne la 3ª Julia. Nella brigata comandata da « Otto» (Luna Ottavio) si vennero determinando invece vivi contrasti fra i comandanti di distaccamento: una parte voleva farne una Garibaldi, altri una Julia. Si batteva con particolare accanimento per la Garibaldi l’ing. Lino Bergamaschi. Per la Julia insisteva il dr. Sergio Bertogalli.

Il commissario Mauri avrebbe preferito che almeno una delle Giustizie e libertà sopravvivesse col suo indirizzo ori­ginario, per l’equilibrio politico dei partiti del C.L.N. e per mantenere viva la tradizione di una brigata che aveva così bene operato nel passato e subito tante perdite. . Dopo una laboriosa riunione di tutti i comandanti di distaccamento a Beduzzo di Corniglio, presieduta dal com­missario Mauri, permanendo vivi i contrasti (10 voti per la Garibaldi, 10 per la Julia), venne deciso di dare alla bri­gata il nome di «Pablo », l’eroico comandante del c.v. caduto a Bosco.

Venne eletto comandante il capitano Mezzatesta e com­missario il dr. Sergio Bertogalli.

Appendice

Uno dei crimini più sconcertanti

A fine agosto 1944 in Parma vennero uccisi dai gappisti due militi della brigata nera. Per rappresaglia i dirigenti del fa­scio e della brigata nera riunirono alla sede della brigata nera sette «politici» in istato di detenzione. Dapprima, durante la notte, i militi della brigata nera e fra questi i comandanti si posero su due file lungo un corridoio, costringendo le vittime designate a passare fra bastonate, per­cosse, e sevizie, sballottati dall’uno all’altro dei militi infero­citi come lupi, finché sfiniti e sanguinanti poterono reggersi in piedi. Alla fine quando i sette martiri non erano più che un ammasso informe di membra sfigurate, furono trasportati in piazza Garibaldi e venne simulata una parvenza di fucila­zione. .

A cura dell’amministrazione comunale, finita la guerra ven­ne murata in piazza Garibaldi una lapide con la seguente epi­grafe:

AVV. GIUSEPPE BARBIERI – AFRO FANTONI

ANGELO FERRARI – GEDEONE FERRARINI – ELEUTERIO MASSARI

OTTAVIO PATACCINI – BRUNO VESCOVI

SEVIZIATI E TRUCIDATI IN QUESTA PIAZZA

DAI NAZI-FASCISTI LA NOTTE DEL 1° SETTEMBRE 1944

 LA CITTÀ DI PARMA

NON VIDE MAI NEI SECOLI

SCEMPIO COSÌ CRUDELE DEI SUOI FIGLI

 IL LORO SPIRITO VIVRÀ ETERNO

COME L’AMORE DELLA GIUSTIZIA E DELLA LIBERTÀ

Per avere la conferma del grado di obbiezione e di asservi­mento dei cronisti dell’epoca, basterà tener presente che la no­tizia della morte orrenda dei sette martiri venne data dalla Gazzetta di Parma del 2 settembre 1944 sotto il titolo: «Giu­stizia necessaria».

Le prime prove del Comando unico

A Castello di Mariano nella prima decade del settembre 1944 pervenne la notizia che durante la notte c’era stato un « lancio », nella zona di Osacca, che la brigata Beretta riteneva a torto od a ragione fosse a lei destinato. Uno dei motivi per cui era sorto il Comando unico, era proprio la necessità di distribuire razionalmente, secondo la ne­cessità delle singole brigate, i lanci. La storia dei « lanci» prima della costituzione del Comando unico, è una storia di litigi e di discussioni a non finire fra i gruppi e le brigate.

Ogni brigata riteneva di essere in relazione col Comando alleato e di essere la favorita e destinataria di un lancio che venisse fatto nella zona da essa controllata od in zona limitrofa. La competenza esclusiva del Comando unico per la distri­buzione dei lanci risultava dalla circolare costitutiva del Co­mando, ma non era ancora a conoscenza dei vari distaccamen­ti delle brigate in ogni parte della provincia.

Era perciò necessario recarsi subito sul posto per comincia­re a far sentire di fatto la «presenza» del nuovo comando. Pablo assicurò che, dopo essersi recato a Specchio di Soligna­no, sarebbe arrivato ad Osacca in tempo. Mauri si mise in cammino, e quando arrivò sul posto, trovò una decina di bidoni raccolti da un distaccamento della brigata Beretta. Mauri si rese conto che sarebbe stato puerile ricorrere alla forza. Cercò di mettere in mostra i distintivi del grado che aveva sul petto, e di spiegare i compiti che aveva il C.U., fra cui quello di distribuire i lanci, annunciando che da un mo­mento all’altro sarebbe arrivato il comandante Pablo.

Gli uomini stavano a sentire, ma non mostravano di dare molta importanza né ai gradi né alle parole di Mauri. Mauri provò ad avvicinarsi ai bidoni per aprirne uno, come gesto simbolico di possesso. Il comandante del distaccamento inter­venne, ripetendo che il lancio era della «Beretta ». Non c’era da scherzare. Erano passate circa due ore. Pablo non arrivava. Il C.U. alla prima prova pratica stava per essere sopraffatto. All’ultimo momento, quando l’opera temporeggiatrice di Mauri stava per esaurirsi, comparve fra le piante, a cavallo, Pablo, sorridente, con una buona scorta armata. Ed ecco l’incanto. Gli uomini del­la brigata Beretta ammutolirono, si alzarono in piedi e si posero sull’attenti. Pablo non spese parole vane. Diede ordine agli uomini di caricare i bidoni su una treggia sopraggiunta per il trasporto a Mariano, a disposizione del Comando unico.

Il tradimento di Mario lo Slavo

«Corniglio 19 ottobre 1944. Da poche ore si sono svolti i funerali delle gloriose salme di Bosco. La sera è calata con tutte le sue malinconie, con tutte le sue ombre. E di malinconia infinita e di ombre opprimenti è pieno l’animo di ognuno di noi … Nella stanza ove si è consumato il rancio serale nessuno parla: ognuno segue per suo conto i propri pensieri, senza renderne partecipi i compagni. Ad un tratto il silenzio è rotto dall’entrata del comandante il “fratelli Bandiera”, che dice: “Mario lo Slavo”, è alla Sesta inferiore a casa della fidanzata. Egli è stato fatto prigioniero cinque giorni fa dai tedeschi a Canesano. Come mai può essere già libero.

La notizia veramente strana, sorprende tutti. Chi conosce i sistemi dei tedeschi, sa che essi non abban­donano troppo facilmente la preda. Si decide di mandarlo a prendere perché dia spiegazioni. Jago che troverà gloriosa morte nel rastrellamento di fine no­vembre parte in motocicletta e ritorna con l’interessato dopo circa un’ora. “Mario lo Slavo” entra, pallido in volto. Saluta freddamente, quasi timoroso di un qualche pericolo a lui so­vrastante. Senza tanti preamboli, gli chiediamo spiegazioni sul­la sua sospetta liberazione. Risponde narrandoci di essere stato sorpreso il sabato precedente sulla piazza di Canesano da alcu­ni tedeschi, usciti fuori improvvisamente dalla foltissima nebbia; di avere loro raccontato di essere un milite repubblicano prigio­niero dei partigiani; di essere stato condotto al comando tede­sco alla petrolifera di Neviano Rossi; di essere stato trattato bene, perché i tedeschi avevano “bevuto la fola”; di essere scap­pato infine al lunedì dirigendosi subito, attraverso i monti, alla Sesta, ove era arrivato il martedì mattina dopo avere cammi­nato tutta la notte.

Il racconto, pieno di contraddizioni e di pause, con riferi­menti a date, luoghi ed avvenimenti errati, non convince nes­suno. “Mario lo Slavo” viene fermato e posto sotto sorveglian­za in attesa di accertamenti. L’indomani mattina arriva, portato da una staffetta, un fo­glio contenente la prima parte dell’interrogatorio (domande e risposte) reso da “Mario lo Slavo” ai tedeschi a Neviano Ros­si, e captato dal nostro servizio di spionaggio presso quella se­de. Subito, dalla prima lettura del documento, appare la gra­vità delle informazioni date. La dislocazione dei comandi di brigata e di parecchi distaccamenti della 12ª e 47ª brigata Garibaldi, i loro effettivi ed armamenti, il nome dei comandanti sono stati da lui denunciati.

Si profila così in tutta la sua gravità l’imputazione di tra­dimento a carico del fermato che viene interrogato di nuovo. A bruciapelo gli vengono contestate le nuove circostanze. “Mario lo Slavo” impallidisce, ma subito si riprende e conferma il racconto della sera precedente. Il fermo viene tramutato in arresto.

Nel pomeriggio una staffetta giunge da Fornovo e da Ca­lestano con nuove e più gravi accuse a suo carico. I nostri informatori ci avvertono, infatti, che nel pome­riggio del lunedì precedente due autocarri di tedeschi prove­nienti da Neviano Rossi e diretti verso la Cisa, sono transitati dai due paesi. In mezzo ai tedeschi è stato notato “Mario lo Slavo” che, sorridente ed armato di mitra, fumava una siga­retta e conversava, cordialmente con essi.

La notizia offre immediata consistenza ad un terribile so­spetto, che già si poteva formulare mettendo in correlazione fra di loro le risposte imprecise e contraddittorie di “Mario lo Sla­vo”, la sua sospetta presenza in zona nel giorno stesso del­l’attacco al C.U., e, infine, la circostanza, a noi già nota, che le truppe tedesche partecipanti al colpo su Bosco facevano par­te del presidio di Neviano Rossi. Un terzo e più stringente interrogatorio si rende così ne­cessario.

“Mario lo Slavo” cerca di resistere nella versione data, poi si smarrisce nel dedalo delle bugie e parzialmente confessa. Ri­conosce di essersi accompagnato ai tedeschi nel viaggio Neviano ­Berceto; ammette di avere conosciuta la loro intenzione di re­carsi a Bosco per assalire il c. u.; ma aggiunge di essere fuggi­to appena arrivato a Berceto. E narra una rocambolesca fuga, illustrandola con particolari così ingenui, quali soltanto una mente in preda alla più folle paura può immaginare. A nulla valgono le contestazioni.

Egli ha sposato il suo racconto; lo considera l’unica sua ancora di salvezza, e vi si aggrappa disperatamente, senza com­prendere che esso costituisce, per la sua stessa fantasiosa inge­nuità, un atto di accusa. “Mario lo Slavo” resiste. È però scritto nel libro del suo destino che egli non possa sfuggire alla giusta pena. Ci perviene, infatti, poche ore dopo, la voce che un giovane pastore, residente alle” Capanne”, ha affermato di essere stato costretto ad accompagnare, durante la notte dal lunedì al mar­tedì, i tedeschi dalle “Capanne” al passo del Cirone, e di avere constatato come fra di essi vi fosse un italiano, biondo, di media statura con alcune dita di una mano mozzate, vestito da parti­giano.

“Mario lo Slavo” era, per l’appunto, biondo, di media sta­tura con alcune dita di una mano mozzate. Viene dato l’immediato ordine di ricercare il pastore, che, rintracciato, arriva l’indomani a Corniglio. Interrogato, conferma la voce. Richiesto se riconoscerebbe l’italiano da lui visto, risponde affermativamente. Viene messo allora a confronto con “Mario lo Slavo”. Appena questi entra nell’ufficio, ove si svolge la istruttoria, il pastore grida: “È lui”.

Il momento è veramente tragico.”Mario lo Slavo” pallidissimo, al quale nulla era stato detto ancora in merito alla nuova prova, ribatte incautamente con voce malferma: “Non è vero. lo non ti conosco”. Il pastore replica: “Arrivati al passo del Cirone tu hai detto al coman­dante tedesco: ora posso condurvi a Bosco anche da solo. E il comandante allora ha licenziato me e il Furbett”. Di fronte a sì precisa e terribile, decisiva accusa, “Mario lo Slavo” non trova di meglio che rispondere: “Non è vero; non è vero”.

Il confronto è finito. Il pastore viene congedato. Ai pochi presenti, che hanno assistito alla scena pallidi ed immobili, il giovane pastore è apparso come la incarnazione della Nemesi partigiana, e le sue parole sono risuonate alle loro orecchie come una sentenza di morte.

“Mario lo Slavo”, invitato a confessare nega: recisamente nega. Ma finalmente, dopo lunghi tentennamenti – inconsape­vole della gravità dell’affermazione che stava per fare – egli dichiara: “Dirò la verità. I tedeschi, appena fui portato a Neviano, mi promisero la libertà alla condizione che io li condu­cessi a Bosco. lo accettai, con l’intenzione però di fuggire ap­pena mi fosse possibile. Ed, infatti, arrivati al bacino, io sono scappato” .

In risposta ad una precisa domanda, soggiunse poi: “I te­deschi volevano che li accompagnassi io, perché nel caso che ci avessero visti nei pressi di Bosco, la gente, vedendoli insieme a me, conosciutissimo nella zona, li avrebbe scambiati per par­tigiani” . “Mario lo Slavo”, riteneva che l’essere egli – a suo dire ­fuggito una volta arrivati al bacino, lo discriminasse completa­mente da ogni colpa e responsabilità. La confessione del traditore conclude la istruttoria: la mor­te di Pablo e dei suoi cinque compagni, è diretta conseguenza dunque, del tradimento di “Mario lo Slavo”.

Due giorni dopo si celebra il pubblico processo innanzi al Tribunale militare partigiano. L’imputato regolarmente assistito da un difensore, conferma le ultime dichiarazioni rese in istruttoria, e riconosce per vera la testimonianza resa dal giovane pastore >>.

(Druso Parisi, dal Vento del Nord del 19 ottobre 1945, n. 23).

Lettera agli amici

Scritta dallo studente di Parma Giacomo Ulivi, della Gio­ventù liberale, fucilato a Modena il 10 novembre 1944. Ne diamo alcuni squarci: «Oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti. Ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi e il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su noi. … Quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita, dedicata alla famiglia e al lavoro? Benissimo; è un sentimento generale, diffuso e soddisfacente. Ma, credo lavorare non basterà; e nel desiderio invincibile di “quiete”, anche se laboriosa è il segno dell’errore.

Perché in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. È il tremendo, il più terribile, credetemi, risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione e di educazione negativa, che mar­tellando per venti anni da ogni lato è riuscita a inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della “sporci­zia” della politica … … Teoria e pratica concorsero a distoglierci e ad allonta­narci da ogni attività politica. Comodo, eh! Lasciate fare a chi può e deve; e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica – se vita politica vuoI dire sopratutto diretta par­tecipazione ai casi nostri – ci siamo stati scaraventati dagli eventi …

… Se non ci appassioniamo a questo, se noi non lo trattiamo a fondo specialmente oggi, quella ripresa che speriamo, a cui tenacemente ci attacchiamo, sarà impossibile. Per questo dob­biamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con calma cominciamo a guardare in noi, e ad esprimere desideri. Come vorremmo vi­vere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere! ».

