Antifascismo e guerra di Liberazione a Parma Primo Savani

Dal dopoguerra

alla «marcia su Roma», 1919-1922

Sede Comando  Unico

Nella prefazione alla Storia di Parma, Ferdinando Bernini scrive: «Parma è sempre stata lontana dagli angoli morti della storia, anzi sta sui grandi itinerari della storia italiana ed europea ». La prima società operaia di mutuo soccorso, ispirata alle dottrine filantropiche di Mazzini, sorse in Parma nel novembre 1860 ed elesse presidente Giuseppe Garibaldi. A fine secolo mentre si andavano diffondendo le ideo­logie di Marx e di Bakunin che assegnavano alla classe operaia la funzione di motore della storia, nel parmense l’umanitarismo garibaldino fu il ponte di passaggio dalla democrazia al socialismo.

Luigi Musini, volontario della campagna del 1866, uno dei 70 di Villa Glori, con Faustino Tanara nella legione garibaldina che andò in soccorso dei, francesi contro i prus­siani, e poi medico condotto a Zibello, nel 1886 fu eletto deputato: il secondo deputato socialista, con Andrea Costa, alla Camera italiana. Nel 1892 si costituiva in Genova il Partito socialista italiano. Nel 1893 sorgeva a Parma la Camera confederale del lavoro, aderente alla Confederazione generale del lavo­ro, di tendenza socialista. Risale al 1900 la pubblicazione del settimanale l’Idea organo dei socialisti della provincia di Parma. Nel 1904 si diffusero anche in Italia le idee sul sinda­calismo rivoluzionario e antiparlamentare di Giorgio Sorel.

Alceste De Ambris, nativo della Lunigiana, studente al­la nostra Università, seguace delle idee di Sorel, si dedicò in Parma all’organizzazione sindacale e politica, e divenne ben presto popolare in larghe zone della provincia, soprat­tutto fra i contadini, che vivevano allora in condizioni di estremo disagio. Il 3 novembre 1907, in occasione di un congresso sin­dacale si staccò dalla Camera confederale del lavoro, la Ca­mera del lavoro, con indirizzo sindacalista rivoluzionario. Nel 1908 cominciò a pubblicarsi a Parma l’Internazio­nale, settimanale della Camera del lavoro. In appendice si accenna brevemente alla vita di questo e di altri giorna­li dell’epoca.

Dal 1° maggio al 24 giugno del 1908, in provincia di Parma, il sindacalismo rivoluzionario fece la sua più grande prova, organizzando il famoso sciopero agricolo. Nel 1908 si costituì pure l’Associazione agraria par­mense. Parma aveva allora due quotidiani: la Gazzetta di Par­ma fondata nel 1735, di indirizzo, come si diceva allora, clerico-moderato, e il Presente organo della democrazia laica e radicale. Gli avvenimenti di quel periodo divennero famosi in tutta Italia. Di fronte allo sciopero dei contadini, l’Associazione agra­ria arruolò dal di fuori, dei c.d. «liberi lavoratori» e il 19 giugno 1908 l’arrivo di un contingente di questi « cru­miri» per i lavori di mietitura, provocò scontri a fuoco fra scioperanti e carabinieri. A fianco della forza pubblica comparvero per la prima volta squadre armate al servizio dei c.d. agrari.

Sulle vicende di questo sciopero nel quadro della ideo­logia sindacalista rivoluzionaria soreliana, si ritiene oppor­tuno pubblicare in appendice un largo estratto della re­lazione scritta da Alceste De Ambris a Lugano su Pagine Libere del 30 giugno 1908, tre giorni dopo la fuga da Par­ma per sottrarsi all’arresto. Fra l’altro si tratta di una ra­rità bibliografica. Al principio del secolo si erano pure costituite Camere confederali del lavoro in provincia ed in particolare a Bor­go S. Donnino ad opera di Angelo Balestrieri, segretario co­munale, ed a Fontanelle in comune di Roccabianca, ad iniziativa di Giovanni Faraboli, contadino, che diede vita, fra i contadini, a cooperative di lavoro. La cooperazione di consumo e di produzione, iniziata in provincia nel 1904 ebbe ben presto larga diffusione.

Alla vigilia della guerra la cooperativa agricola di Fonta­nelle gestiva 1937 biolche di terreno paludoso bonificato, sul quale lavoravano 35 famiglie di salariati fissi. Le organizzazioni operaie politiche e sindacali di ogni tendenza furono contrarie all’impresa libica, e parteciparo­no al moto insurrezionale della c.d. «settimana rossa»- 7-14 giugno 1914 – che in Emilia ed in ispecie a Par­ma diede luogo ad episodi di violenza. Nel parmense, prima ancora che si costituisse il partito popolare ed a partire dal 1910 si erano affermate le corren­ti cattoliche il cui capo fu Giuseppe Micheli. Il Movimento cattolico aveva consistenza soprattutto nelle zone dell’ Appennino, e di quel movimento e delle sue dottrine fu espres­sione la Giovane Montagna, che aveva iniziato le pubblica­zioni nel 1900.

Prima della guerra del 1915-18 due personalità spic­cavano a Parma: Agostino Berenini, radiato dal Partito so­cialista al congresso tenutosi a Reggio Emilia nel luglio1912, con Bissolati, Cabrini, Bonomi ed altri; e Giovanni Mariotti liberale democratico, ambedue parlamentari, mi­nistro il Berenini e sindaco di Parma Mariotti, e studiosi, di scienze giuridiche il Berenini e di storia e archeologia il Mariotti. Alla vigilia della guerra, estremamente vivaci e interes­santi furono a Parma le manifestazioni a favore e contro l’intervento in guerra dell’Italia, non tanto per gli oratori di fama nazionale che qui prodigarono le loro fatiche, quan­to per le caratteristiche peculiari assunte da larghe zone della popolazione operaia.

Contro la guerra erano i socialisti, come nelle altre cit­tà d’Italia. La figura di maggior rilievo tra i socialisti era l’ing. Guido Albertelli, deputato in diverse legislature, ora­tore e professionista di valore (tra i figli dell’ Albertelli si deve ricordare il prof. Pilo Albertelli, uno dei martiri delle Fosse Ardeatine). Tra i socialisti allora più noti, l’avv. Gu­stavo Ghidini, il prof. Ferdinando Bernini, l’ing. Giacomo Ferrari, l’avv. Paolo Venturini, Giovanni Faraboli, e tra i giovani e giovanissimi: Antonio Valeri e Fernando Santi. I socialisti iscritti nella sezione di Parma erano, se la me­moria non tradisce, da 60 a 70. Il maximum delle iscrizioni al Partito socialista si ebbe nel luglio 1922, come risulta dal resoconto del Congresso provinciale pubblicato dall’Ivea il 15 luglio 1922: 184 iscritti in città, 900 in provincia. C’è un episodio che deve essere ricordato, caratteristi­co della psicologia popolare parmense. Tra i socialisti, l’ope­raio Corso Corsi, in uno dei tanti contradditori, venne ac­cusato di essere neutralista per paura. Allo scoppio della guerra andò volontario e fu tra i primi caduti.