Laura è malata

Si è già detto che la mattina del 20 novembre 1944 ebbe inizio un altro furioso rastrellamento. Con un piccolo gruppo di compagni di sventura, da Monchio ripiegammo a Grammatica. Il dr. Casa (al quale furono affidati i documenti del Co­mando perché li nascondesse in una grotta), stava sloggiando l’infermeria con i malati. I tedeschi erano a Sesta superiore, ad un’ora di strada. Piegammo verso Valditacca dove giungemmo la sera, stan­chi ed affamati. Proprio in quel momento sopraggiungeva dal confine toscano una colonna tedesca che cominciò a sparare.

Col cuore in gola riuscimmo a porci in salvo. Stava cadendo la sera nella pioggia e nella nebbia. Non si vedeva ad un palmo di distanza. Per raggiungere l’Orsaro, in direzione della Toscana, per tentare di uscire dal cerchio, si dovevano costeggiare i monti alti, il Sillara, il Brusà, il Navert, coperti di neve.

Intrisi d’acqua fino alle ossa, nella bufera di nevischio e di vento, cercammo di salire sempre. L’unico compagno rimasto (certo Tonelli di Molinetto di Pontremoli), più volte si abbatté al suolo deciso di fermarsi, preso dallo sgomento e dallo sfini­mento. Era imprudente in quella stagione e situazione, addor­mentarsi, perché c’era il pericolo di’ non svegliarsi più. Final­mente ci imbattemmo in una capanna. All’alba scorgemmo le cime bianche e riprendemmo il cammino. Per attutire i crampi della fame, si masticava la neve ghiacciata, ed i crampi diveni­vano più frequenti.

Verso sera, a stento valicammo l’Orsaro e raggiungemmo Pracchiola. La mattina fummo svegliati dalle raffiche dei tedeschi. Era­vamo ancora dentro al cerchio. Risalimmo ansimanti la ripida erta petrosa dell’Orsaro, scendendo dai prati di Logarghena.

Da Succisa, al Molinatico, a Belforte, a Caffaraccia, a Bardi era ormai strada consueta. A Bardi Giacomo Ferrari chiese di suo figlio, e così Giovanni Bertozzi. Li avevamo lasciati in ottima salute… Dopo una breve relazione al C.U., il giorno successivo, la via del ritorno. Ancora nella zona est, dove il rastrellamento secondo le previsioni, doveva essere al termine.

Durante il viaggio apprendemmo da un partigiano che Brunetto Ferrari pochi minuti dopo il nostro abbraccio a Prato di Monchio era stato ucciso. Così pure il figlio di Bertozzi. Tornato in zona, nello sgomento e nella distruzione mentre ferveva l’opera di riorganizzazione del nostro movimento, si sentivano raccontare gli episodi inverosimili e incredibili che accadevano durante i rastrellamenti. L’insegnante Laura Seghettini di Pontremoli faceva parte del Comando della 12ª Garibaldi. Era una partigiana della vec­chia guardia, per quanto giovane d’età, che partecipava alle azioni gareggiando in coraggio e capacità con gli uomini.

La mattina del 20 novembre a Beduzzo era stata sorpresa dagli avvenimenti e non era riuscita a « sganciarsi» con i com­pagni del Comando. Non sapendo a che santo votarsi, si era messa a letto fingendosi malata. Quando arrivarono i tedeschi, una vecchia del posto, o per malvagità o perché aveva perso la testa, riferì che in quella casa vi era una partigiana. Il comandante del reparto salì le scale, entrò nella camera della Seghettini, le pose una mano sulla fronte e le disse: «Ave­re febbre forte vero? ».

Laura pensò in quel momento che fosse finita per lei. Inve­ce il graduato tedesco le fece un cenno di saluto e ridiscese le scale per andarsene con gli uomini che lo attendevano. La vecchia sciagurata continuava ad insistere che si trattava di una partigiana. Il graduato tedesco, irritato, le diede uno spintone, e la nostra Laura fu salva. Non così la spia, perché, secondo quanto si raccontava, sco­perta, subito dopo il rastrellamento, mentre stava transitando sul greto del Parma, da un gruppo di partigiani, subì il giudizio sommario della lapidazione, in uso nei tempi antichi quando

Dio gridava vendetta.

A Marra di Corniglio accadde un fatto ancor più strano.

Il reparto tedesco costituito dal comandante e da una tren­tina di uomini, che aveva avuto il compito di « rastrellare» Mar­ra, dalla centrale elettrica si dipartì a piedi per raggiungere il paesetto. Giunto in prossimità, il comandante, entrò nella prima casa. Inun italiano appena comprensibile fece capire che dove­vano avvisare subito gli uomini validi del paese di fuggire per i boschi, altrimenti sarebbero stati catturati. Da Marra non era difficile disperdersi nei monti fra le piante. Bastava uscire di casa. Due soli uomini vennero catturati e nel viaggio di ritorno verso Corniglio vennero posti davanti al reparto. Il comandante con dei gesti comprensibilissimi, invitava con insistenza, avendo cura che non se ne accorgessero i tedeschi che lo seguivano, i due contadini a darsi alla fuga, ai margini della strada, nel folto del bosco. Uno dei due… comprese il latino, si lanciò in una discesa sul folto bosco. Ne seguì una sparatoria, ma si sal­vò. L’altro non ebbe il coraggio di imitarlo, fu internato in Germania e non fece più ritorno.

Nel novembre 1944 c’era qualche cosa di nuovo nell’esercito tedesco?, o si trattava di casi di coscienza, di tedeschi non nazisti, oppure di non tedeschi incorporati nell’esercito tedesco nei paesi occupati? Nel luglio nessun caso del genere si era verificato.

Il commissario politico. I «lanci ». Il cambio dei prigionieri

Il commissario di guerra

Quali erano i compiti del commissario politicò?

Le gesta dei partigiani sovietici e jugoslavi erano note in Italia prima del settembre del 1943. In quei paesi i gruppi partigiani erano comandati da un commissario poli­tico che aveva dei poteri anche superiori a quelli del co­mandante militare. Quando nell’Unione Sovietica, subito dopo la rivoluzio­ne del 1917, si creò l’esercito rosso, a fianco del coman­dante militare dei vari reparti, che poteva anche essere un ex-ufficiale dell’esercito zarista, venne posto un politico, designato dal Partito comunista, a garanzia della conti­nuità del nuovo ordine.

Il commissario politico aveva funzioni di controllo, e partecipava alle azioni militari a fianco e davanti al co­mandante, in ispecie nei momenti di maggior pericolo. Il grado di commissario politico venne abolito durante le guerra sovietica contro il nazismo quando il governo ebbe la certezza che non era più lecito avere alcun dubbio sul lealismo dei comandanti militari.

In Italia ovviamente la situazione era diversa. Anche i comandanti, a cominciare dai comandanti dei primi gruppi o distaccamenti erano elementi politicamente sicuri. D’altra parte, in ispecie le prime formazioni, come si è visto sorsero per iniziativa dei partiti. Rispondeva alla tradizione della guerra partigiana, sorta nei paesi invasi da Hitler, che ogni formazione fosse comandata da un comandante e da un commissario politico. Dall’autunno 1944 per ordine del C.L.N.A.I. i commissari politici vennero denominati commissari di guerra.

Le funzioni del C.P.

L’orientamento politico ed il consolidamento dello spi­rito unitario, gli approvvigionamenti, l’amministrazione del­la giustizia, la salvaguardia della salute, i rapporti con la popolazione, la distribuzione dei lanci, il servizio religio­so, la ripresa della vita democratica e dell’attività amministrativa nelle zone liberate, il regolamento delle requisizio­ni, gli aiuti finanziari, le funzioni di polizia, il controspio­naggio, l’epurazione delle file partigiane: queste le funzioni del C.P.

Era necessario in primo luogo dare un orientamento po­litico unitario ed una disciplina, al movimento costituito da elementi così eterogenei. Era necessario dare una unica bandiera – il glorioso tricolore – a questa nostra guerra, per portare avanti la storia d’Italia, dopo la débacle del fascismo. Occorreva fare del movimento partigiano, un esercito nazionale, per la liberazione del nostro Paese, e per l’avvento di un regime democratico e popolare.

Disciplina militare

Pablo, Mauri e Ottavio erano degli ingenui e degli il­lusi quando trasmisero alle brigate la circolare del 3 set­tembre 1944 che insisteva sulla necessità di una disciplina di tipo militare?

Nessuno di noi si faceva illusioni. In primo luogo l’esercito partigiano aveva le sue carat­teristiche e si differenziava profondamente dal tipo degli eserciti regolari. Mazzini nell’opera citata aveva scritto: « Ogni uomo paventa e rifiuta d’essere automa; ogni uomo ha sete d’esercitare il proprio giudizio, e se v’ostinate a co­stringerla nei termini della sommissione cieca e uniforme, quel­la potenza, leva rivoluzionaria tremenda, vi si dimezzerà fra le mani, quello slancio verrà in ogni parte affogato da una in­solita disciplina ».

Occorreva cioè lasciare la più larga iniziativa e autono­mia alle brigate ed ai gruppi per tutto quanto riguardava le operazioni di guerriglia. Sapevamo perfettamente che per riuscire a realizzare quelli che erano i nostri intendimenti sarebbe occorso del tempo, e che data la natura del movimento, certe dispo­sizioni erano destinate a rimanere lettera morta o quasi.

Disporre il saluto militare nei confronti di tutti i parti­giani era fantasia. Si trattava di una norma in bianco, non suscettibile in pratica ed in concreto di vere e proprie san­zioni. Ci proponevamo il maximum, per ottenere tutto ciò che era umanamente possibile, con quegli uomini, e con le loro mentalità.

La circolare suscitò nei reparti discussioni, adesioni, ri­serve e critiche. Riuscì il Comando unico ad imporre la propria volon­tà nei confronti di tutte le formazioni partigiane? Per quanto riflette le brigate, regolarmente costituite, la risposta non può essere che affermativa. Come si è già accennato, ai margini delle brigate, vi erano però dei grup­pi che pur non assumendo posizioni di aperta ribellione, né nei confronti della brigata operante in zona, né nei con­fronti del Comando unico, erano e si mostravano refrattari a qualsiasi forma di disciplina. Si trattava di comandanti che godevano particolare prestigio e che i partigiani se­guivano fedelmente perinde ac cadaver.

Porre nei ranghi della disciplina in modo continuativo e sistematico degli uomini come «il Cato », era impresa estremamente difficile. Occorreva del tatto e della gran pa­zienza, limitando gli interventi di forza ai casi più gravi. Vi erano inoltre difficoltà derivanti dalla dislocazione topografica. Ai limiti della provincia, nelle zone altissime, in prossimità della pianura, nelle zone di confine, conti­nuarono a sopravvivere dei gruppi, che conservarono, sino alla fine, almeno di fatto, una quasi assoluta autonomia.

Questa è la ragione per la quale, un «uomo qualun­que » che si fosse trovato in una località dove operava uno di questi gruppi, poteva avere la impressione che il mondo partigiano fosse nella sua totalità caotico e frammentario, e che il Comando unico, esistesse solo sulla carta.

Verso la Repubblica

Il 9 settembre 1944 vennero impartite le seguenti di­rettive ai commissari di brigata: «I c.p. delle brigate devono illustrare presso i distacca­menti la nuova organizzazione delle forze partigiane della pro­vincia di Parma su basi militari, ed il significato dell’ora che volge al suo fatale destino, infondendo entusiasmo combattivo e fede nell’avvenire della patria pur così dolorosamente colpita.

È l’unione che fa la forza. Come tutti i partiti antifascisti hanno raggiunto nei C.L.N. e nel Governo nazionale un accor­do attraverso il denominatore comune della libertà, dell’indi­pendenza nazionale e della democrazia, così tutti i patrioti, al di sopra dei loro ideali politici, devono cementare le loro forze in una solida unità d’intenti e d’azione.

Ciò non esclude che ci si debba intrattenere sui problemi politici. Alla fine della guerra un’assemblea deciderà sulle sorti del Paese. Occorre orientare gli spiriti verso la repubblica. Con equilibrio e sensibilità, tenendo, presente che ci sono tra noi anche dei monarchici.

Occorre procedere ad epurazioni e controlli periodici per evitare l’intrusione di elementi indesiderabili nelle nostre for­mazioni. Si deve tenacemente perseguire lo scopo di sgretolare le forze nemiche traviate dalla propaganda hitlerofascista. In ogni comune i commissari politici devono promuovere la costituzione del C.L.N., suscitando le energie e le capacità lo­cali. Anche nel più modesto comune di montagna si devono riunire elementi democristiani, socialisti, comunisti, d’altri par­titi, e rappresentanti delle varie categorie sociali, e si deve intervenire alle riunioni a scopo di guida e di educazione.

Nei luoghi dove è possibile una occupazione permanente, oltre ai comitati, si dovrà procedere alla costituzione delle giunte popolari, ed alla elezione del sindaco. Il nostro popolo si deve riabituare all’autogoverno su basi democratiche.

Condizioni sanitarie

Nel primo periodo, in ispecie durante l’inverno, molti di noi sperimentarono i crampi della fame. Sugli alti monti si era isolati e non c’erano che i pastori che scarseggiavano di viveri anche per la loro famiglia. Dall’estate 1944 in avanti, i viveri nella nostra zona non difettarono. Avevamo la grande riserva della pianura, e si provvide ai regolari rifornimenti.

Nell’autunno del 1944 un distaccamento della 31a Garibaldi riuscì a trasportare dalla zona di Varano Melegari al Castellaro di Mariano un treggia colma di pani di burro. In quei giorni partigiani e contadini … nuotavano nel burro. Le condizioni sanitarie in complesso sono sempre state buone. Non si sono mai lamentate malattie gravi. Solo qual­che caso di scabbia, i soliti pidocchi, e forme pleuriche, per le condizioni antigieniche in cui erano costretti a vivere i partigiani e la penuria di indumenti di lana durante la sta­gione invernale.

Chi non ricorda i partigiani in calzoncini corti, quasi scalzi, sotto la pioggia, nel fango e nella neve? Le infermerie di brigata si costituirono sin da princi­pio con mezzi primordiali e della gran buona volontà. La tragedia, anche per le infermerie, era costituita dai rastrellamenti. Occorreva mettere al sicuro le poche medi­cine raccolte con tanti sacrifici, ed alloggiare i degenti in case ospitali, sino a che i tedeschi non avessero lasciato la zona.

La polizia

Il servizio di polizia nei primi tempi era stato disim­pegnato dagli stessi partigiani. L’esperienza consigliò di organizzare la polizia su basi diverse. Per esercitare le funzioni di polizia occorreva una forma mentis che non era possibile improvvisare. Vennero richiamati in servizio i carabinieri, le guardie forestali e le guardie di finanza.

Capo della polizia della zona est venne designato il ma­resciallo dei carabinieri Domenico Zammarchi, «Scappaccino », che fu poi promosso per meriti di guerra. Le funzioni della polizia partigiana dovevano essere quelle ordinarie: denuncia dei casi di banditismo e degli altri reati, lotta contro lo spionaggio, controllo dei permes­si di circolazione, intervento per sistemare le controversie e per la tutela dell’ordine pubblico.

Gli organi di polizia ebbero anche l’incarico di liquida­re le piccole requisizioni operate dalle formazioni. Un ufficiale alle dirette dipendenze del c. u., dirigeva e sorvegliava il campo di concentramento, al quale veniva­no fatto affluire i prigionieri e le persone sospette, in atte­sa che fosse chiarita la loro posizione. Si provvide a disci­plinare le condizioni di vita degli internati, separando gli uomini dalle donne e gli italiani dagli stranieri.

La giustizia

Per quanto riguarda la giustizia civile nulla era pos­sibile innovare. Nei comuni continuò a funzionare il giu­dice conciliatore. Per la giustizia penale invece, sin dai primi tempi presso ogni brigata, quando in zona veniva commesso un reato comune o militare si costituiva un tri­bunale di guerra con elementi, il più delle volte digiuni an­che delle norme più elementari di diritto. Per prima cosa, dopo la costituzione del Comando unico, venne disposto che prima di dare esecuzione alle sentenze di condanna a morte, le carte del processo avrebbero dovuto essere tra­smesse al Comando unico per il visto.

Le condanne a morte contro partigiani furono pochis­sime. Si trattava di reati estremamente gravi. Dopo la costituzione della delegazione, Druso Parisi venne nominato ispettore giudiziario, ed a Corniglio, diede vita ad un Tribunale militare con elementi tecnici idonei. Vi erano dei giudici di carriera (Zini di Parma e Condorelli di Reggio). Addetti alla Cancelleria erano dei laurea­ti in legge. Si procedeva regolarmente, in base al codice penale co­mune o al codice penale militare, a seconda della compe­tenza ed in base ai relativi codici di procedura. Le condanne a pena pecuniaria venivano eseguite su­bito dopo; la esecuzione delle pene detentive veniva diffe­rita alla fine della guerra; le pene capitali per i più gravi reati di spionaggio venivano invece eseguite.

Nessuna differenza, per quanto riguarda le forme, le garanzie per la difesa e la stesura degli atti, comprese le sentenze, tra i processi normali che si celebrano nei nostri tribunali e quelli che si svolsero in zona partigiana. Basti dire che al termine della guerra i fascicoli dei procedimenti penali in corso vennero dal Tribunale militare di Corniglio consegnati alla procura del Re di Parma, ed i procedimenti interrotti vennero portati a termine dai nostri tribunali, senza neppure rinnovare le prove assunte. Quando arrivarono a Parma gli alleati, vi era anche un ufficiale americano addetto al controllo della amministra­zione della giustizia. L’ufficiale ebbe ad esprimere parole di elogio per il modo come avevamo provveduto ai servizi di polizia e alla amministrazione della giustizia.

Questo ufficiale aveva al suo seguito un certo numero di carabinieri che avrebbero dovuto essere dislocati, in base alle istruzioni, così nel capoluogo della provincia come nei centri principali. A questo servizio avevamo provveduto noi impartendo opportune tempestive disposizioni, e il re­parto dei carabinieri venne fatto proseguire dall’ufficiale americano verso Piacenza.

Il servizio informazioni

Oltre l’organizzazione delle forze di pianura il Comando Piazza aveva provveduto a realizzare alla fine dell’estate 1944 un efficace servizio di informazioni, con due maglie: l’una facente capo al Comando stesso e l’altra al Comitato di liberazione. A tale servizio consacrò la sua appassionata opera il prof. Gavino Cherchi (Stella), che il 4 marzo 1945 fu arrestato dalla S.D. tedesche e poi trucidato (29 marzo) nei pressi di Casalmaggiore.

Erano addetti a questo servizio delicato e pericoloso Piero Campanini, Giuseppe Odoni, Tonino Chiari ed altri. Periodicamente ci pervenivano i bollettini del servizio informazioni, il « Sip ». Avevamo informatori anche nei centri vitali più deli­cati del nemico, persino alla S.D. tedesca ed alla milizia fascista. Qualcuno venne scoperto e perdette la vita.

Ogni notizia era siglata col contrassegno dell’informa­tore. Potevamo così seguire quanto accadeva in città, e sape­re chi entrava ed usciva dall’s.d. o dalla brigata nera. Ecco due bollettini d’informazione: «12-2-1945. Persone che saranno quanto prima arrestate dalla polizia fascista: Reverberi Romeo, via Milazzo 35; Fava Angelo, via Milazzo 26; Bertozzi Amilcare, via Tripoli (costoro sono stati denunciati dalla spia – di proposito si omette il no­me – abitante In via Petrarca; l’avv. Calzolari, certo Bottazzi, il cappellaio Paoletti e certi Mazzari e Guarnieri Gino. Perso­ne sottoposte a pedinamento da parte della polizia fascista: avv. Di Nallo Franco, cav. Ernesto Manghi, Cardinali Alberto, Alinovi Gianni, Medioli Ermenegildo, Negri Carlo, Onelli Mario, Ugolini Edgardo, Zanni Eugenio, Morganti Ettore, Magnani Stefano, Paini Giuseppe, Botti Ferdinando, Magnani Marco, Ser­gente Secondo, Ferrari Aldo, Gresta Dante, Manzini Mario, Corradi Arnaldo, Capena Rosa, Zanlari Gianni, Cattani Gino, Pagliari detto” Francesco”, prof. Martelli, prof. Mattioli, Tessoni padre e figlio. Toro ».

«13-2-1945. Il traffico militare tedesco negli ultimi giorni è stato molto scarso lungo la via Emilia. Il dott. Giuseppe Bertogalli è stato segnalato all’Ufficio politico come partigiano. Egli ha lo studio in via G. Tommasini ed abita in via Massimo d’Azeglio. Trovansia disposizione della polizia di sicurezza (s.o.) i sottonotati individui: 1) Grassi Anacleto di Mario dete­nuto dal 10-11-44; 2) Ghidolfi Camillo fu Carlo detenuto dal 10 novembre ’44; 3) Manara Abramo di Erminio, detenuto dal 12-12-44; 4) Storti Bruno di Virginio, detenuto dal 3-11-44. I quattro nominativi sopradescritti sono tenuti come ostaggi dal Comando della s.o. – M. 2 – Pedrelli figlio dell’idraulico è elemento che non dà luogo a rimarchi e non è da confondere con altro omonimo segnalato.

Tutti comunisti i partigiani?

Nei colloqui con il comandante della S.D. in occasione del cambio dei prigionieri, questo era il ritornello che con­cludeva tutte le conversazioni. « Voi partigiani siete tutti comunisti». Ma non soltanto per i comandanti della S.D. e della bri­gata nera, i partigiani erano tutti comunisti. Anche per molte persone della cosiddetta borghesia benpensante, par­tigiano era sinonimo di comunista.

Comunista il dr. Coruzzi, il prof. Cosenza, Giacomo di Crollalanza, l’avv. Cremonini, Don Cavalli, il prof. Peliz­zari, Gianni Moglia? Fra i partigiani vi erano certamente i comunisti. Ma vi erano anche democristiani, socialisti, repubblicani, libe­rali e molti che non avevano un determinato orientamento politico. Tutti eravamo a conoscenza delle condizioni obiettive e soggettive del nostro Paese nel periodo storico nel quale si svolgeva la lotta di liberazione, ed anche degli accordi fra le grandi potenze alleate, sulle rispettive zone d’influen­za, dopo la sconfitta del nazismo.

Anche i partigiani di orientamento comunista lottavano per l’indipendenza del nostro Paese, e per l’avvento di un regime repubblicano, democratico e moderno, nel quale le classi lavoratrici avessero garantite le libertà di organizza­zione, presupposto essenziale per portare avanti le lotte per il socialismo. Su questa base fu possibile, se pure attraverso discussioni e polemiche, raggiungere una salda unità sul ter­reno dell’azione e della lotta armata, con le altre forze anti­fasciste.

Coloro i quali vedono il contributo dei comunisti alla lotta di liberazione solo in funzione della possibilità di in­staurare nel nostro Paese il regime socialista, ed ancor più coloro che vedono la nostra azione in funzione strumentale di aiuto alla Unione Sovietica, si pongono aprioristicamente nella condizione di non poter comprendere la realtà ed il contenuto dello spirito unitario raggiunto in quel momento tra le forze antifasciste.

Le discussioni si affrontavano senza ipocrisie e senza veli, senza malizie e furberie. Era la parte migliore del nostro spirito che aveva fi­nito per trionfare, nel riconoscimento esplicito della reci­proca lealtà, nello spirito di sacrificio, nella dedizione alla causa, senza limitazioni e senza riserve.

Ci sentivamo legati da una comune fede nei valori mo­rali della resistenza e nelle finalità di carattere nazionale del nostro movimento. Dopo la tragedia di Bosco, i superstiti si trasferirono come si è visto, a Belforte. Nell’attraversare la strada della Cisa, percorsa dai tedeschi (la notte era buia), per non smarrirsi, e per rinsaldare la nostra unità nella vita e nella morte, con ancora davanti agli occhi le salme sfigurate dei nostri compagni arsi vivi, facemmo catena, tenendoci per mano. Savani, Vignali, Ferrari, Pelizzari, Brindani, Cipriani, Franchini, quel contadino di Gargalà – Orioli – che ci faceva da guida, e qualche altro. Era stato il prof. Peliz­zari a consigliarci di prenderci per mano.

Savani disse: «Se ci terremo per mano anche dopo che sarà finita la guerra sarà una fortuna per il nostro Paese ». « Certamente» rispose Pelizzari. Ci rendiamo perfettamente conto che queste immagini patetiche della lotta di liberazione, nella realtà e nella vita d’oggi, a distanza d’oltre venti anni, faranno sorridere non soltanto i giovani. Ma non è soltanto questo! C’era anche, dopo venti anni di dittatura, ed in piena guerra civile, la volontà, il deside­rio, la speranza, di un minimo di tolleranza e di compren­sione nello svolgimento di quella che avrebbe dovuto essere la futura lotta civile tra i partiti, e più ancora vi era la certezza che anche dopo la fine della guerra, sarebbe rima­sto vivo necessariamente un minimo di spirito unitario fra tutti i movimenti antifascisti per estirpare definitivamente la mal a pianta del fascismo dalla vita sociale italiana.

Il cambio dei prigionieri

Coloro che, nei primi tempi, si sono avventurati in vicende del genere, dovrebbero scriverne le memorie. Lo storico futuro dovrebbe avere a disposizione il ma­teriale necessario per poter ricostruire dall’origine le mo­dalità di esecuzione del cambio dei prigionieri, fra un esercito fortemente organizzato, e le «bande» dei fuori legge.

Sarebbe interessante conoscere le vicende occorse a Virginio Barbieri, in possesso di due ufficiali tedeschi fatti pri­gionieri, che si reca a Parma, nella primavera del 1944 e pretende ed ottiene di recarsi dove erano concentrati i nostri prigionieri, per scegliere de visu, coloro che intendeva liberare. E le modalità del cambio fatto dall’avv. Druso Parisi nel giugno 1944 a Vernasca in circostanze drammatiche. Fin dai primissimi tempi, di fronte al fenomeno allar­mante dell’arresto in massa dei nostri, sorse la necessità di ottenere la liberazione, quanto meno di coloro che erano in pericolo, offrendo in cambio dei prigionieri tedeschi.

Col cambio dei prigionieri è stata salvata la vita ad un numero considerevole di partigiani e di antifascisti. Da parte dei tedeschi, di fronte alla realtà, venne supe­rata gradualmente l’avversione che avevano nei confronti dei fuorilegge. Sorse allora un aspetto caratteristico della guerriglia: la cattura di ufficiali tedeschi. Si trattava di arrischiarsi ai margini delle strade di grande traffico, e attendere per notti intere il passaggio di automobili isolate. A volte sull’automobile anziché esserci degli ufficiali tedeschi, c’erano delle suore di carità.

A volte era la missione alleata che comunicava l’ora approssimativa in cui ufficiali tedeschi di grado elevato dovevano transitare per una determinata strada. Partiva un gruppo di partigiani particolarmente armato e attrezzato, che doveva fermare la macchina e portare l’ufficiale vivo sui monti. Queste azioni erano le più rischiose. A volte i parti­giani, quasi sempre volontari, non tornavano. Una brigata che aveva potuto catturare dei tedeschi, era in grado di liberare i propri prigionieri, anche se la loro vita non era immediatamente in pericolo. Altra brigata me­no fortunata, doveva disinteressarsi dei propri prigionieri, anche se era urgente la loro liberazione, perché non aveva prigionieri tedeschi. Certi prigionieri erano richiesti in cam­bio da diverse brigate, altri erano dimenticati.

Per ovviare a questi inconvenienti il Comando unico ed il C.L.N. provinciale, nel dicembre 1944, vennero nella determinazione di procedere allo scambio dei prigionieri su scala provinciale, delegando per le operazioni il com­missario della delegazione.

L’arresto di Costa, Tommasicchio Ardenti-Marini

A metà dicembre Enzo Costa, avuta notizia che a Par­ma l’attendeva un ispettore del nord Emilia per comunica­zioni urgenti, aveva deciso, per quanto sconsigliato, di re­carsi in città. Aveva trovato rifugio presso l’allora pretore dr. Giovanni Ardenti Marini, a mezzo del funzionario delle imposte dr. Domenica Tommasicchio. Una volgare spia di Langhirano, che occupava un appar­tamento nella casa del dotto Ardenti Marini, nei confronti della quale Ardenti Marini non aveva alcun motivo di so­spetto, informò la brigata nera e furono arrestati: Costa, Ardenti Marini e Tommasicchio.