Neutralisti erano anche gli anarchici, seguaci di Errico Malatesta e Armando Borghi, che allora avevano a Parma un certo seguito. Esponente dell’anarchismo locale, era Renzo Provinciali, che diresse per alcuni anni la Barricata. Il Provinciali partecipò anche ad azioni di piazza durante la settimana rossa. La sua caratteristica era però la penna « flagellatrice ». In un primo tempo anche i sindacalisti della Camera del lavoro furono contro la guerra, come lo fu lo stesso Mussolini. La Camera del lavoro, dal 1912 era entrata a far parte dell’Unione sindacale italiana, che su scala nazionale costi­tuiva un contraltare della Confederazione generale del la­voro ed era diretta oltre che da Alceste De Ambris, dal­l’anarchico Armando Borghi.

A partire dal 12 dicembre 1914, la Camera del lavoro di Parma si dichiarò favorevole all’intervento, ad opera specialmente di Alceste De Ambris e Filippo Corridoni. Filippo Corridoni era ancora giovane, ma aveva spicca­te doti tribunizie. Si dice che Blanqui, l’eroe della Co­mune di Parigi, sia stato l’uomo politico che abbia subito in tutti i tempi più condanne politiche. In fatto di con­danne politiche e in relazione all’età, Corridoni emulava Blanqui. Oriundo marchigiano, aveva scelto Parma come terra d’elezione. Volontario di guerra, cadde alla trincea delle Frasche. Nelle manifestazioni cittadine, gli interventisti, in ispecie per l’apporto della Camera del lavoro, finirono per avere il sopravvento.

I superstiti ricordano ancora gli echi oratori e le folle plaudenti alla guerra rivoluzionaria che avrebbe dovuto distruggere il militarismo tedesco e aprire le porte, anche nel nostro Paese, al socialismo. L’Unione sindacale italiana, che era rimasta contraria alla guerra, sotto la direzione di Armando Borghi, radiò dal proprio seno la Camera del lavoro di Parma; ma non tutti gli iscritti seguirono gli orientamenti interventisti. Una parte, se pure esigua, si staccò dalla Camera del lavoro, e costituì a Parma una sezione dell’Unione sindacale italiana, sotto la guida di Umberto Balestrazzi e di Alberto Zanlari, fondando un periodico, il Proletario, che usciva « quan­do poteva».

Lo Zanlari lascerà poi l’organizzazione operaia dopo la guerra, e lo ritroveremo, nel primo decennio dopo la libe­razione, alla presidenza… dell’Unione industriale par­mense. La Camera del lavoro di Parma (ormai interventista) aderì divenendone il centro di maggior rilievo, alla Unione italiana del lavoro. Allo scoppio della guerra gli organizzati del parmense nei vari sindacati erano circa 30.000 aderenti alla Camera del lavoro, 25.000 alla Camera confederale del lavoro, 7.000 alla Unione sindacale italiana.

Il «1919»

È un anno fitto di avvenimenti. InGermania sono as­sassinati Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, si formano e cadono le repubbliche dei Consigli in Ungheria e in Baviera, la guerra civile divampa in Russia e le grandi potenze capitalistiche vincitrici stendono un «cordone sanitario» attorno alla giovane repubblica dei Soviet. Anche in Italia l’anno è ricchissimo di date e di circo­stanze di grande rilievo. Gli operai italiani finalmente con­quistano, in febbraio, le otto ore di lavoro.

Proprio Lenin in una lettera a Serrati (che era ancora in carcere per i fatti di Torino del 1917), firmata anche da Zinoviev e Litvinov, scrive il 4 dicembre 1918: «Noi spe­riamo tutti che la rivoluzione proletaria scoppierà in Italia e negli altri Stati dell’Intesa ». Nel 1919 in Italia Mussolini fonda (marzo) i Fasci di combattimento; Gramsci con Tasca, Terracini e Togliatti dà vita a l’Ordine Nuovo (1° maggio); di mese in mese le sedi proletarie, politiche, sindacali, cooperative, si riem­piono di nuovi « soci »; i contadini smobilitati cominciano a occupare migliaia di ettari di terre incolte; D’Annunzio occupa Fiume (settembre), Nitti forma la Guardia Regia; si tengono (novembre) le prime elezioni a suffragio univer­sale con la proporzionale e trionfano i primi due partiti di massa dell’Italia moderna, i socialisti e i popolari; il Parti­to socialista conquista una vasta rete di « comuni rossi », e 150 deputati alla Camera.

Lo stato d’animo della popolazione, è profondamente turbato ed in alcuni settori esasperato. Per i sacrifici sofferti, le ingenti perdite umane, le promesse fatte ai combattenti non mantenute, le aspirazioni nazionali non tutte adempiute, il disagio di coloro che du­rante la guerra si erano abituati a comandare degli uomini e per le loro modeste origini sociali non riuscivano a ria­dattarsi alla vita civile ed alle consuete occupazioni, la de­bolezza dell’apparato statale colpito dallo shock della guerra, le aspettazioni messianiche di larga parte del popolo influenzato dalle parole d’ordine della rivoluzione sovietica, le intemperanze di coloro che, socialisti o non, erano stati contrari alla guerra e finivano per rendersela con gli ex combattenti, la immaturità delle classi lavoratrici di fronte ad una realtà gravida di eventi, lo smarrimento, quanto me­no in un primo tempo, delle classi borghesi, per tutte queste ragioni e altre ancora, anche a Parma, la situazione era dif­ficile confusa e caotica.

Si scioperava con estrema faciloneria. A volte si scio­perava in segno di giubilo per la soluzione favorevole di uno sciopero precedente. Filippo Corridoni in uno dei suoi ultimi articoli sull’ Internazionale aveva scritto: « Finita la guerra e distrutto il militarismo tedesco, torneremo con maggiore decisione alla guerra di classe per risolvere defi­nitivamente la questione sociale ». Finita la guerra così la Camera confederale del lavoro di via Imbriani, come la Camera del lavoro di Borgo delle Grazie, avevano ripreso la loro attività, ma alla ripresa dell’attività corrispondeva l’inasprirsi delle polemiche tra fautori e oppositori dell’intervento, alla ricerca delle respon­sabilità, per la situazione di disagio in cui era venuto a tro­varsi il popolo. Pareva che la guerra di nuovo, avesse crea­to ben poco, e che rispondesse al vero ciò che, con acutez­za, aveva previsto, non un politico, ma un letterato: Renato Serra, nell’Esame di coscienza di un letterato.

Nelle agitazioni di piazza, all’avanguardia, vi erano gli ex arditi di guerra. Si profilò, almeno per un certo tem­po, il sorgere della « Lega proletaria dei mutilati ed inva­lidi », ad opera di un ex orologiaio: Guido Picelli, di cui riparleremo fra breve. I cattolici rinsaldarono la loro organizzazione politica nel Partito popolare di recente costituzione secondo gli in­dirizzi di Don Sturzo. L’Associazione agraria sotto la guida dell’avv. Lino Carrara e del dr. Tardini, consolidò la propria organizzazione. Alceste De Ambris fu attratto dal fascino di Gabriele D’Annunzio e lo raggiunse a Fiume collaborando alla ela­borazione della Costituzione fiumana, la Carta del Carnaro, nella quale si preannunciava il corporativismo. Da Fiume venne il fatidico «Eia eia alalà», che doveva poi essere captato dal fascismo e per vent’anni funestare l’Italia.