La notizia pervenne a Corniglio, mentre Savani era in attesa del lasciapassare del Comando tedesco e ci colpì gravemente, perché Costa faceva parte del Comando nord Emilia e veniva a trovarsi in una situazione di grave pe­ricolo. Ad Arola presso il podestà di Langhirano, Lanzi, che doveva consegnare il lasciapassare, Tonino Chiari presentò a Savani il colonnello Costa, che diceva di essere amico di … Mussolini e dei partigiani. Questo col. Costa, assicurò che intendeva adoperarsi per la liberazione dell’avv. Costa, che era stato a visitarlo in carcere e comunicò qual era la posizione difensiva del nostro compagno.

L’avv. Costa sin dal primo interrogatorio si era difeso dicendo che faceva parte della delegazione per il cambio dei prigionieri e per questo era disceso in città.

Era già qualcosa. A Savani non rimaneva che confermare ai tedeschi ed ai fascisti. quanto Costa aveva dichiarato. Venne obiettato che comunque il Costa aveva abusato della qualità di parlamentare per lo scambio, che si era recato a Parma tre giorni prima e che il suo nominativo non era compreso fra quelli per i quali era stato richiesto il lasciapassare.

Comunque il segretario della federazione fascista dr. Rognoni assicurò Savani che Costa non sarebbe stato trat­tato male e che avrebbe fatto: il possibile per indurre il comandante della S.D. ad acconsentire che partecipasse alle trattative per lo scambio dei prigionieri, in attesa di definire poi la sua posizione.

Dallo stesso Rognoni Savani apprese quel che era ac­caduto. Costa aveva insistito che doveva essere considerato co­me delegato per lo scambio prigionieri, escludendo di ave­re collegamenti politici con Ardenti Morini e Tommasicchio. Ardenti Morini sin dal primo interrogatorio aveva esclu­so di avere avuto rapporti politici con Tommasicchio, ma solo rapporti di amicizia personale e di non essere a co­noscenza delle qualifiche partigiane dell’avv. Costa.

A favore del dotto Ardenti Morini erano intervenuti l’allora procuratore del re dott. Contino ed il Vescovo di Parma, ed era stato scarcerato. Il dr. Tommasicchio si era mantenuto sulla negativa nel modo più assoluto e durante un interrogatorio era stato colto da malore ed era morto. Questa la versione del dott. Rognoni. La verità, per quanto riguardava la morte di Tommasicchio, era ovviamente un’altra. Era stato barbaramente seviziato per estorcergli risposte e confessioni che Tommasicchio, tempra eroica di cospiratore, non intendeva fare, ed aveva preferito soccombere alle sevizie, come tanti altri nostri martiri, piuttosto che concedere, a coloro che lo in­terrogavano, una qualsiasi risposta, per il timore di nuo­cere anche inconsapevolmente al movimento.

Tanto Tommasicchio come Ardenti Morini erano colle­gati al movimento cospirativo della liberazione e vivevano in città.

Il dotto Ardenti Morini venne poi sui monti nel mese di febbraio. Era rimasto d’accordo con elementi collegati con i partigiani che si sarebbe recato a Neviano Arduini per le verifiche degli atti di stato civile, e che un distacca­mento di partigiani avrebbe dovuto «rapirlo », e ciò per evitare rappresaglie nei confronti della famiglia che rima­neva a Parma. Accadde che i partigiani, o per un malinteso, o per eccesso di zelo, anziché simulare il rapimento, lo ave­vano rapito sul serio ed anche percosso gravemente. Quan­do si presentò a Carobbio di Tizzano al comando della delegazione, aveva ancora varie contusioni sul viso.

Anche il vescovo a villa Negrona

Con lo stabilizzarsi della linea gotica, si era insediato a Parma, nel palazzo Rolli, di fronte al Petitot, il comando della S.D., avente giurisdizione sulle province di Parma e Reggia Emilia. Ne era comandante il capitano Alberto Alberti (non meglio identificato), avvocato di Elbinga, presso Danzica. Vi erano diversi alto-atesini ed austriaci, ed anche, fra i subalterni, dei toscani. Prima di trasferirsi a Parma quel comando aveva ter­rorizzato per un lungo periodo Firenze e la Toscana.

Molti dei nostri compagni trovarono la morte nelle can­tine di palazzo Rolli, e sulle pareti al momento della libera­zione vi erano ancora tracce di sangue e del martirio. La lotta antipartigiana, compresi i rastrellamenti, ed an­che il cambio dei prigionieri, erano di competenza della S.D. Per il cambio dei prigionieri l’incontro venne fissato a Villa Negrona, in zona neutra.

Da una parte: Savani, Costa, il capitano Mezzatesta, Paolo il Danese, il podestà di Langhirano Lanzi.  Dall’altra: il capitano Albert, il dr. Rognoni, il vice­ federale Ferrari, Maestri della brigata nera, ed il mare­sciallo Rabantzer. Il nostro interprete era « Paolo il danese» Arnaldo Lauritzen, che conosceva bene varie lingue, ed in particolare il tedesco. Rabantzer, nativo di Bolzano e fanatico nazista, era l’interprete della S.D.

La sala era fredda, e l’atmosfera più fredda ancora. I tedeschi erano ben rasati ed avevano divise fiammanti. Noi invece eravamo piuttosto dimessi nell’uniforme, e « barbu­ti », ma eravamo decisi a fare il nostro dovere. Avevamo appena preso posto attorno ad un tavolo quando comparve nella sala il vescovo di Parma, mons. Colli. Dopo un cen­no di saluto, disse alcune parole per indurre gli animi alla ragionevolezza, concludendo: «Sono padre degli uni e de­gli altri; il nostro popolo soffre, ed è disorientato. Iddio vi assista e vi ispiri». Poi si accomiatò, quasi piangendo.

I tedeschi non tradirono alcun turbamento.

« Sopra la lama di un rasoio»

Savani pose i preamboli per lo scambio. Ciascuna delle parti doveva comunicare in primo luogo l’elenco dei prigionieri ed impegnarsi formalmente a man­tenere fede agli impegni che si sarebbero assunti. Il capitano Albert insorse subito rispondendo sdegno­samente che non si poteva parlare di reciprocità di impegni, tra una forza regolare d’occupazione e dei fuorilegge.

Savani replicò che in questa situazione era perfettamen­te inutile trattare e che ciascuna delle parti avrebbe potuto riprendere senz’altro la propria libertà d’azione.I tedeschi sapevano che eravamo in possesso di un centinaio di prigionieri, fra cui ufficiali. Dopo una breve sospensione, furono indotti a più miti consigli e convenne­ro sulla necessità di trattare su basi di uguaglianza.

Raggiunto un accordo di massima sulle modalità del cambio che avrebbe avuto seguito nei giorni successivi, si parlò anche di questioni politiche generali e della guerra …

Albert: «Insomma cosa volete voi partigiani? ». Savani: «Un’Italia libera, unita, indipendente, senza

tedeschi, senza inglesi e senza altri stranieri».

« Cosa ne pensate dell’esito della guerra? ». «Camminate sopra la lama di un rasoio, sempre più stretti ad est e ad ovest. Si creerà una situazione nella quale gli anglo-americani da una parte ed i sovietici dall’altra an­dranno a gara per arrivare primi a Berlino. Il vostro errore più grave è stato quello di avere sottovalutato l’Unione So­vietica. Il nazismo creerà in Germania una situazione ancora più grave di quella del 1918 ».

«Noi però abbiamo il c… molto duro ». (Era allora in corso la controffensiva tedesca in Belgio).

« Perché siete contro di noi? ». « Perché fra l’altro avete resuscitato il fascismo contro il quale abbiamo combattuto venti anni ».

A Savani premeva l’avv. Costa.

Nel corso della conversazione era emerso che tra i pri­gionieri tedeschi in possesso delle brigate del piacentino vi era un certo tenente della S.D. Dieckman la cui sorte stava molto a cuore al capitano Albert. Per un ufficiale della

S.D. i tedeschi erano disposti a liberare anche diversi par­tigiani. Non parve vero a Savani di inserirsi in questa situa­zione facendo presente che l’unica persona in grado di po­tersi recare nel piacentino era proprio Enzo Costa. (Fra l’altro corrispondeva a verità perché il Comando nord Emilia di cui Costa faceva parte, aveva giurisdizione sulle bri­gate delle province di Reggio Emilia, Parma e Piacenza). Savani chiese: «L’avv. Costa poteva o no partecipare liberamente alle operazioni del cambio dei prigionieri?».

Risposta: «Libero fino al 31 dicembre, ed a condizio­ne che il prof. Mauri si impegni a costituirsi a disposizione della S.D. entro quella data, qualora non si ripresenti l’avv. Costa» . Mauri accettò tale condizione, (per il momento non c’era altro da fare), e « Paolo il Danese », spontaneamente, aggiunse che, se neppure Mauri si fosse presentato, si sa­rebbe costituito lui.

Fu così che quella sera, dopo mezzanotte, Costa usci­va dalla S.D. in compagnia di Mauri, in libertà, se pure … condizionata. Trascorsero il resto della notte presso gli Zileri Dal Verme ad Arola di Langhirano. Costa era molto emozionato, e la conversazione si protrasse fino all’alba. Poi Costa se ne andò per i monti verso il piacentino per rintracciare il tenente Dieckam.

Una gran festa quella notte a Ramiola

La sera successiva, al comando della S.D., avvenne lo scambio degli elenchi dei prigionieri. « Fra i prigionieri avete dei professori di medicina, dei pittori, dei sacerdoti, come il dotto Melocchi, il prof. Franchini, il pittore Tanzi, Don Botti, i quali nulla hanno a che fare con la politica e con i partigiani … ». «Anche costoro saranno liberati ». « Il prof. Melocchi e il pittore Tanzi risiedono nei pressi di Fornovo; stasera devo recarmi a Varano; almeno questi due li potreste liberare subito. Li accompagnerei alle loro case» .

Il pittore Enrico Tanzi era vice comandante del C.U.., e il dr. Ezio Melocchi era direttore della casa di cura di Ramiola allora ricettacolo di partigiani. Un momento di esitazione e poi: « Don Botti lo consegnerò al Vescovo, per gli altri due vediamo» . Una telefonata al carcere di S. Francesco e poi: « Senz’altro ».

Dopo mezz’ora nell’ufficio del comandante della S.D. (era mezzanotte), comparvero il dotto Melocchi e l’Alpino, col loro fagotto, dietro le spalle, ancora trasognati e alli­biti, nel vedere in quell’ufficio anche Mauri che fumava nervosamente una sigaretta, e senza sapere che sarebbero stati liberati, e non sarebbero finito dentro un sacco in fon­do al Po, come tanti altri nostri compagni. Fuori dalla S.D. le prime spiegazioni ed uno di quegli abbracci che non si dimenticano. Quella notte alla casa di cura di Ramiola ci fu una gran festa.

Costa libero

I prigionieri venivano intanto liberati giorno per giorno. Il cambio aveva luogo o ad Arola o a Varano. Qualche prigioniero da una parte o dall’altra aveva nel viso i lividi delle percosse. Ai tedeschi erano state sostituite le scarpe con calzature di fortuna. La sera del 29 dicembre a Varano « Gracco» (Leris Luigi), « Bertini » (il prof. Tanzi) e « Gastone » (Tanzi di Fornovo) erano d’avviso che né Costa né Savani dovesse­ro ripresentarsi alla S.D. Costa era tornato dal piacentino senza il tenente Dieckman, che era stato ucciso dai parti­giani.

Quale sarebbe stata la reazione del comandante della S.D.? Costa avrebbe subito la sorte dell’avv. Jacchia? Cosa sarebbe accaduto dei nostri prigionieri ancora nelle mani dei tedeschi? Paolo il Danese si era impegnato di ripresentarsi alla S.D. se non si fossero presentati né Costa né « Mauri ». La situazione era estremamente delicata e difficile. I compagni avevano tutte le buone ragioni. Era moralmente valido l’im­pegno che avevano assunto Costa, Savani e Paolo il Da­nese?

Alla fine Costa decise di ripresentarsi. Durante il viaggio da Varano Melegari a Parma tra Savani e Costa non una parola. Pesava sulle loro coscien­ze una specie di incubo. Alla S.D. Mauri comunicò ad Albert che il tenente Diekmann era rimasto ucciso in un tentativo di evasione. Fu un momento terribile. Uno di quei momenti che du­rano un secolo. Albert rimase interdetto e impallidì. La vita di Costa era in balia del destino. Poi, miracolosamente, si riprese la conversazione. Ave­vamo liberato 88 prigionieri tedeschi; erano stati liberati 165 tra partigiani e familiari. Albert chiese se eravamo in grado di restituire almeno le spoglie del ten. Dieckman. Costa si impegnò di tornare nel piacentino e di restituire la salma nei pressi di Fiorenzuola. Ciò avvenne puntualmen­te tre giorni dopo.       

Costa era salvo. A conferma due giorni dopo pervenne a Savani la seguente lettera:

« 1-1-1945 per il prof. Mauri:

La posizione dell’avv. Costa è stata così definita.

Egli si presenterà (o meno) al comandante Albert per sentire dalla sua voce la decisione: viene lasciato libero perché da par­te vostra non si dubiti che si voglia approfittare di equivoci; la decisione viene a completare una presa di contatti pro pri­gionieri che ritengo soddisfacente. . Mi permetto comunque sottolineare che il Costa era dalla parte del torto, e di questo sono certo che me ne darete atto. Che l’anno nuovo porti gli italiani sulla strada dell’unità auspi­cata. Rognoni» .

Al termine del cambio prigionieri, il 30 dicembre, di buon mattino, mentre Savani tornava sui monti, nel greto del Ceno in direzione di Varano Melegari vide un reparto tedesco che risaliva il torrente in assetto di guerra. « Dove andranno? Come avvisare i nostri? ». Dopo quasi mezz’ora si cominciò a sentire un fuoco nutrito e insistente.

I tedeschi, una cinquantina, erano stati affrontati, su­bito dopo Varano, dal distaccamento di « Cavour » Giuseppe  Erasmi, della 31 a Garibaldi. Da una parte e dall’altra del torrente erano piazzate mitragliatrici. I tedeschi presi fra due fuochi furono annientati. Solo alcuni prigionieri. Nessuno era riuscito a sfuggire. Il rumore delle raffiche aveva messo in allarme il pae­se. Savani arrivò proprio nel momento in cui i partigiani di Cavour conducevano i prigionieri. Qualche abitante usciva dalle case. I partigiani erano euforici e ne avevano motivo.

Savani scorse fra i prigionieri tedeschi un graduato, piuttosto anziano, risospinto da tre-quattro partigiani con la punta degli sten e barcollante. Era rimasto ferito ad un braccio ed il sangue usciva a fiotti. Il braccio, dall’omero in giù penzolava come se stesse per staccarsi. Savani disse ai partigiani: «Chiamate un medico, biso­gna tamponare il braccio, altrimenti muore dissanguato ». In quella situazione non era facile farsi riconoscere e farsi ubbidire. Fortuna volle che accorresse il comandante del distaccamento.