Per un certo periodo l’attenzione dei parmigiani venne attratta dalle vicende del famoso processo Candian-Lusignani, che in realtà era un episodio dei contrasti sordi ma aspri fra gli esponenti della loggia massonica di palazzo Giustiniani, tendenzialmente democratica, e gli esponenti della loggia di piazza del Gesù, conservatrice e reazionaria. Caratteristica deteriore della lotta politica di quei tem­pi, prima e dopo la prima guerra mondiale, era la pubbli­cazione di pamphlets nei quali, senza esclusione di colpi, l’avversario veniva attaccato a fondo senza alcun rispetto per le vicende private e familiari. Si ricorda quello del­l’anarchico Provinciali contro De Ambris, e ancor più quel­lo del prof. Luigi Lusignani ai «suoi concittadini », nel quale era preso di mira in particolare l’on.Ie Micheli.

Erano tornate a rifiorire le cooperative in tutta la pro­vincia, dirette o dai socialisti o dai sindacalisti o dai popo­lari, ma pur sempre cooperative, in concorrenza con la gestione privata, così della produzione, come del commer­cio. Alle cooperative dedicavano in particolare l’attività l’ing. Giacomo Ferrari e Biagio Riguzzi. La Gazzetta di Parma continuava imperterrita la sua po­litica tradizionale. Nel 1919 iniziò le pubblicazioni un altro quotidiano: il Piccolo, di ispirazione bereniniana, organo della media borghesia laica e progressista. Era diretto da Tullio Masotti e fra i redattori, vi era Aroldo Lavagetto.

NeI 1920 iniziò le pubblicazioni un terzo quotidiano, il Corriere Emiliano, per iniziativa del gruppo che faceva capo al prof. Luigi Lusignani, di tendenza conservatrice, che aderì poi al movimento fascista. Oltre all’Idea, l’Internazionale e la Giovane Montagna, usciva in quell’epoca un altro settimanale cattolico Vita Nuova, diretto da Mons. Del Monte, che prenderà subito posizione contro il fascismo.

Il secondo Fascio d’Italia

Come è risaputo, nel marzo 1919 a Milano si era co­stituito il primo Fascio italiano di combattimento. A Parma, il l0 aprile 1919, nello studio dell ‘avv. Alessandro De Castro, per iniziativa di Giuseppe Stefanini, si costituì il secondo Fascio italiano: una trentina di aderenti: tutta gente nuova alla vita politica: due o tre generali, di­versi professionisti, non certo noti per la rilevante attività dei rispettivi studi, alcuni rappresentanti di famiglie tradi­zionalmente conservatrici, e tre-quattro operai e modesti impiegati. II programma del primo fascismo è fin troppo noto con i suoi accenti di repubblicanesimo, di avvenirismo, richie­sta della costituente, valorizzazione della vittoria, ricono­scimento dei diritti dei combattenti. Molti furono gli illusi che aderirono al fascismo in un primo tempo, salvo poi andarsene non appena il fascismo scoprì il suo vero volto. In campo nazionale basterà ricordare Toscanini, ed a Par­ma il poeta Renzo Pezzani.

La prima gesta del fascismo, nella primavera del 1919, a Milano, fu l’assalto e la distruzione della tipografia dell’Avanti. A Parma sino a tutto 1’8 novembre 1920 i fascisti limi­tarono la loro attività a qualche manifestazione, con sven­tolio di bandiere tricolori e declamazioni di intonazione pa­triottica e fiumana che suscitavano gli applausi anche dei sindacalisti. In queste prime manifestazioni oratorie i fascisti invei­vano principalmente contro coloro che non erano stati in­terventisti e contro i « bolscevichi », cioè in particolare con­tro i socialisti massimalisti. Poi fecero … d’ogni erba un fascio. Chiamarono bolscevichi tutti gli avversari del fasci­smo. Tale costume continuerà nel tempo, per cui un bel giorno saranno chiamati « bolscevichi bianchi», i cattolici antifascisti (questo sistema di falsificazione della realtà sarà ripreso durante la guerra di liberazione dai nazi-fascisti per i quali « partigiano» era sinonimo di « comunista»).

L’occupazione delle fabbriche

Anche nella nostra città l’agitazione operaia si annun­ciò come una semplice richiesta di aumento del salario in conformità dell’aumento del costo della vita. Sull’Idea dell’8 settembre 1920 si ha notizia di un co­mizio all’Università popolare in solidarietà dei metallurgici. Parlarono il prof. Ferdinando Bernini, Romano Campagnoli, il prof. Pietro Marchetti e Antonio Valeri: « Tutti devono attenersi scrupolosamente agli ordini della Ca­mera confederale del lavoro… È uno dei più luminosi episodi della lotta di classe che può assumere un carattere spiccatamente politico ». Nel numero successivo del settimanale socialista si ha notizia della costituzione di un Fronte unico proletario: Federazione provinciale socialista, Unione anarchica par­mense, Camera confederale del lavoro, Unione sindacale parmense, Sindacato ferrovieri, Federazione leghe proletarie, Federazione provinciale giovanile socialista, Federazione provinciale gioventù rivoluzionaria.  

Di fronte all’atteggiamento negativo degli industriali, anche nella nostra città, si occuparono le fabbriche, secondo le direttive della Confederazione generale del lavoro. Il Fronte unico proletario (che unico non era in quanto non aveva aderito la Camera del lavoro sindacalista), « di fronte alla possibilità che l’agitazione debba assumere carattere specificatamente politico, si augura che la massima con­cordia regni fra la massa operaia nell’ora dell’azione ed esprime il voto che tutte le organizzazioni economiche e politiche, se la situazione lo richieda, si riuniscano coi rap­presentanti di tutte le fabbriche e le leghe, per disciplinare l’occupazione di tutte le fabbriche, la loro eventuale dife­sa, la produzione e distribuzione dei prodotti della gestione operaia» .

L’occupazione delle fabbriche è indubbiamente l’avveni­mento più importante del primo dopoguerra. Lo stesso Mussolini in un primo momento rimase stor­dito dall’avvenimento, tanto è che, almeno per quanto ri­guardava l’occupazione delle fabbriche di Dalmine, dove gli operai avevano issato sulle fabbriche la bandiera trico­lore anziché la bandiera rossa, prese posizione a favore del movimento. Nello scritto di Claudio Treves, pubblicato in appendice, risultano chiare le origini del movimento ed i limiti e in­sufficienze della impostazione della lotta (a parte le illu­sioni e la fraseologia reboante), da parte dei dirigenti della Confederazione generale del lavoro e del Partito socialista.

Sull’Idea del 15 settembre 1920, in prima pagina vi sono articoli di esaltazione della battaglia dei metallurgici: « La lotta si presenta aspra e difficile e dal terreno, economico, se gli industriali non vorranno deflettere dalla loro cinica intran­sigenza, potrà essere trasportata sul terreno politico… Giolitti trova modo di recarsi da Bardonecchia ad Aix Les Bains per confabulare con Millerand, mentre forse la situazione sta per precipitare, travolgendo la borghesia italiana nel baratro delle sue colpe». Sullo stesso giornale e sempre in prima pagina a firma « Ilic » si legge in un corsivo:

« Eppure questo solo basta a provocare delle correnti, spesso subcoscienti nel pensiero socialista, le quali vengono a frenare lo slancio delle masse, quando anche spontaneamente esse si lan­ciano verso il loro destino. Vi sono dei socialisti in Italia anche nel P.S.U. i quali hanno paura ad ogni gonfiarsi della marea proletaria, perché temono che le cose non seguano del tutto si­curamente, senza qualche delusione, senza qualche vittima do­lorosa … ». Treves aveva scritto nel citato articolo: « Guai a chi si attentasse di violentare il movimento, di im­prigionarlo… Qualunque attentato reazionario si rivolgerebbe spaventevolmente contro chiunque l’osasse ».

Lo stesso Corriere della Sera aveva assunto un atteggia­mento remissivo fatalistico, di fronte all’imponenza e gran­diosità del movimento. Giolitti che era a capo del Governo si guardò bene dal fare intervenire la forza pubblica, confidando che il movi­mento si sarebbe esaurito naturalmente per incapacità e in­sufficienza della classe lavoratrice e dei suoi dirigenti. Missiroli sul Resto del Cartina scriveva:

« Anche in Italia ormai non comanda Giolitti, ma il Comitato d’agitazione confederale. Il diritto di proprietà è infranto e calpestato ». L’Idea di Parma del 18 settembre 1920 pubblica un ar­ticolo di fondo col titolo Alla ricerca di un governo: « Una lotta per il salario terminerà così, se non sorgono com­plicazioni che rendano inevitabile allargare il movimento e dar­gli altri obiettivi, con l’abolizione della figura del salariato nell’industria… Non si illuda la borghesia italiana di trarsi in salvo, soltanto perché invece di gettarci a capofitto nella guerra civile, vogliamo prepararci meglio e saturare più profondamente l’opinione pubblica … ».

Il Comitato d’agitazione confederale deliberò … « di in­vitare gli organizzati al versamento di una quota settima­nale di L. 2 per gli uomini e di L. 1 per le donne allo scopo di sostenere i valorosi lavoratori del metallo … ». Intanto il Comitato confederale d’agitazione composto da D’AragonaBianchi, Baldesi, Buozzi, Colombino, Dugoni, Cravello, faceva conoscere ai capìtalisti il suo preciso pensiero « Occorre modificare i rapporti fino ad ora intercorsi fra da­tori di lavoro ed operai; in modo che questi ultimi – attraverso i loro sindacati – siano investiti della possibilità di conoscere il vero stato delle industrie, il loro funzionamento tecnico e finanziario, e che possano a mezzo delle loro rappresentanze di fabbrica contribuire all’applicazione dei regolamenti control­lare l’assunzione e i licenziamenti del personale, e favorire così il normale svolgersi della vita di officina con la disciplina ne­cessaria ».

L’Idea del 25 settembre 1920 sotto un pomposo titolo: La Confederazione generale del lavoro conquista il control­lo su tutte le industrie, nell’articolo di fondo scriveva fra l’altro: « Noi. dissentiamo profondamente da coloro che lamentano che la Confederazione generale del lavoro si sia lasciata sfuggire l’occasione per fare la rivoluzione e si scagliano, tanto per ma­scherare il loro nullismo e la loro congenita incapacità, contro il preteso pericolo del riformismo … Se lo spirito classista sarà vi­gile, il controllo si volgerà, attraverso i consigli di fabbrica – cellule costitutive dei nuovi ordinamenti socialisti – alle massime realizzazioni… Il controllo, sapientemente esercitato ai fini di classe, non soltanto si risolverà nella diminuzione del diritto padronale e nell’allargamento della sfera d’azione prole­taria ma anche nella preparazione futura dei lavoratori alla ge­stione diretta e in un’arma formidabile contro la borghesia… Ogni giorno è una tappa … Fino a che non sia saturata (!) l’opi­nione pubblica della necessità storica del passaggio del potere al proletariato ».

Giolitti aveva vinto. Vennero concessi agli operai au­menti di paga, le ferie annuali pagate, le indennità di li­cenziamento, le indennità caroviveri e, obtorto collo, il di­vieto di licenziamento, ma per quello che riguardava il controllo delle aziende, in concreto, veniva costituita una commissione paritetica « con il compito di formulare pro­poste da servire al governo per la presentazione di un pro­getto di legge allo scopo di organizzare le industrie sulla base dell’intervento degli operai al controllo tecnico e finan­ziario e all’amministrazione dell’azienda ». Vecchio eterno sistema, quello di nominare una commis­sione di studio per insabbiare un problema. Anche nella nostra città i proprietari delle ditte Musi e Polon, Bernar­di, Mora, Piletti, della Vetreria Bormioli, della ditta Callegari, Campanini, Parmigiana, della Società Elettrica Emi­liana Fidae, tornarono in possesso delle loro aziende.

È dopo la fine della occupazione delle fabbriche che prende quota la ventata reazionaria. Alla fine del 1920 non poteva più parlarsi di pericolo rosso. La grande occasione della occupazione delle fabbri­che si era conclusa in sostanza con un nulla di fatto. Non  risulta se la commissione nominata da Giolitti abbia pre­sentato o meno alcuna relazione. Certamente non venne né allora, né dopo, il decreto invocato da Claudio Treves nel­l’articolo della Critica Sociale riportato in appendice. Dopo la grande battaglia che aveva suscitato tante speranze, fatalmente si ebbe un periodo di delusione. Si inacerbono le polemiche tra le correnti del Partito socialista. Il 21 gennaio 1921 al Congresso di Livorno, l’ala di sinistra si staccò e costituì il Partito comunista. L’anno successivo si staccò l’ala di destra.

Un qualsiasi governo responsabile e mediocremente de­mocratico avrebbe fatto poca fatica ormai a ristabilire l’or­dine in senso tradizionale. Non c’era certo bisogno della violenta offensiva fascista contro un pericolo che non esi­steva più. È pertanto del tutto infondata l’affermazione che si legge in molti libri di testo per le nostre scuole, secondo la quale il fascismo di Mussolini aveva finalmente posto termine ai disordini del dopoguerra. La vera offensiva fascista anche nella nostra provincia cominciò quando fra le classi lavoratrici serpeggiava da tempo la delusione e l’abbandono di qualsiasi velleità ri­voluzionaria. In questa situazione Mussolini non era che una mosca cocchiera che raccoglieva ed esprimeva le volontà reaziona­rie delle classi borghesi anelanti di cogliere l’occasione pro­pizia per ricacciare indietro le classi lavoratrici anche sul terreno della legalità e delle possibilità che offriva il suffra­gio universale.