Venne chiamato il medico di Varano, che fu poi uffi­ciale sanitario del comune. Il moncone venne stretto da un laccio di gomma. Poi Savani caricò il ferito, che era ormai intontito, ed a tutta velocità tornò alla S.D. con la sua mac­china e col lasciapassare ormai scaduto. Senza preamboli riferì al capitano Albert ciò che era accaduto.

«Il ferito richiedeva un intervento chirurgico imme­diato e non era possibile provvedere nella infermeria dei partigiani ». Albert, sorpreso, chiamò i tre o quattro uffi­ciali della S.D.e nel dare le disposizioni del caso, espose i fatti. Quelle canaglie parvero assumere un atteggiamento di rispetto.

Insomma, eravamo o non eravamo banditi!

La donna e la resistenza

È già stato messo in rilievo dai maggiori scrittori della Resistenza che le caratteristiche di questo movimento, sono due: la partecipazione dei contadini e delle donne. La partecipazione massiccia delle donne è un fatto nuo­vo nella nostra storia. Non che la donna sia rimasta assente sin dai tempi più antichi ed in ispecie nelle guerre del 1° Risorgimento italiano. Ma allora trattavasi di casi singoli, di partecipazione di personalità elette e di manifestazioni d’eroismo, in numero molto limitato.

La guerra partigiana non sarebbe stata possibile senza la collaborazione delle donne delle città delle campagne e delle montagne. Come ricorda Remo Polizzi nella Rivista del Comune di Parma, subito dopo 1’8 settembre 1943, anche le donne si misero al lavoro, sia come staffette, sia nel settore della stampa, sia in quello dell’assistenza ai ricercati. Non si sbaglia dicendo che l’esile ma robusta trama dell’organiz­zazione clandestina della resistenza era tenuta insieme in gran parte dalle donne, che mantenevano i collegamenti, tra­smettevano messaggi, portavano armi e medicinali, mentre dopo la formazione delle brigate partigiane svolgevano in esse funzioni di infermiere, cuoche ed altri compiti, quando non impugnavano le armi.

Un momento particolarmente importante del contributo delle donne parmensi alla resistenza è stato l’azione condot­ta da esse nella primavera 1944, in occasione del processo ai partigiani del distaccamento Griffith, catturati poco prima . La sentenza fu di condanna a morte per poco meno di quaranta su una cinquantina di processati. Durante i tre giorni del processo e particolarmente dopo la lettura della sentenza, accolta dai condannati con il canto degli inni del lavoro e della Resistenza, centinaia e centinaia di donne con­tinuarono la loro protesta, incuranti dei mitra delle brigate nere, finché – dopo lunghe e ripetute conversazioni tele­foniche fra le autorità fasciste di Parma e il governo di Salò – questi, preoccupato e sollecitato anche, a quanto pare, dalle autorità tedesche che temevano una rivolta, non comunicò la grazia della vita ai condannati.

Alcuni di questi furono poi fucilati per rappresaglia, ma altri fuggirono dal carcere e ritornarono a combattere sui monti, mentre altri ancora furono deportati in Germania e tornarono dopo la fine della guerra. Resta comunque il fat­to che la sentenza di morte non fu eseguita per nessuno come conseguenza del processo, e che la vita di tanti gio­vani è stata salvata dal coraggio di quelle donne che seppero imporre la loro volontà ad un governo tanto feroce quanto vile.

Complessivamente alla liberazione furono riconosciute per la provincia di Parma (comprendendo anche un numero di circa 20-30 partigiane della zona pontremolese) numero 316 partigiane combattenti e numero 121 patriote. Le partigiane cadute sono state 8: Bedeschi Ines, Ber­nardi Ida, Cabassi Enrichetta, Calzetta Luisa, Longarini Rina, Melioli Ave, Modena Babila (deceduta nel 1950 per causa di guerra), Riccò Gina. Due, inoltre, le deportate:

Lina Polizzi e la madre Mussini in Polizzi. Le partigiane decorate sono tre: due medaglie di bronzo – Manfredi Rosetta e Tedeschi Argia – e una medaglia d’argento alla memoria – Calzetta Luisa. Su scala nazionale le cadute per la resistenza sono 623 e le decorate di medaglia d’argento 17.

Le decorate di medaglia d’oro alla memoria sono un­dici: Irma Bandiera da Bologna, Lidia Bianchi da Torino, Gabriella Degli Espostì da Castelfranco EmiIia, Anna Enriques da Firenze, Tina Lorenzoni da Firenze, Ancilla Marighetto da Trento, Clorinda Menguzzato da Trento, Tina Rosani, Modesta Rossi da Arezzo, Cecilia Decanussi da Udine, Norma Pratelli Parenti da Grosseto.

Le decorate di medaglia d’oro viventi tre: Carla Cap­poni di Roma, Gina Borellini di Modena, Vera Vassalli di Viareggio.

« Cose da pazzi»

Narra Benedetto Croce che Carducci si era rivolto a Giolitti capo del governo, per una raccomandazione. Giolitti aveva inca­ricato un funzionario di preparare il telegramma per il prefetto di Bologna: «Informi grande Carducci che desiderio vate pos­sente terza Italia trova eco profonda animo mio». Giolitti invece di cestinare il foglio lo inserì in una cartella sulla quale aveva scritto: «manicomio ». Il colonnello Cipriani, ottimo capo di stato maggiore, era spirito caustico.

Avevamo provveduto a ricostruire nei comuni i comandi di polizia e le giunte comunali. Un comandante di uno di questi nuclei di polizia aveva ass­istito ad una seduta di giunta. Ma non era rimasto soddisfatto del modo come funzionava la giunta e delle questioni che trat­tava. E trasmise al c.u. la sua breve relazione. Diceva pressappoco: l’aggiunta (sic) del comune deve essere sciolta perché non funziona. Invece di discutere le modalità della guerriglia, come dovrebbe fare un comando « aggiunto », tratta le questioni co­munali del sale e dell’approvvigionamento dei viveri… Cipriani inaugurò così la cartella delle « Cose da pazzi ». Ben presto in questa cartella si accumularono molte carte.

A proposito di perquisizioni

A metà dicembre 1944 a Vidiana, una frazione di Langhirano, pernottai nella canonica del parroco Don Scappatelli, che fra l’altro era un mio lontano parente. Al mattino presto soprag­giunsero due partigiani. Cominciarono a rovistare in un cas­settone nella camera da letto del parroco asserendo di dovere fare una perquisizione. Inun cassetto vi erano sette od otto paia di calze ben raggomitolate di lana di pecora.

«Troppe calze », diceva uno dei partigiani, ed intanto ne prendeva due paia. A questo punto, sollecitato dal parroco dovetti intervenire. « Cosa fate? ».

« Una perquisizione ». « Ma per ordine di chi? ». « Del Comando unico». « E personalmente? ». « Del commissario Mauri ».

Cervino, l’altro partigiano, che dopo un po’ mi aveva ri­conosciuto, pestando il piede al compagno, gli faceva segno di smetterla. Il partigiano… delle calze, che fra l’altro era un valoroso combattente, fin troppo spericolato, si giustificò dicendo che ave­va proceduto ad una perquisizione per rappresaglia in quanto la sera precedente aveva bussato alla canonica per cercare al­loggio, nessuno gli aveva aperto ed aveva dovuto dormire col compagno in un fienile.

Il parroco a sua volta rispondeva che di sera per prudenza non apriva a nessuno. L’incidente si risolse in una bicchierata. Il parroco sturò una buona bottiglia di malvasia, e donò ai due partigiani non solo le calze ma altro ancora.

ati. « Documenti? ». « Il lasciapassare della S.D. di Parma ». « Ma io non so il tedesco». «Ne so poco anch’io ».

«Vada pure », disse l’ufficiale, «ma badi che lungo la strada vi sono altre pattuglie che a quest’ora possono aprire il fuoco senza preavviso ». A Berceto il sergente « Jost », della S.D., terrorizzava la zona con i soliti metodi. Gli stessi ufficiali tedeschi lo temevano. Un colonnello della Wermacht, approfittando dal momentaneo allontanamento del sergente, ci tenne a far sapere: « lo essere ufficiale esercito, non polizia … ».

Appena entrati nell’ufficio, una sorpresa: con altri militari tedeschi addetti al comando, vi era una nostra ex-staffetta, la « Rosetta », figlia di una maestra di Ozzano, che, in quella situazione, si presentava nell’atteggiamento di… padrona di casa. « Rosetta» s’avvide del mio turbamento e spiegò subito:  era stata fatta prigioniera circa due mesi prima; durante gli interrogatori di Jost, si erano innamorati e dopo qualche giorno si erano sposati. Ci tenne a dichiarare, presente Jost, che nulla aveva detto di quanto era a sua conoscenza del nostro movi­mento. In realtà non poteva essere a conoscenza di molte cose. « Rosetta» presenziò alla conversazione relativa alla conse­gna dei prigionieri partigiani, che avrebbero potuto raggiungere

Il liberamente il Taro. Ad un certo momento, scorgendo del sangue schizzato sulla parete, chiesi a bruciapelo cosa era. Jost cambiò discorso e «Rosetta» arrossì. Il comandante  del distaccamento della la 1ªJulia che era stato fatto prigioniero, «Picnic» – Fornari Nello di Collecchio – aveva ancora nel viso i segni delle frustate di Jost. Distribuii delle sigarette ai partigiani, dicendo loro parole di incoraggiamento. Attraversarono il paese, occupato dai te­deschi, al canto di bandiera rossa. « Rosetta» in un momento in cui Jost si era assentato, da un cassetto dell’ufficio estrasse una manciata di biglietti da mille – una diecina – e me li cacciò in tasca, dicendo in fret­ta: «Per i partigiani». Rividi poi, nel febbraio, il distaccamento di «Picnic» in azione, pressappoco nella stessa zona di Solignano dove era stato catturato.

Verso la liberazione

Le belve hanno sete

Alla fine di dicembre 1944 le campane avevano già cominciato a suonare per i tedeschi. Come belve, prima di essere prese e rinchiuse nelle loro tane, continuarono sino all’ultimo a sfogare la loro malvagità, col maggiore spargi­mento di sangue possibile, e senza alcun risultato bellico. La zona ovest dal 6 gennaio 1945 e per circa 15 gior­ni era stata duramente provata da un pesante rastrella­mento.

L’eroica 31ª, Garibaldi aveva resistito, contrattaccato, combattuto fino allo spasimo. Quando fu sopraffatta dal­l’enorme superiorità numerica e di armamenti del nemico, i distaccamenti ebbero ordine di ritirarsi in base alle dispo­sizioni impartite in precedenza. Si è già detto cosa accadeva durante i rastrellamenti. L’esecuzione degli ordini era resa difficile dalla neve, dal freddo, dalla fame. I contadini, giustamente preoccupati per sé e per le loro famiglie, temevano che i tedeschi, tro­vando nelle loro case degli uomini armati, uccidessero tutti senza pietà e devastassero e bruciassero ogni cosa. Non si poteva chiedere un pezzo di pane, un cantuccio per ripa­rarsi dal freddo ed esporre una famiglia all’eccidio.

La mattina del 10 gennaio, 22 giovani fra cui diversi partigiani furono sorpresi nei pressi del torrente Dordia, in prossimità di Varano Melegari, a Casa Cornali. Al momen­to della cattura i 22 giovani erano disarmati. Li spinsero in fondo alla stretta valle, li spogliarono dei documenti, del denaro, di ogni valore, li falciarono con le armi automatiche, e li finirono a colpi di pistola. Uno dei partigiani, Biggi Antonio, che aveva assistito alla fucilazione dei compagni ed era stato risparmiato per­ché servisse ai tedeschi da bestia da soma fino a Varano, fu fucilato anche lui poche ore dopo.

Tra gli assassinati Giulio Rovacchi, partigiani del Pedrazzi e del distaccamento Jezzi e di altri reparti del batta­glione Egidio, giovani che la furia del rastrellamento aveva spinto in montagna proprio in quei giorni, per cercare un rifugio o unirsi ai partigiani, i due cugini giovanissimi Bertocchi Enrico e Settimio. Camorali Alfredo era sposato e lasciava un figlio in tenera età. Furono uccisi senza essere interrogati, senza che si te­nesse conto, per alcuni, della giovanissima età, senza il con­forto di un sacerdote. Sui corpi dei fucilati per due giorni cadde la neve e li ricoprì pietosa.

Si rovesciano i rapporti di forza

Un altro scambio di prigionieri ebbe luogo il 15 febbraio 1945. Noi avevamo una ventina di prigionieri e liberammo al­trettanti prigionieri partigiani. Mentre Savani e Domenico Zammarchi « Scapaccino », allo­ra maresciallo dei carabinieri, si avviavano al comando della S.D. furono fermati al Pilastro, in prossimità di Parma, da una pattuglia tedesca: 20-30 uomini armati fino ai denti, un camion­cino e due motociclette, in marcia verso Langhirano. Dove era­no diretti?

Un breve scambio di domande e di risposte, col lasciapas­sare alla mano, e poi ognuno riprese la propria strada… Dopo che al palazzo Rolli era appena iniziato il colloquio, presente l’interprete maresciallo Rabantzer, si sentì bussare. Comparve un energumeno in pieno assetto di guerra. Un fra­goroso attenti ed un concitato discorso in tedesco, con interca­late le parole «prof. Mauri ».

Albert appariva contrariato. Ad un tratto in italiano disse al graduato: « Eccolo il prof. Mauri, arrestatelo pure ». Poi, stizzito: «Andate ». Un altro fragoroso attenti, dietro front, e l’interlocutore se ne andò. Si riprese la conversazione sul cambio dei prigionieri. Albert non ci teneva a farci sapere cosa era accaduto. Compren­demmo cosa era successo la sera tardi al ritorno ad Arola di Langhirano. Quivi trovammo la casa Lanzi ancora a soqquadro. I tedeschi vi avevano fatto irruzione con i soliti sistemi, bloccan­do gli accessi, e dopo una ispezione nelle stanze, avevano chie­sto ai Lanzi dove era … il prof. Mauri.