Dal momento che il dado era tratto e che non c’era più da temere sull’esito della lotta, conveniva risolvere il problema alla radice. Si scatenò così a Parma e ovunque, la più violenta e spietata offensiva per distruggere anche il ricordo del so­cialismo, del movimento cooperativo, e delle aspirazioni del­le classi lavoratrici. Mussolini a fine novembre 1914, dopo l’espulsione dal Partito socialista, nell’articolo di fondo del primo numero del Popolo d’Italia, aveva scritto:

« Se essi (i socialisti) mi ritengono” morto”, avranno la terri­bile sorpresa di trovarmi vivo, implacabile, ostinato a combat­terli con tutte le mie forze … voi passerete sotto le forche cau­dine … io affilo le armi, tutte le mie armi … ». Alle forze conservatrici, alla vecchia borghesia ed in ispecie ai nuovi ricchi, sorrideva il pensiero di vedere, fi­nalmente, passare i socialisti sotto queste forche caudine. A questo punto il fascismo apertamente rivela il suo vero volto. Il Popolo d’Italia sorto come « quotidiano so­cialista », diviene il giornale « dei combattenti e dei pro­duttori ». Scompare sotto il titolo la didascalia: «Chi ha del ferro ha del pane », e scompare il nome dell’autore: Blanqui.

Sono in complesso tutte le categorie delle classi borghe­si che prendono posizione più o meno apertamente a favore delle spedizioni punitive delle squadracce, con l’aiuto di gran parte della forza pubblica e dei poteri costituiti. Tutto ciò con la benevola comprensione dei « benpensanti », con la speranza, o l’illusione, domati i socialisti, di potere poi fare rientrare nell’alveo della « legalità» anche i fascisti. È in questo momento che anche a Parma, il pur esiguo gruppo nazionalista, fatto di gente per bene e di intellet­tuali, aderisce al fascismo. Vi è qualche professore di uni­versità, e vi è l’avv. Giacomo Ottolenghi, che dovrà poi avvedersi, dopo qualche anno, di che lagrime e sangue grondava il movimento fascista.

Socialismo e sindacalismo di fronte al fascismo

L’8 novembre 1920 vi fu il primo scambio di revolve­rate nei pressi di piazza Garibaldi, tra socialisti e fascisti. Qualcuno dei protagonisti è ancor vivo e vegeto. Non vi furono morti, ma l’eco di quelle revolverate risuonò per molti anni nei nostri orecchi e nelle nostre vicende. Da questo momento l’Internazionale della Camera del lavoro di Borgo delle Grazie comincia a differenziarsi dal fascismo. Il 23 ottobre 1920 compare un articolo nel quale fra l’altro si legge: « Si apre un periodo nuovo nella storia del movimento ope­raio d’Italia. Le forze eterogenee, le idee in contrasto e in con­traddizione si elidono a vicenda, si separano violentemente, si tra­sformano. Sotto l’incubatrice della reazione incomincia e si svi­luppa una crisi formidabile e di selezione. Sereni e imperturbabi­li assistiamo allo svolgersi di questa crisi che avrà contrac­colpi e soluzioni inaspettate. Sappiamo che la borghesia si ab­batterà spietatamente anche su di noi, ma sappiamo pure che le idee che abbiamo sempre sostenuto acquisteranno nuova luce e splendore di sacrificio sotto il ferro e il fuoco della reazione; mentre tutti gli organismi del proletariato si libereranno dalla immane scoria del politicantismo ciarlatano che li ha resi nume­ricamente pletorici e moralmente impotenti.

Fieri e orgogliosi della passione liberatoria che ha sempre inspirato i nostri atti contro tutte le tirannie comunque masche­rate combatteremo con tutte le nostre forze contro i tentativi del­la reazione; ne ricercheremo con attenta investigazione i recon­diti moventi per trascinare alla luce del sole i nemici del popolo, anche se vestiti di rosso, che oggi stanno complottando nell’om­bra e dietro le quinte ministeriali a danno delle minoranze sin­dacaliste; e dimostreremo ancora una volta che le fedi sincere e le volontà combattive traggono aumento e vittoria nelle situa­zioni più difficili e dolorose ».

Il 13 novembre lo stesso giornale più chiaramente scri­veva: « L’odio feroce del fascismo verso il Partito socialista, in pri­ma linea, e contro tutti coloro che sono oggi sul terreno rivolu­zionario lo spinge ad essere contro ogni movimento rinnovatore e conseguentemente per il mantenimento integrale di tutte le vecchie forme di governo che deliziano oggi l’Italia. La paura del comunismo e del massimalismo parolaio del p. s. l’ha reso cieco sino al punto di farlo diventare un difensore di quel Giovanni Giolitti, che è stato il più acerrimo nemico dell’in­terventismo, della guerra e quindi delle rivendicazioni della guerra stessa. Il fascismo non può essere cogli operai; gli atteg­giamenti assunti nelle lotte che il proletariato ha ultimamente impegnato sono altrettante dimostrazioni dell’impossibilità da parte dei fasci di aiutare i lavoratori. Perché non basta dire gli operai hanno ragione, per poter poi affermare di essere stati solidali con essi. Quando si riconosce la ragione si deve, logicamente, giustificare l’impiego di ogni mezzo per ottenere il riconosci­mento della ragione stessa. Non si può dire per esempio: i fer­rovieri hanno ragione e poi predicare il crumiraggio nello scio­pero dei ferrovieri ».

Non si deve credere che da questo momento tutti i ponti siano rotti tra il fascismo ed il sindacalismo. È per bocca dello Stefanini che il fascismo protesta sull’Interna­zionale contro queste prese di posizioni. Come è possibile che il sindacalismo dichiari guerra al fascismo, se il sindacalismo è stato interventista e se il fascismo è nato dal­l’interventismo? Era la realtà inesorabile che seguiva il suo corso. È la base operaia e contadina, sono gli organizzati della Camera del lavoro sindacalista, che s’avvedono che il fascismo non è che uno strumento della borghesia capitalistica. Ma tra i dirigenti, le aspre polemiche del passato, le deviazioni, i cedimenti, le rivalità e gli allettamenti, giocano un ruolo più forte di loro. Molti sono ormai al di là della barricata. L’Internazionale polemizza rabbiosamente contro i «tra­ditori» .

I sindacalisti che hanno aderito al fascismo costituisco­no per Mussolini la copertura a sinistra, parlano un linguag­gio conosciuto dalle classi operaie, e ci sono degli operai che ci credono ancora. Nella primavera del 1922 alla Camera del lavoro di Borgo delle Grazie si erano riuniti alcuni rappresentanti del Partito socialista e della Camera confederale del lavoro per discutere la possibilità di un’intesa di fronte alla nuova situazione. Lo stato maggiore della Camera del Lavoro era presente quasi al completo. Mancava solo Alceste De Ambris.

La discussione si protraeva senza risultati concreti. Ad un certo momento Savani che in quel momento era se­gretario della sezione socialista di Parma, pose il dilemma: « Se si dovesse creare una situazione nella quale foste co­stretti a scegliere, senza via d’uscita, tra fascista o socialisti, quale sarebbe la vostra scelta? ». La prima risposta la diede Guido Galbiati: «Piuttosto che i fascisti, i socialisti ». Silvio Cervi e Icino Bianchi si espressero nello stesso modo. Vittorio Picelli, il fratello di Guido, con un lungo discorso, rispose « ni ». Amilcare De Ambris, il fratello di Alceste, e Maia non ebbero tentennamenti: «Con i comunisti mai ». Alceste De Ambris, in quell’epoca venne aggredito a Genova da un gruppo di squadristi. Protestò aspramente nei confronti dello stesso Mussolini, che neppure gli ri­spose. Per il suo prestigio, avrebbe potuto essere il nu­mero due del regime fascista. Come vedremo in seguito pre­ferì la strada dell’emigrazione.

L’offensiva contro le Camere del lavoro rosse o bianche, contro le cooperative di qualsiasi colore, contro i sociali­sti, i sindacalisti e gli uomini o gruppi di altri partiti che dimostrano la benché minima avversione al fascismo, è in pieno sviluppo. Sul modo come si svolgeva questa « offensiva », valga la rievocazione dell’uccisione di Rossi Amleto fatta da De Micheli in Barricate a Parma: «Parma, 19 aprile 1921. Alcuni “cassonieri” ritornano a casa verso sera, dopo essere stati tutto il giorno a caricar ghiaia nel Taro. In una località detta dell’Osteriaccia sono fermati da una decina di fascisti che li affrontano con le pistole in pugno. I due “cassonieri” Amleto Rossi ed Emilio Borghini vengono trattenu­ti, mentre agli altri è imposto di allontanarsi. Il Rossi è accom­pagnato dal suo bambino, Gino di 10 anni. I fascisti li hanno scelti per impartire alla combattiva categoria dei” cassonieri” una lezione che serva ad intimidirli e ridurli all’obbedienza. Sono dieci uomini armati contro due operai inermi. Appena gli altri “cassonieri” sono usciti di vista, i fascisti, muniti di bastoni, si lanciano sui due lavoratori, mandano a terra il Borghini con un colpo alla testa e s’accaniscono sul Rossi. Il bambino, vedendo percuotere il padre, s’aggrappa alle gambe degli assalitori, pian­ge, supplica. Sotto i colpi selvaggi il Rossi cade sanguinante e non dà più segno di vita. Solo allora gli aggressori se ne van­no, lasciando il piccolo Gino a singhiozzare sul corpo immo­bile del padre disteso in mezzo alla strada ».

Fin qui il De Micheli. Ma non si può tacere il gesto compiuto allora dal Vescovo di Parma. Mons. Guido M. Conforti, stava rientrando in carrozza alla sua sede episcopale, quando scorse il corpo del disgra­ziato « cassoniere ». Angosciato di fronte al tragico spetta­colo, scese dalla carrozza, confortò con tenerezza paterna il bambino e, con l’aiuto del sacerdote che lo accompagna­va, caricò il morente e il piccolo Gino sulla vettura. In­tanto sopraggiungeva un’automobile. Il Vescovo fece cenno a coloro che la pilotavano, di fermarsi, e li invitò a pren­dersi cura dell’altro ferito, il Borghini, meno grave. Poi sa­lito in carrozza, raggiunse l’Ospedale Maggiore, dove si trattenne fino a quando il povero Rossi, che aveva il cranio spaccato, non ebbe esalato l’ultimo respiro.

Sul modo come si celebravano allora i processi valga quanto scrive l’Internazionale del 10 aprile 1922 col titolo: « Amleto Rossi ucciso per la seconda volta. I liberi giurati di Parma non credono alle confessioni degli imputati: … Avv. Baracchini: L’imputato conosce i “cassonieri”? Ha mai avuto rapporti con essi?

            Imputato: No.

Avv. Baracchini: Come pensa allora che quelli erano sociali­sti. Si sappia che quei “cassonieri” non furono mai socialisti. Fra di loro vi erano soldati valorosi. Il Niccolini fu aiutante di bat­taglia per merito di guerra. L’imputato ha fatto la guerra?

            Imputato: No. .

… A questo punto il pubblico rumoreggia e il presidente ordina lo sgombero della sala. Intanto uno che crediamo un poliziotto indica ai carabinieri un giovanotto come uno dei disturbatori. Esso viene preso e sollevato di peso sopra la rin­ghiera e a pugni viene condotto verso la porta della camera di sicurezza. Il violento carabiniere è lo stesso che anche altri col­leghi della stampa udirono dire nella prima giornata del proces­so: “Han fatto bene ad ammazzarlo, dovrebbero ammazzarne mille di quei mascalzoni”. Intervengono il procuratore e gli av­vocati Cocconi e Pangrazi che impediscono ai carabinieri ulte­riori violenze ».

Il 24 dicembre 1920, dopo i dolorosi fatti di Bologna, l’Internazionale scriveva: « Bologna, la città più rossa d’Italia, capoluogo di una pro­vincia in cui novanta per cento dei suoi abitanti era ritenuto socialista e dove fino a due mesi fa, questi hanno spadroneg­giato al punto di ritenere un insulto – tale da giustificare lo sciopero generale – la sola esposizione di una bandiera tricolore; Bologna oggi, a così breve distanza di tempo è passata nelle mani del fascismo che comanda indisturbato. Nicolai ba­stonato, Bentini rincorso e urlato dalla folla, Misiano sputac­chiato e fischiato, Zanardi sequestrato; ecco le ultime gesta dei fascisti nella rossa capitale dell’Emilia. E per ultimo – chi avreb­be osato pronosticarlo – una grande commemorazione al Co­munale, oratore Federzoni.

A questo punto vien fatto di domandarsi: Che razza di so­cialisti rivoluzionari erano quelli di Bologna? La verità è un’al­tra. È che le masse bolognesi, come in fondo tutte le masse d’Italia, sono quelle che sono: quelle cioè che l’educazione e la propaganda dei suoi capi ha create. Il socialismo con i suoi 150 deputati e coi suoi 2500 comuni è oggi schiavo del fasci­smo, piccola minoranza, ma che ha saputo colpirlo nel suo punto debole ». Chi scrive era presente alla grande manifestazione di Bologna. Si doveva insediare il nuovo Consiglio comunale. La piazza, dai portici dell’Indipendenza e quelli del Pavaglione, era gremita di popolo. Molte migliaia di persone. Era appena comparso il primo oratore sul piccolo balcone di Palazzo d’Accursio, quando si sentirono alcuni spari di arma da fuoco dall’imbocco di via dell’Indipendenza. Risposero spari dall’imbocco di via Farini. S’erano dati convegno a Bologna, con lo stile che divenne poi abituale per le spedi­zioni punitive, due o trecento squadristi ex arditi di guerra o di Fiume, da varie città dell’Emilia e dell’Italia setten­trionale.

Sfondare a Bologna significava avere via libera nell’Emilia rossa. L’immensa folla presa dal panico si diede a fug­gire in tutte le direzioni. Qualcuno aveva lasciato sulla piaz­za anche il cappello. Gli arditi, sui camions fecero alcune evoluzioni nella piazza e poi se ne andarono cantando. Anche a Parma vi erano nel Partito socialista tre ten­denze, la massimalista, esponente della quale era Antonio Valeri, la riformista rappresentata dall’avv. Gustavo Ghidini e dall’on.le Guido Albertelli, quella centrista, i cui esponenti maggiori erano il prof. Ferdinando Bernini, l’ing. Giacomo Ferrari e l’avv. Paolo Venturini.