«A Parma alla sede della S.D. per uno scambio di prigio­nieri ». Partirono i motociclisti per avere conferma, e poco dopo i tedeschi se ne andarono. La solita spia aveva intravisto nel pomeriggio ad Arola « Mauri» sostare nei pressi della casa Lanzi ed aveva reso ai tedeschi … un pessimo servizio. La poderosa macchina tedesca non funzionava più. Erano stati i tedeschi a rilasciare il lasciapassare per Parma per il cambio dei prigionieri …

L’arma segreta

Sempre nella seconda metà del febbraio 1945, per avere gli elenchi dei prigionieri tedeschi Savani dovette recarsi sui monti. Alle due era di ritorno a Barriera Nino Bixio, ed il lasciapassare èra scaduto a mezzanotte. Cosa fare? Decise di recarsi alla brigata nera per farsi scortare… alla S.D., e ottenere la proroga del salvacondotto.

Con la rivoltella puntata fuori del portone della brigata nera, nella attuale sede degli uffici amministrativi dell’Univer­sità, il piantone chiese: « Chi è? ». « Il prof. Mauri ». « Cosa volete? ». « C’è Maestri? ». « Lo conoscete? ». « Altro che! … ».

Un corridoio, delle stanze, dove militi della brigata nera dor­mivano o giocavano a carte. Qualcuno guardava meraviglia­to. Infine l’ufficio del comandante. Con Maestri, Cavatorta e Bocelli, c’erano un fotografo, un funzionario delle poste e un medico. Maestri rimase meravigliato e contrariato. Poi si svolse un dialogo incredibile e paradossale.

« Sono in viaggio per uno scambio di prigionieri; mi dovreste accompagnare alla S.D.; cosa fate a quest’ora? ». «Un interrogatorio, di giorno c’è tanto da fare », rispose Maestri. Intanto il funzionario delle poste venne incontro a Savani per offrirgli una sigaretta. Il ghiaccio era rotto. « Scusate, se posso essere utile … ». Si guardarono in faccia e poi Maestri, colto di sorpresa: «Volevamo sapere se il capitano tale dei tali, che era in pensione presso questo signore, è ora con i partigiani ».

« È semplice per me, attendete un momento, lasciatemi pen­sare ». Dopo un attimo: «No, il capitano non è con noi ». (In realtà quel capitano non era con noi, ma ci voleva poco a comprendere che in ogni caso la risposta sarebbe stata negativa). Invece: «Grazie », e rivolto a quel cittadino, che si guar­dava attorno come se improvvisamente fosse venuto a trovarsi in un altro mondo, Maestri disse: «Potete andare ».

Inattesa dell’auto che doveva trasportare Savani alla S.D. per la proroga del lasciapassare, Maestri lo accompagnò nel piaz­zale davanti al Collegio delle Orsoline. Erano le 3, ed era buio fitto. « Cosa attendete ad andarvene, ormai per voi è finita ». «La Germania non può perdere la guerra; c’è l’arma se­greta ».

Il comandante della S.D. ha il mal di testa

Gli alleati dall’ovest ed i sovietici dall’est avanzavano. I te­deschi continuavano ad uccidere rabbiosamente per il gusto di uccidere, ma cominciavano a disperare. Questa era l’impressio­ne. Ormai noi parlavamo chiaro. Le posizioni erano invertite. « In cambio di dieci prigionieri tedeschi, disse Albert, posso darvi la famiglia Melilupi di Soragna, fra cui l’ambasciatore ».

« I Soragna nulla hanno a che fare con noi» (ciò non era del tutto vero, ma era… diplomaticamente l’unica strada per favorirne la liberazione senza contropartita ). Il giorno dopo i Soragna erano liberi. Per il controllo dei partigiani da scambiare Albert condusse Savani in una stanza attigua al suo ufficio dove vi era un tavolo con il piano scorrevole. Era il casellario degli schedati. «Cosa mi dà in cambio di tutto? ». « Un mezzo chilo di the ». « :È troppo poco». « Fra un mese non gliene darò neppure un etto … ».

Il capitano Albert poi proseguì, comprimendosi la fronte, come se avesse il mal di capo: «Durante l’offensiva sul fronte russo alle porte di Mosca avevo preso due bottiglie di Vodca. Ne avevo bevuta una con mia moglie, d’accordo di bere l’altra per festeggiare l’ingresso dei tedeschi a Mosca. Nei giorni scorsi i russi sono giunti ad Elbinga, la mia città, e si saranno ripre­sa la bottiglia di Vodca. Mia moglie ha abbandonato ogni cosa ed è fuggita verso occidente ».

La nemesi storica stava per compiersi. « Comprendo» replicò Savani, «so cosa significa avere la famiglia allo sbaraglio ». E cambiando tono continuò: «Lei mi ha detto che non può consegnarmi Longhi perché è prigioniero politico. Longhi è il mio più caro amico. Noi non sappiamo cosa sarà di noi. Se farà del male a Longhi sarà come se lo facesse a me ». Longhi era già stato assassinato nei giorni precedenti nelle cantine del palazzo Rolli, e non si è mai saputo come, né dove riposino i suoi resti mortali.

Proposte di tregua respinte

La sera del 24 febbraio 1945, pervenne a Mauri un biglietto del podestà di Langhirano, Lanzi, recapitato da Sergio Bertogalli, commissario della brigata Pablo. «24-2-45. Caro professore, è aspettato per questa sera a casa mia per parlare con il comm. Costa. Mi raccomando di non mancare perché è cosa importantissima e urgente. Il comm. Costa aspetta a casa mia sino alle ore tre di domani mattina. Saluti Lanzi ».

Mauri era appena tornato da Lagrimone dove si era recato in slitta per una ispezione alla 47ª Garibaldi. Vi era­no da appianare delle divergenze insorte tra il commissario della 47ª Gino Cortesi e il comandante della delegazione. Verso le ore 23 Mauri si mise in cammino per la di­scesa ghiacciata da Carobbio a Ghiare di Corniglio.

Alle 2 era ad Arola. Il comm. Costa era accompagnato, come in occasione del primo incontro, da Antonio Chiari. Dopo i convenevoli d’uso, riferì quanto appresso: «Verso la metà di marzo avrà luogo il ritiro delle truppe tedesche oltre il Po; successivamente i tedeschi si ritireranno oltre le Alpi. Se i partigiani attaccheranno i tedeschi durante la ritirata, le città dell’Emilia saranno rase al suolo. Se i parti­giani non attaccheranno non avrà luogo alcuna distruzione, ed i partigiani potranno continuare le loro azioni contro la brigata nera e le forze italiane della repubblica di Salò; senza alcun intervento da parte dei tedeschi. Il comando tedesco rimarrà in attesa di una risposta sino al 2 marzo ».

Il Costa era in possesso di una autorizzazione del Co­mando tedesco, ed era designato l’ufficiale, il capitano Wiesner, per trattare, qualora i partigiani avessero preso in considerazione le proposte. Mauri fece presente che non v’era niente da fare e che comunque si trattava di questione che esulava dalle sue competenze; avrebbe fatto sapere qualche cosa appena pos­sibile a mezzo di Antonio Chiari.

Il colloquio ebbe termine alle ore 4,30, e Mauri riprese la via del ritorno. Il comm. Costa due mesi prima, si era presentato co­me … amico di Mussolini; ora si presentava come … amico dei tedeschi, nel momento in cui secondo la sua esposi­zione, i tedeschi si apprestavano ad abbandonare al suo de­stino Mussolini. Il comm. Costa diceva che gli stavano a cuore le città dell’Emilia. Le città dell’Emilia, a cominciare dalla nostra, stavano a cuore anche a noi.

Come avrebbero potuto i tedeschi distruggere tutte le nostre città con una aviazione ormai praticamente inesi­stente? È vero che si sentiva dire che era stato minato il ponte della ferrovia di Fornovo, ma una cosa era minare dei ponti e altra cosa era distruggere delle città. La nostra parola d’ordine era sempre stata rettilinea e chiara: nessun compromesso e lotta a fondo contro fascisti e tedeschi.

Vi era stato un precedente nella nostra zona che risa­liva alla prima metà d’ottobre del 1944. Eravamo a Bosco di Corniglio e Don Guido Anelli si era fatto portavoce del­la richiesta del Comando tedesco di concordare, almeno du­rante l’inverno, una tregua sul fronte della Cisa. Mauri e Pablo avevano immediatamente risposto in modo negativo. Allora però si trattava di una zona che era sotto la giuri­sdizione del Comando unico.

Eravamo a conoscenza che tentativi analoghi a quelli del comm. Costa erano in atto un po’ ovunque in tutte le zone. Eravamo a conoscenza altresì che da parte dei Comandi alleati e dei movimenti politici di destra non si vedeva con eccessiva simpatia la insurrezione nazionale come momen­to conclusivo della lotta di liberazione. Per noi invece l’insurrezione era l’unica possibilità sto­rica che si presentava per riscattare l’onore dell’Italia e per assicurare l’avvento di un regime democratico nel nostro Paese.

Soltanto con l’insurrezione sarebbe stato possibile sal­vare gli impianti industriali, le opere d’arte e le città. Era però necessario informare i comandi superiori. La mattina successiva Mauri trasmise una breve relazio­ne di quanto era accaduto al Comando unico nella zona ovest, al Comando nord Emilia che era allora nel reggiano, al maggiore Holland della missione alleata che in quel mo­mento trovavasi nella zona tra Palanzano e Monchio, e al col. Ceschi del comando della delegazione: che si era recato nella zona ovest per conferire su altre questioni col Coman­do unico. Provvide inoltre a fissare un appuntamento per la sera del 26 febbraio ad Arola in casa Lanzi con « Miro» – Umberto Macchia – segretario allora della Federazione del P.C. e membro del Comitato di liberazione provinciale. Nel pomeriggio del 26 febbraio pervenne, a giro di po­sta, la risposta del maggiore Holland:

«26-2-1945. Caro Mauri, molte grazie per avermi messo al corrente. La prego di usare Lamberto per ogni altra notizia e di chiamarmi quando vuole per discutere personalmente l’af­fare. Secondo il mio pensiero non c’è altro che un rifiuto asso­luto ma ad ogni modo manderò una breve relazione alla base chiedendo istruzioni al Comando supremo.

Lei sa che i tedeschi non hanno assolutamente dell’avia­zione qui in Italia e non potranno fare nessun bombardamento a tappeto delle città. Per distruggere una città con delle mine ci vuole molto tem­po. Non credo che avranno neanche gli uomini e l’organizza­zione adatta. C’era da aspettare delle minacce simili da tale gente. Credo che la cosa si riduca al decidere se si devono o non continuare i colloqui per guadagnare tempo poiché anche se ci fosse il permesso del Comando supremo (cosa che non c’è dubbio non consentirà di fare tale convegno come quello di non attaccare in ritirata) sarà completamente impossibile fre­nare gli uomini che tanto hanno aspettato l’ordine dell’attacco.

Le manderò appena arrivano le notizie del Comando su­premo. Tanti auguri e saluti Holland ».

Questa lettera confermava quello che era il nostro pun­to di vista e cioè che la risposta da dare al comm. Costa non poteva essere che negativa; d’altra parte confermava la necessità di informare d’urgenza i nostri comandi: se il capo della missione alleata riteneva necessario mettere al corrente il Comando supremo, a maggior ragione noi parti­giani dovevamo informare i nostri comandi superiori. Nella notte tra il 26 e 27 febbraio Mauri era nuova­mente ad Arola in attesa di « Miro ». Sopraggiunse invece il geom. Rampini, che pure faceva parte del C.L.N. provin­ciale, in rappresentanza della D.C.

Per prima cosa il geom. Rampini comunicò che « Miro» era stato arrestato dalla S.D. dopo essere stato ferito grave­mente ad un ginocchio, e che erano stati pure arrestati i componenti del Comando delle S.A.P. e il capo del servi­zio informazioni « Stella» – il prof. Gavino Cherchi -, Circolava la voce che il prof. Cherchi fosse già stato uc­ciso. Dopo avere appreso i fatti, anche il geom. Rampini ritenne che fosse opportuno informare della questione il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia. II C.L.N.A.I. era in grado e aveva il potere di dare una risposta definitiva.

Data l’urgenza il geom. Rampini consigliò Mauri di partire il giorno dopo assieme al partigiano «Amadasi» – Guido Belli – che a Milano, era in grado di sollecitare un incontro con i rappresentanti del C.L.N.A.I. Mauri però non si diede per vinto; voleva avere un col­loquio con Miro, e fece un estremo tentativo. Chiese ed ottenne alla S.D. di poterlo vedere, con la speranza di avere la possibilità di scambiare qualche impressione. Venne in­trodotto in una stanza e su una barella, immobile per la grave ferita alla rotula del ginocchio riportata al momento dell’arresto, vi era Miro. II maresciallo Rabantzer, anima nera della S.D. non si assentò un momento. La conversazio­ne non poté che essere generica e si risolse in un abbrac­cio e l’augurio di guarire presto.

All’alba del 28 febbraio Mauri e Amadasi bussavano all’abitazione dell’ing. Giambelli della D.C. a Milano, dopo un viaggio piuttosto avventuroso. Fra l’altro, subito do­po Fiorenzuola dovette temporaneamente sostare ad un po­sto di blocco, per un attacco massiccio dei partigiani del piacentino ad una colonna tedesca in transito sulla via Emilia. Per quanto l’ing. Giambelli fosse conosciuto, non fu cosa facile, senza preavvisi e documenti, potere avere un incon­tro con i rappresentanti del C.L.N.A.I. II lasciapassare della S.D. di Parma per il viaggio di andata e ritorno da Milano, era un documento negativo. C’era ovunque una diffidenza impenetrabile spiegabilissima.

Un primo contatto l’avemmo con Don Bicchierai che si interessava di questi tentativi di tregua dei comandi tede­schi. Ogni partito aderente al C.L.N.A.I. aveva i propri rap­presentanti di primo secondo e terzo grado. Non era certo il caso di sperare di potere incontrarsi con Longo, con Par­ri e con gli altri esponenti principali. Fra l’altro Parri in quei giorni era in carcere. Lo apprendemmo dal comandante della S.D. di Milano, capitano Gewecke. La S.D. a Milano era insediata in quei tempi all’Hotel Regina. II lasciapas­sare che ci era stato rilasciato a Parma scadeva alle ore 24 dello marzo. Era necessario ottenere una proroga di alme­no due giorni. II capitano Gewecke ci riferì che proprio all’Hotel Regina, vi era in stato d’arresto Ferruccio Parri, che aveva scritto una lettera per la moglie, e si dichiarò disposto a consegnarcela, se ci impegnavamo di farla avere a destinazione. Per non sbagliare rispondemmo che non conoscevamo né Parri né la moglie.

Finalmente in casa dell’ing. Giambelli, nella sera inol­trata del l° marzo, dopo un primo incontro con il rappre­sentante del P.C. sopraggiunsero, uno dopo l’altro, i rap­presentanti dei vari partiti nel C.L.N.A.I. Dopo un concitato e breve scambio di idee, ci venne suggerito di rispondere al comm. Costa in modo evasivo, e cioè che non eravamo riusciti a rintracciare nessun diri­gente del movimento partigiano. La notte del 2 marzo, viaggio di ritorno.