Ma anche questa era ed è una distinzione di comodo. In realtà tutti dicevano di essere rivoluzionari, e tutti solo a parole. A Parma di caratteristico c’era la componente sindaca­lista che rendeva più ingarbugliato il problema. Il primo dopoguerra in Italia, il biennio rosso, è un pe­riodo che è stato analizzato e studiato forse più di tutti gli altri dell’età contemporanea. A noi sarà sufficiente accennare. La critica che si è mossa al massimalismo consisteva in primo luogo nel diva­rio tra una predicazione scarlatta e la inazione pratica, tra il culto dell’intransigenza e l’attesa parassitaria di una palingenesi sociale, che sarebbe venuta da sé, col fatale andare delle cose, ed era frutto del determinismo che nutri­va la concezione marxista di quasi tutti i socialisti italiani.

Non era stata elaborata una politica di alleanza di classe del proletariato col mondo contadino e con gli ex combat­tenti; non vi era una strategia sugli obiettivi transitori e le fasi intermedie. C’era in molti quasi il compiacimento per il «tanto peggio tanto meglio », ignorando l’insegnamen­to di Lenin, secondo cui ci sono sempre due soluzioni di una crisi sociale e se non si trova quella che procede sul­la strada di uno sviluppo democratico e rivoluzionario, la borghesia ne adotta essa un’altra, elabora nuovi strumenti, abbandonando anche il suo stesso terreno tradizionale di democrazia parlamentare. Per quanto concerne la corrente riformista, si è già ac­cennato che nel 1919-20, meno qualche eccezione, anche i riformisti subirono la suggestione «rivoluzionaria ». Per­sino Lodovico D’Aragona, una delle figure più in vista del riformismo, diceva per le piazze che sarebbe stato difficile « evitare» la rivoluzione. Il riformismo, ancorato ai sacri principi, guardava indietro piuttosto che avanti.

Si sono riportati in appendice i punti salienti dell’in­tervento di Filippo Turati, la figura di maggior prestigio del Partito socialista, al congresso di Bologna del 7 ottobre 1919. Tra il fascismo ed il socialismo vi è sempre stato sin dall’origine una netta antitesi, persino nel modo di espri­mersi, e nella ragione d’essere di entrambi, rappresentan­do il socialismo il divenire della classe lavoratrice e il fa­scismo un tentativo di difesa delle classi capitaliste. Invece tra il fascismo e il sindacalismo rivoluzionario c’erano stati, almeno all’origine, dei punti in comune. Ambedue avevano fatto loro il mito della violenza. II sindacalismo era stato interventista, e la causa dell’interventismo era stata fatta propria dal fascismo. I due movimenti, avevano inoltre in comune la freseologia delle adunate.

Come si è già detto, man mano il movimento fascista divenne strumento aperto dei gruppi borghesi, una gran parte delle masse operaie artigiane e contadine che avevano creduto nel sindacalismo rivoluzionario e negli effetti benefici della guerra si staccarono dal gruppo dirigente. Lo stesso gruppo dirigente del sindacalismo rivoluzionario subì profonde incrinature. Alceste De Ambris ruppe clamorosa­mente con il regime fascista. Qualche altro si estraniò, emi­grò oppure ingrossò le file dei perseguitati. Edmondo Ros­soni, Michele Bianchi, Mario Racheli, Amilcare De Ambris, Maia ed altri ancora divennero gerarchi del fascismo.

I socialisti di tutte le tendenze invece, che non ripara­rono all’estero, furono costretti a passare sotto le forche caudine del fascismo. Una parte dei socialisti aderì al Par­tito comunista. Nel Partito comunista confluì pure parte dei sindacalisti rivoluzionari. II Partito comunista a Parma fece pertanto proprie le esperienze del socialismo e del sin­dacalismo rivoluzionario. Prima di tradursi in adesione al nuovo partito politico, il nuovo orientamento popolare si espresse nella opposizione armata unitaria al fascismo, che costituisce vanto e gloria per la nostra città.

Gli arditi del popolo: Guido Picelli

Riferisce De Micheli nell’opera citata:

« Il grido “viva gli arditi del popolo” echeggiò per la prima volta a Parma, in Borgo del Naviglio, la notte del 19 aprile del 1921. Fu il giovane Italo Strina durante un attacco fascista, nel quale trovò la morte. In quel grido si esprimeva la volontà po­polare di dar vita ad una organizzazione che permettesse di lottare più efficacemente in difesa della libertà. Quella notte d’aprile vide il primo duro scontro di strada in Parma fra popo­lani e fascisti: uno scontro che continuò per oltre quattro ore ». Fu come la prova generale di quel che poi accadde in grande nell’agosto 1922. I fascisti tentarono di entrare in Borgo del Naviglio ma non vi riuscirono. La sparatoria del­l’una e dell’altra parte non aveva termine. Ad un certo momento sopravvennero carabinieri e guar­die regie, ma neppure con l’ausilio della forza pubblica gli squadristi entrarono in Borgo del Naviglio, tant’è che alla fine i fascisti dovettero andarsene. Sopravvennero poi due autoblinde. I fanali di una di esse illuminarono il corpo inanimato di Italo Strina che giaceva in mezzo alla strada. Il fuoco cessò ma dall’interno delle case si sentiva il canto di bandiera rossa.

Da questo momento: «La lotta tra fascisti e sovversivi divenne violentissima ». È il cronista del fascismo Stefanini che scrive queste parole, in Fiamme di riscossa e Aurore di Impero, e prosegue: « L’Oltretorrente e i rioni popolari di Parma nuova furono resi inaccessibili ai fascisti e loro simpatizzanti. I pochi camerati che vi abitavano furono costretti o ad appartarsi dal movimento o a cambiar … aria … La diuturna campagna sobillatrice a base di infami calunnie, svolta da agitatori e da giornalisti sovversivi o pseudo-patrioti, con sottile perfidia, con malafede più unica che rara e con una abilità addirittura infernale, era riuscita ad inculcare nel nostro popolo un odio feroce contro il fascismo ». .Non solo a Parma gli scontri a fuoco erano quasi quo­tidiani, ma anche in provincia i fascisti si concentravano nell’uno o nell’altro paese, per terrorizzare la popolazione.

Nel maggio 1921 una squadraccia di Parma che stava tornando da Bedonia, si fermò per alcuni minuti nella piaz­za di Berceto, e all’improvviso senza neppure la parvenza di una provocazione, scaricò le armi, colpendo a morte una povera donna ignara. A proposito di una di queste spedizioni a Busseto, il cro­nista fascista ci tiene a precisare: « Questa spedizione fu resa possibile per l’appoggio offertaci dal comm. Giuseppe Muggia, che mise a disposizione un tram spe­ciale. Il Muggia favorì il fascismo in qualsiasi momento, anche nei più torbidi, procurandogli con le sue aderenze, numerosi ed ottimi elementi ».