A Carobbio prendemmo visione delle risposte del Co­mando unico e del Comando nord Emilia. Vi era anche un’altra lettera del maggiore Holland. Nella notte del 3 marzo ci pervenne infine la risposta definitiva del Comando alleato: « Inbase all’accordo fra C.L.N.A.I. col c.s. dire che C.L.N.A.I. obbedirà a tutti gli ordini del C.S.A. – Segretissimo – 2-3-45 ».

Inbase alle istruzione avute facemmo sapere al comm. Costa e al capitano Wiesner che non eravamo riusciti a conferire con nessun comando superiore e che non c’era nulla da fare. Al maggiore Holland riferimmo poi diffusamente tutto quanto ritenevamo utile per la nostra causa. Dai colloqui avuti coi comandi della S.D. di Parma e di Milano, una conclusione poteva trarsi, obiettiva, senza tema di esagerazione, e cioè che i tedeschi erano terrorizzati dalla forza che i partigiani del nord Emilia avevano rag­giunto, é che erano disposti a qualsiasi concessione, pur di evitare l’urto nella fase fatalmente prossima e decisiva della ritirata.

Al ritorno da Milano Mauri venne destituito dalle fun­zioni di commissario politico della delegazione zona est senza neppure essere interrogato, come se si fosse macchia­to delle più gravi colpe, e ciò contro il parere non soltanto della missione alleata, e dei comandi delle varie formazioni, ma di una gran parte dei partigiani. Mauri ritenne di dover accettare in silenzio i provvedi­menti presi, con la certezza che ben presto sarebbe stata resa giustizia. E infatti il Comando nord Emilia dopo avere pro­ceduto a rigorosi accertamenti, provvide a reintegrare il Mauri nel grado che aveva ricoperto nelle formazioni partigiane dall’agosto 1944.

Diciotto milioni

A Riano di Corniglio, al Comando della 12a Garibaldi, verso il mezzogiorno del 17 marzo 1945 si sentirono e si videro dei camions provenienti da Langhirano. I tedeschi hanno ancora voglia di fare delle puntate? Si scorgevano degli uomini in divisa, che sembravano (e poi si vide chiaramente che erano) partigiani, issati in ogni guisa, sui camions.

Davanti c’era « Marco », Artemio Ughetti, comandante del distaccamento, che aveva il petto ricolmo di decorazioni. Cosa era successo? Marco scaricò un sacco e lo vuotò in mezzo alla strada. Erano pacchi di biglietti da mille, da cinquecento, di ogni taglio, compresi quelli da una e due lire. E dopo il primo altri sacchi e casse. C’era del vento, qualche biglietto cominciava a volare, partigiani e contadini si avvicinavano un po’ troppo … « Mauri » fece collocare le casse ed i sacchi al Comando della 12ª. « Racconta come è accaduto ».

« La notte scorsa sulla nazionale della Cisa all’altezza di casa Bonardi eravamo appena giunti quando sentimmo appros­simarsi una colonna di autocarri. Quando furono sotto il tiro, ordinai il fuoco. Fu una lotta terribile. Vi furono dei corpo a corpo. Il primo autocarro con una bomba fu immobilizzato. I tedeschi erano una quarantina. Noi la metà. Non vollero ar­rendersi. L’ultimo fu il comandante, un capitano che riuscii il prendere vivo. Lo affidai a due partigiani. Appena mi vide allontanare, con una coperta tentò di immobilizzare le guardie. Sentii delle urla. Stava per avere il sopravvento. Dovetti in­tervenire col mitra. I camions erano parecchi, ma noi avevamo due soli conducenti. Gli altri li abbiamo fatti saltare. Un ca­mion conteneva casse e sacchi di denari, ed una valigia di deco­razioni tedesche. Abbiamo preso la via del ritorno, ci siamo auto decorati ed eccoci qui ».

Il denaro venne affidato al comando della 12ª. Si trat­tava di 18 milioni. Il giorno successivo con l’ispettore am­ministrativo della delegazione Giovanni Madoi «Bruto»(funzionario di banca) ed una buona scorta, il carico venne trasportato al Comando nord Emilia. Vennero versati modesti premi alla 12ª Garibaldi ed al distaccamento di Marco ed il grosso della somma venne utilizzato per il pagamento del premio di smobilitazione ai partigiani della nostra provincia, in ragione di L. 2.000 a testa.

« Marco» ebbe la medaglia d’argento.

I giorni del nazismo sono contati

A fine marzo venne affisso nei paesi della zona est il seguente manifesto: « Corpo Volontari della libertà – Delegazione zona est Cittadini la guerra sta per volgere alla fine col trionfo fatale delle forze progressive del bene contro quelle retrive del male.

I giorni del nazismo sono contati. La libertà sta per risorgere, dopo il pauroso eclisse, anche nella nostra povera grande Italia, così duramente provata. Avviciniamoci alla grande ora, con purezza d’intendimenti! :È in gioco la nostra salvezza.

Agricoltori

La gente della montagna ha, sin dai primi tempi, dimostrato di comprendere la nobiltà della lotta delle formazioni partigiane. Non siamo mai stati insensibili di fronte ai vostri disagi. I buoni di prelevamento devono essere presentati ai Comandi di brigata per la loro regolarizzazione. Tutti devono collaborare per il ritorno della normalità.

Lavoratori .

Dalle viscere della nostra terra che ha fecondato i germi di tanta civiltà, dalle scaturigini del nostro sangue così generosa­mente immolato per le cause più nobili, dai campi di battaglia, dalle metropoli e dai monti, dalle nostre esperienze antiche e recenti, ovunque erompe un grido che sovrasta i cieli: ITALIA. La libera Italia del lavoro saldamente democratica. Di fronte a questo grido per il quale sono morti i nostri migliori, come davanti ad un altare, sacrifichiamo i nostri pic­coli dissidi, invochiamo giustizia per tutti i traditori responsa­bili della nostra caduta e facciamo voti di costituire una unità che niuno al mondo dovrà più spezzare.

VIVA L’ITALIA! VIVA LA LIBERTÀ.

Comandi e brigate alla vigilia della Liberazione

C’era allora fra noi chi diceva scherzosamente (ma c’era un fondo di verità): la guerra dovrebbe cominciare ora, i tedeschi troverebbero pane per i loro denti. Organizzazione militare complessa e articolata; coman­danti ormai esperti nella guerriglia; circa 8000 partigiani, con ogni tipo di arma, bene equipaggiati e disciplinati. Uno schieramento imponente. Sin dal gennaio 1945 la delegazione del c. u. si era mes­sa a contatto con le formazioni Apuane affinché la loro azione fosse inquadrata nel piano operativo della nostra zona. Era necessario, impedire l’accesso ai valichi, alle nostre spalle da parte dei tedeschi in ritirata. La 4ª brigata Garibaldi Apuana e la brigata Leone Borrini furono in­quadrate nella divisione Monte Orsaro alle dipendenze del­la delegazione Zona Est. La vecchia brigata Cento Croci, la brigata Nino Siligato e la brigata Sante Barbagatto furo­no inquadrate nella divisione Val Taro alle dipendenze di­rette del Comando unico.

Gli Apuani ben meritarono della fiducia che in essi ri­ponevamo. Si batterono con grande decisione e riuscirono ad impedire che i tedeschi si avvicinassero ai valichi ap­penninici. Per quel che riguarda in particolare la zona est, subito dopo l’inizio dell’ultima nostra offensiva di cui si dirà ap­presso, i tedeschi tentarono di forzare il nostro schiera­mento a difesa del valico del Lagastrello per aprirsi una via alla pianura padana in previsione della ritirata. Tali pun­tate furono respinte dalla 4ª Apuana e dalla Bortini. Punto cruciale degli incontri fu Licciana. Ad ondate successive il nemico tentò superare il nostro schieramento, ma dovette arrendersi lasciando in mani nostre numerosi prigionieri, armi, munizioni ed equipaggiamenti.

I Comandanti e le varie formazioni al momento della liberazione

COMANDO UNICO

Comandante: Giacomo Ferrari {Arta) Commissario: Achille Pelizzari (Poe)

Capo di S.M.: Cipriani Ferdinando {Ottavio) Ispettore: Enrico Tanzi (Alpino)

Capo servizio sanitario: Alberto Pasquali (Visconti)

DIVISIONE GARIBALDINA «VAL CENO»

Comandante: S. Ten. Ettore Cosenza (Trasibulo)

Commissario di guerra: Luigi Leris {Gracco)

Capo di S.M.: Mario Squeri (Battaglia)

31a BRIGATA GARIBALDI «FORNI»

Comandante: Cap. Giorgio Lazzari (Effe)

Commissario: Alfredo Corradi (Giuseppe)

31a BRIGATA GARIBALDI «COPELLI»

Comandante: S. Ten. Luigi Rastelli (Annibale)

Commissario: Aldo Bernini (Maurizio)

32a BRIGATA GARIBALDI «MONTE PENNA»

Comandante: Alfredo Moglia (Bill)

Commissario: Ottavio Braga (Rolando)

135a BRIGATA GARIBALDI «MARIO BETTI »

Comandante: Luigi Marchini {Dario)

Commissario: Dino Tanzi (Gastone)

7sa BRIGATA « S.A.P. »

Comandante: Cap. Annibale Ballarini (Bongiorno)

Commissario: Marcello Pini (Gigetto)

DIVISIONI «VAL T ARO»

Comandante: Federico Salvestri (Richetto)

Commissario di guerra: Federico Molinari (Severino)

Capo di S.M.: Augusto Pederzini (Tarass)

I BRIGATA « JULIA »

Comandante: Primo Brindani (Libero)

Commissario: Lino Benci{Lino)

II BRIGATA « JULIA »

Comandante: Umberto Pestarini (Umberto)

Commissario: Guglielmo Antiga (Mino)

RAGGRUPPAMENTO BRIGATE « LA VECCHIA CENTO CROCI»

Comandante: Mario Delucchi (Mario)

Commissario: S. Ten. Roberto Bertè (Roberto)

Capo di S.M.: Giuseppe Paveri (Mantovani)

BRIGATA «NINO SILIGATO»

Comandante:. Ten. Lino Tagliaferri (lgor)

BRIGATA « SANTO BARBAGA TTO »

Comandante: Aldo Tambini (Aquila)

GRUPPO D’AZIONE (VAL TARO)

Comandante: S. Ten. Giuseppe Del Nevo (Dragotte)

Commissario: Luigi Solari (Jack)

DIVISIONE «CISA»

Comandante: Guglielmo Cacchioli (Beretta)

Commissario: Don Mario Casale (Mario)

Capo di S.M.: Aldo Olivieri (Ulisse)

I BRIGATA «BERETTA»

Comandante: Guglielmo Cacchioli (Beretta)

Commissario: Don Mario Casale (Mario)

II BRIGATA «BERETTA»

Comandante: Gino Cacchioli (Beretta)

Commissario: Don Mario Casale (Mario)

111 BRIGATA «BERETTA»

Comandante: S. Ten. Giuseppe Molinari (Birra)

Commissario: Giacomo Tassi (Mino)

COMANDO DELEGAZIONE EST CISA

Comandante: Paolo Ceschi (Gloria)

Commissario di guerra: Primo Savani (Mauri)

Capo di S.M.: Ottavio Luna (Otto)

Ispettore: Giovanni Madoi (Bruto)

Ispettore giudiziario: Druso Parisi (Mario)

Capo servizio sanitario: Bruno Casa (Bruno)

DIVISIONE GARIBALDINA «OTT A VIO RICCI»

Comandante: Ten. Leonardo Tarantini (Nardo)

Commissario: Gino Cortesi (Ilio)

Capo di S.M.: Italo Bocchi (Bevilacqua)

12a BRIGATA D’ASSALTO GARIBALDINA « FERMO OGNIBENE»

Comandante: Dario Giagnorio (Camillo)

Commissario: Giuseppe Copercini (Ricci Serse

143a BRIGATA D’ASSALTO GARIBALDI «ALDO»

Comandante: Massimiliano Villa (William)

Commissario: Gino Costa (Passatore)

143a BRIGATA D’ASSALTO GARIBALDI «FRANCI»

Comandante: Guido Bertolotti (Max)

Commissario: Ubaldo Bertoli (Gino)

III BRIGATA « JULIA »

Comandante: Arnaudt Lauritzen (Paolo il Danese)

Commissario: Dr. Ennio Biasetti (Condor)

BRIGATA « PABLO »

Comandante: Enrico Bernardi (Franco)

Commissario: Sergio Bertogalli (Mario)

BRIGATA S.A.P. «PARMA VECCHIA»

Comandante: Ing. Walter Grassi (Grava)

Commissario: Alberto Zinelli (Berto)

DIVISIONE «MONTE ORSARO»

Comandante: Renato Ricci {Luigi)

4a BRIGATA GARIBALDI «APUANA»

Comandante: S. Ten. Fausto Bocchi (Gianni)

Commissario: Luigi Brunacci (Talete)

4a BRIGATA GARIBALDI «APUANA»

Comandante: S. Ten. Fausto Bocchi (Gianni)

Commissario: Luigi Brunacci (Talete)

BRIGATA << LEONE  BORRINI >>

Comandante: S.Ten. Francesco Isola (Tino)

Commissario: Giovanni  Gian Pietri (Primo)

7aBRIGATA «S.A.P. JULIA»

Comandante: Cap. Mario Clivio (Moro)

8a BRIGATA « JULIA »

Comandante: Livio Agostini (Giuseppe)

Commissario: Dionino Dal Cielo (Tom)

COMANDO DELLA PIAZZA DIPARMA

Comandante: Ing. Raffaele Froncillo (Masella)

Commissario: Teodoro Bigi (Primo)

Capo di S.M.: Mori Checcucci Tomaso

COMANDO PROVINCIALE S.A.P.

Comandante: Ferrarini Mario (Marco)

Commissario: Bruno Bertozzi (Boni)

BRIGATA POLIZIA «EST CISA»

Comandante: Domenico Zammarchi {Scapaccini)

BRIGATA POLIZIA «OVEST CISA»

Comandante: Ten. Gian Battista Loero (Landi)

BRIGATA D’ASSALTO 178a S.A.P.

Comandante: Renato Bia (Renè)

Commissario: Contando Apollonio (Renzo)

S.I.P. E S.I.M. DI PARMA

Comandante: Campanini Piero (Guersi)

Commissario: Odoni Giuseppe {Gherardi)

«All’ippodromo ci sono le corse domani»

Ad ogni ora si attendeva l’annuncio del messaggio di radio Londra. Nel pomeriggio del 6 aprile a Carobbio di Tizzano, Savani, Parisi e Concari stavano discutendo questioni ri­guardanti il nostro movimento, quando sopraggiunse Ottavio Luna in motocicletta. « Holland ha convocato il Comando e la prega di ve­nire subito a Tizzano ».

Ci voleva poco a capire. Non riuscimmo a contenere l’emozione. Lanciammo a gran voce un grido: «Viva l’Italia! ». Al contadino che ci ospitava spuntarono le lagrime. La notte successiva fuoco su tutta la linea. Intanto gli alleati avanzavano da Bologna. Secondo le disposizioni emanate dal C.D., Parma doveva essere liberata dalle brigate della zona est.

Per tutte le strade lungo le quali i tedeschi tentavano di ritirarsi verso il nord, si combatté furiosamente giorno e notte. Il 25 aprile la 12a « Garibaldi », la 3ª brigata Julia e la 143ª brigata Franci, occupavano la città. La brigata Parma Vecchia era alla testa della solleva­zione del popolo. Uomini e donne col fucile davano la caccia ai tedeschi ed ai fascisti.

La libera bandiera del comune sventolava da una fine­stra della ex federazione fascista in piazza Garibaldi. Il nemico era inseguito da tutte le brigate verso il Po. Nei pressi di Fornovo un concentramento di varie mi­gliaia di tedeschi potentemente armati venne accerchiato da varie brigate. Non volevano arrendersi ai partigiani e non avevano vie di scampo. Finalmente da Salsomaggiore Varano Melegari giunsero reparti corazzati dell’esercito bra­siliano ed il 30 aprile i tedeschi si arresero. Durante queste operazioni, rilevanti furono le perdite del nemico, ma caddero purtroppo, proprio alla fine della guerra, anche numerosi partigiani.

Quando Parma era già tutta in fermento ed i tedeschi in fuga, cominciarono a rifluire i carri armati degli alleati che provenivano da Reggio Emilia, diretti verso Piacenza.

La «Sacca di Fornovo»

I combattimenti che vanno ormai sotto il nome di « Sac­ca di Fornovo » sono senza dubbio l’episodio militare più importante e decisivo delle giornate 24-30 aprile e costi­tuiscono uno degli episodi di maggior rilievo della guerra di liberazione in provincia di Parma. Il prof. Ettore Cosenza « Trasibulo », al comando del­la Divisione Garibaldina Val Ceno, ha partecipato a quei combattimenti, ed ha elaborato con amore, competenza e sensibilità, nel maggio 1966, per l’Istituto Storico della Re­sistenza della Provincia di Parma, uno studio sulla « Sacca di Fornovo ».

Abbiamo ritenuto opportuno rievocare questi fatti ri­portando degli stralci dell’opera del prof. Cosenza. Alla eliminazione della « Sacca» concorsero in forma massiccia le formazioni partigiane e le truppe del Corpo di Spedizione Brasiliano (F.E.B.) comandate dal maresciallo Mascarenhas de Moraes, dotate di mezzi corazzati e di arti­glieria. « Il Comando Unico delle Formazioni partigiane aveva già da tempo predisposto un piano per fronteggiare, com­patibilmente con i mezzi e le forze a sua disposizione, la ritirata dei tedeschi verso il nord lungo la Cisa ».

« Le truppe tedesche in ritirata che confluirono nella “Sacca di Fornovo” furono sottoposte a ripetute azioni di guerriglia da parte delle formazioni partigiane. Questi at­tacchi se, come era prevedibile non riuscirono a compro­mettere l’efficienza sul piano tecnico e militare, causarono al nemico perdite non lievi e senza dubbio influirono sul morale già scosso dei soldati». « Prima ancora che arrivassero americani e brasiliani nella Valle del Taro, zona di Fornovo, notevoli forze parti­giane erano dislocate sulla sinistra del Taro. Queste for­ze, con altre di minore entità, dislocate sulla destra del Taro e sulle alture intorno a Fornovo, ebbero un peso determi­nante per la rapida eliminazione della “Sacca” ».

Il prof. Cosenza espone nei suoi dettagli lo svolgimento della battaglia tra la 148ª divisione tedesca e i resti della 90ª divisione motorizzata, unità ancora in piena efficienza, e le formazioni brasiliane e partigiane. Il 26 e 27 aprile il gen. Fretter Pico che comandava i tedeschi, puntò decisamente la sua ultima carta, per rom­pere l’accerchiamento sulla riva sinistra del Taro.

« Ora, se non andiamo errati, fino almeno alle ore 15 del 27, nella zona di Neviano dei Rossi e sulla riva sini­stra del Taro c’erano soltanto i partigiani e non c’era sol­tanto un distaccamento o un battaglione o una brigata, c’era­no ben cinque brigate partigiane, più una brigata in posi­zione arretrata, più un battaglione della 12ª Brigata, per un totale di certo non inferiore a 1500 uomini, e c’erano mitragliatrici e mortai e una mitragliatrice da 20 mm e un cannone da 47/32 e una buona dose di munizioni. E qui il gen. Fretter Pico fu battuto e fu battuto, questa volta, dai partigiani con l’aiuto, nella zona di Medesano e Noceto di alcuni carri americani».

Le azioni belliche vere e proprie ebbero termine nella mattina del 29 aprile. I tedeschi si arresero senza condizio­ni. Con il rastrellamento degli sbandati e il recupero del materiale da guerra, le operazioni si conclusero il 30 aprile. I partigiani ebbero dieci caduti proprio quando Parma era già in delirio per l’avvenuta liberazione. Quasi tutte le brigate, secondo gli ordini ricevuti, si lanciarono poi al nord all’inseguimento dei tedeschi, per rendere loro difficile se non impossibile la ritirata. « La potente macchina bellica che, con tanta brutalità, aveva seminato dovunque era passata lutti e rovine, anche nella pianura padana, come in tante altre parti d’Europa, giaceva ormai a terra, ridotta in frantumi ».

Applausi e fiori

Il Comando della delegazione Est entrò in città nel po­meriggio del 25 aprile per via Nino Bixio e via Mazzini, tra gli applausi ed i fiori. Piazza Garibaldi finalmente era ancora nostra. Tutti avrebbero voluto abbracciarci. Ogni tanto una sparatoria ed un fuggi fuggi. Erano gli ultimi franchi tiratori che venivano individuati. Anche Cicerone dopo sedici mesi di esilio, « era ritorna­to a Roma sulle spalle d’Italia ».

Eravamo accolti festosamente ovunque da tutti, in ispe­cie da coloro che avevano dei peccati da farsi perdonate e da quei funzionari che durante il regime fascista si erano particolarmente distinti per la loro sviscerata cupidigia di servilismo. Nei giorni immediatamente successivi al 25 aprile, ogni tanto un s.o.s. di qualche gerarchetto fascista, che, sco­perto, invocava perdono e clemenza.

Radio Londra il 28 aprile diffuse la seguente trasmis­sione di Godfrey Talbot: « I partigiani sono straordinariamente bene organizzati. Nell’antica città di Parma, per la quale siamo passati oggi nel nostro viaggio, abbiamo trovato i servizi pubblici in piena attività. Eccellentissima cosa, e ben rara. Ecco com’era anda­ta: i tedeschi il giorno prima che noi arrivassimo a Parma, sta­vano per fare saltare in aria le centrali elettriche, ma i partigia­ni diedero il segnale ed entrarono in azione. Impedirono che i tedeschi distruggessero due importanti centrali elettriche nella zona e che facessero saltare le condutture dell’acqua potabile. I partigiani si sparsero per la zona circostante e difesero le stazioni di distribuzione dell’elettricità. Presero a fucilate qual­siasi tedesco che vi si avvicinasse, e risultò che quando arri­vammo a Parma trovammo che girando i rubinetti veniva l’acqua, che c’era la luce elettrica e la forza motrice. Cosa rara e impre­sa difficile, dovuta ai partigiani. Altro esempio della loro buo­na organizzazione erano i tribunali che funzionavano perfino al momento della nostra entrata in città.

I loro tribunali erano nelle colline intorno alla città e sulle montagne e, a quanto dicono i funzionari del Governo militare alleato, sotto i partigiani la legge e l’ordine pubblico funziona­vano a meraviglia ». (Antologia della Resistenza, di Luisa Sturani, Torino, 1951, pago 385). Anche in quei momenti Parma conservò il senso della misura, dimostrando un alto grado di maturità civica. Non era facile in quella situazione, con la carica di odio ma­turato in tanti anni. Qualcuno dirà che è stato male. Noi riteniamo che sia stato bene. Comunque è andata così.

La sfilata

Il l0 maggio si festeggiò la liberazione. Una sfilata di oltre ottomila armati, per l’allora via Vit­torio Emanuele, fra due ali di popolo delirante di entusia­smo. Pareva di vivere nei primi giorni della creazione del mondo. In testa la bandiera della brigata primogenita, la 12ª Garibaldi. Un complesso imponente, con una selva di bren, di sten, di mitra, e di moschetti. Dalle finestre gremite piovevano fiori. Eravamo fieri, ma anche visibilmente commossi.

Sul palco c’erano le autorità, il Vescovo, gli alleati, il C.L.N.I. con Campanini, il Comando unico con Arta, il Comando Piazza con Froncillo. Il prof. Achille Pelizzari pronunciò un’orazione solenne. Ad un certo momento i partigiani scaricarono per aria le armi, in segno di giubilo. Il fragore della sparatoria co­priva gli urrà della folla. La statua di Garibaldi, che la notte del l° settembre 1944 aveva sussultato davanti allo scempio dei sette marti­ri (caro indimenticabile Barbieri) pareva riprendere la sua impassibilità storica.

La folla continuava ad applaudire freneticamente il prof. Pelizzari. Furono rievocate le giornate dell’agosto 1922; i parmi­giani condannati al carcere, confinati, morti nei campi di sterminio, sotto i bombardamenti, i partigiani caduti ed i caduti di Cefalonia; il pesante prezzo di sangue pagato an­che dai parmigiani per la libertà riconquistata. Quante volte sui monti avevamo parlato alle brigate, nei giorni duri che parevano senza speranza, ai distacca­menti che partivano di notte per azioni dalle quali non tutti sarebbero tornati.

« Quando scenderemo in città ci colmeranno di fiori ». E dicevamo anche: Quando torneremo dovremo tener­ci uniti, per non perderci tra la folla degli assenti, di co­loro che: «non furon ribelli né fur fedeli a Dio », e di quelli del doppio gioco. Per qualcuno, per molti costituiremo un rimprovero vivente e noi saremo in pochi. Poi faranno i processi e ci sarà chi avrà interesse a coinvolgere tutto il movimento, a soffiare nel fuoco, ad intaccare la no­stra unità.

Non tutte le idealità della stragrande maggioranza dei partigiani potranno essere realizzate subito dopo la caduta del fascismo. Altre lotte ci attenderanno, non più col mitra e le bombe, ma nel dibattito e nella vita civile. Forse qualcuno di noi dovrà andare in cerca di lavoro chissà dove, portando con sé il germe del malcontento e della delusione.

Finché avremo vita dovremo continuare a lottare perché i valori morali della resistenza, l’amore, la giustizia, la li­bertà, trionfino nel nostro Paese e nel mondo. Anche se questa lotta sarà difficile e lunga ci affra­tellerà il fascino del ricordo di questa nostra vita partigia­na, che il tempo non riuscirà ad affievolire. Nella lunga storia alterna del nostro Paese, la guerra partigiana è la pagina più gloriosa; col passare del tempo l’aver partecipato a questa guerra diverrà titolo di merito, e di gloria per tutti.

            Una cosa è certa: dal nostro movimento sorgerà la nuova Italia, come dice il ritornello della nostra canzone. Il significato storico della nostra guerra finirà per es­sere compreso e per trionfare, e diverrà un giorno patri­monio sacro di tutta la nazione.

            Saranno poi le nuove generazioni, forti delle nostre esperienze, che porteranno avanti la nostra bandiera.

Appendice

I tedeschi si ammazzano fra loro

Lo riferisce Fernando Cipriani in Guerra partigiana:

« Notte del 21 marzo 1945. Tre umili partigiani della 2ª bri­gata Julia si trovano sulla strada nazionale della Cisa, presso Berceto. L’attraversano e si riposano un poco, prima di ri­prendere il cammino verso la sede del loro reparto. In quel momento, da lontano, lungo i tornanti che si snoda­no verso il passo, appaiono i fari di una automobile. I tre partigiani si appiattano, imbracciando il mitra, mentre lo stesso pensiero attraversa la loro mente. È un piccolo “colpo” imprevisto, che non vogliono lasciarsi sfuggire.

La macchina è ormai a poche decine di metri. Simultanea­mente i mitra sprigionano la prima raffica. Ma l’automobile non è sola. Altri automezzi seguono, a fari spenti fra le tenebre, che sono fittissime. L’improvviso allarme fa arrestare la colonna ed in un primo tempo qualche arma isolata, ma, dopo pochi istanti, tutte le armi automatiche del nemico sparano furiosamente contro l’in­visibile aggressore. Vuole il destino che in senso opposto sopraggiunga un’altra colonna nemica, a piedi. Sorpresa dal fuoco, sosta a sua volta, convinta di essere coinvolta in una imboscata e risponde con altrettanto furore alle raffiche che giungono dall’ombra.

Le tenebre favoriscono l’equivoco e la battaglia si accende fra le due colonne ormai decise a difendersi fino all’ultimo uomo, e la sparatoria diviene sempre più intensa. Sparano tutti, all’impazzata, in tutte le direzioni, senza vedere, senza sapere, senza rendersi conto di ciò che accade. I tre partigiani si fanno piccini. Anche loro non compren­dono. Cercano affannosamente un riparo, si appiattano ancor più, sotto il grandinare di pallottole d’ogni specie. E attendono. Accade qualcosa di assolutamente imprevisto.

L’uragano di fuoco riprende con maggior violenza. Fascisti e tedeschi si sparano addosso con cieca esasperazione, ormai immobilizzati sulla strada buia, mentre i disperati comandi si alternano alle urla di coloro che cadono. I primi chiarori dell’alba sorprendono le opposte colonne ancora schierate in ordine di battaglia.

Ma anche l’equivoco è chiarito. E tedeschi e fascisti non possono che contare le loro perdite: 39 morti e 43 feriti, mentre i tre oscuri partigiani, che hanno finalmente capito anch’essi, riprendono il loro cammino, tranquilli e soddisfatti ».

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Autore: 4345Resistenza in Valtaro Val Ceno

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