Il Muggia era ebreo, ed antisocialista e non poteva pre­vedere come si sarebbero comportati venti anni dopo i fa­scisti contro gli ebrei. Era molto ricco e vedeva nel fasci­smo la salvaguardia delle sue ricchezze. Il 23 luglio 1921 l’Internazionale in prima pagina pub­blicò un articolo: « Gli arditi del popolo: È avvenuto quel che doveva fatal­mente avvenire. La reazione fascista – giunta grado a grado fino alla delinquenza quotidiana feroce e bestiale – ha suscitato la resistenza armata e disciplinata nell’inquadramento militare. Alle bande fasciste si oppongono – con una organica e tattica analo­ghe – le bande proletarie, rinforzate da quanti, anche non pro­letari, sentono l’onta della nuova brigantesca dominazione che si tenta d’imporre all’Italia. Poiché lo Stato abdicava ad ogni funzione di equilibrio, abbandonando alla fazione più forte l’eser­cizio del potere repressivo esercitato senza freno, senza limite e senza responsabilità, era logico che – passato il primo sgomento, sorgesse fra i cittadini colpiti dalla sistematica violenza di una tirannia incontrollata la volontà di provvedere alla propria difesa con i mezzi stessi usati per l’offesa ».

Organizzatore e capo degli arditi del popolo è Guido Picelli. È un giovane estremamente coraggioso. Prima della guerra aveva lavorato in un laboratorio di orologeria. Du­rante la guerra si era acquistata la promozione ad ufficiale. Esercita un fascino particolare sulle masse popolari. Nel 1920 si era iscritto al Partito socialista. Non è certo un uomo di grande cultura. Però ha idee chiare. Se lo Stato non era più in grado di provvedere alla difesa delle libertà dei cittadini, il popolo doveva creare una milizia armata. in grado di rispondere alla violenza dei fascisti con i loro me­todi ed anzi con ancor maggiore decisione. Gli arditi del popolo non devono essere emanazione di un partito, devono avere un’organizzazione di tipo militare.

Nel 1921 era stato eletto deputato nelle liste del Par­tito socialista. Nel 1923 si iscrisse al Partito comunista. Venne rieletto deputato nel 1924 nella lista del Partito co­munista. Anche dopo l’avvento al potere del fascismo non si diede mai per vinto per quanto sia stato più volte arre­stato, percosso e ingiuriato. Aveva uno spirito d’acciaio. Il I0 marzo 1925 issò sul pennone del balcone di Montecitorio una bandiera rossa. Per l’ennesima volta venne arrestato e mandato al confino, a Lampedusa poi a Lipari. Nel 1932 raggiunse la Francia e dalla Francia l’Unione Sovietica dove lavorò come meccanico in una fabbrica. Nel 1936 lascia Mosca per Barcellona. Il suo posto è a fianco degli spiriti liberi di tutto il mon­do che combattono in Spagna contro Franco, Hitler e Mussolini, in difesa della « Repubblica democratica spagnola ». Dopo una breve permanenza ad Albacete, centro di raccolta delle brigate internazionali, il 15 dicembre 1936 è in linea al comando di una compagnia in difesa di Madrid. Il 5 gen­naio 1937 cade sull’altura di El Matoral. La salma fu tra­sportata a Barcellona dove ebbe sepoltura con una manife­stazione popolare imponente.

Le cinque giornate dell’agosto 1922

Verso la fine di luglio 1922 in provincia di Ravenna i fascisti avevano ucciso dieci lavoratori ferendo ne altri 47. Negli stessi giorni altri eccidi e deva stazioni avevano avuto luogo nel novarese, a Magenta ed a Casalpusterlengo. Il 31 luglio l’Alleanza del lavoro, alla quale avevano aderito dal marzo 1922 le varie organizzazioni sindacali, proclamò lo sciopero generale in tutto il Paese. Lo sciopero si protrasse per due settimane. Ad un certo momento l’Alleanza del lavoro revocò l’or­dine di sciopero, ma a Parma lo scioperò continuò e di­venne ancor più generale. I lavoratori di Parma si resero conto che quella era l’ultima partita.

I fascisti tentarono allora il grande colpo contro Parma. Balbo scrisse poi a pag. 167 del suo diario: « Tra le situazioni sospese a cui bisognava provvedere c’era quella di Parma. Era l’ultima roccaforte in mano delle forze antinazionali. Rappresenta luogo di rifugio e un aiuto morale per il sovversivismo italiano ».

La direzione del Partito fascista costituì un comitato se­greto per l’occupazione della città. Contemporaneamente a Parma si costituì un direttorio degli arditi del popolo, presieduto da Guido Picelli. Nella notte tra il 31 luglio ed il 10 agosto cominciarono ad arrivare a Parma autocarri di fascisti da ogni parte della Valle Padana. Balbo nel suo diario dice che i fascisti erano diecimila; il Resto del Carlino di quei tempi riferisce invece che era­no ventimila. Si trattava comunque dell’azione maggiore che il fascismo avesse tentato.

Il questore la mattina del l° agosto convocò gli espo­nenti cittadini e fece presente l’opportunità che i lavoratori, in ispecie dell’Oltretorrente, lasciassero la città per evitare conflitti e devastazioni. Il suggerimento del questore non fu accolto. Nella notte fra il 2 e il 3 agosto si riunì il direttorio degli arditi del popolo, per le opportune disposizioni. Al­l’alba la parola d’ordine era: «Alle barricate, alle armi ». Doveva essere difeso l’Oltretorrente, e al di qua del Parma, la zona di Borgo del Naviglio. Tutti si misero all’opera per costruire barricate nei vari punti d’accesso con ogni mezzo, anche coi banchi delle chiese. Ogni barricata era presidiata da un reparto armato. Il poeta Renzo Pezzani che sull’In­ternazionale aveva condotto una forte campagna contro il fascismo, si era rimesso la sua divisa da tenente ed era in linea. Tutti lavoravano alacremente, comprese le donne. L’or­dine era: «Resistere ad ogni costo in ogni strada ed in ogni casa» .

I fascisti arrivarono a Parma cantando i loro inni e con i loro simboli di morte. Una delle prime cose che fecero fu quella di porre una grossa taglia ai negozianti e alle banche, e nelle zone non presidiate dal popolo, le solite distruzioni degli studi dei professionisti antifascisti, e della sede del Partito popolare, « covo degli arditi bianchi ». La mattina del 4 giunse a Parma Balbo per comandare le operazioni. Sui ponti del Parma stazionavano dei reparti dell’eserci­to. Ad un determinato momento vi fu un convegno in Pre­fettura e si telefonò a Mussolini.

Scrive Balbo: « Per la prima volta il fascismo si trovava di fronte ad un ne­mico agguerrito ed organizzato, armato ed equipaggiato, deciso a resistere ad oltranza». Vane furono le proteste di Balbo nei confronti del pre­fetto e delle autorità militari per lo « sconcio connubio fra l’esercito e i bolscevichi ». Le ore passavano gravide di terrore. Ad un certo mo­mento Balbo lanciò il fati dico grido: «Alle armi, fascisti! Abituati a tagliare i nodi gordiani con la spada, sapremo fare uso della forza ».

Le colonne serrate avanzavano contro le barricate, ma di fronte al fuoco, sempre a colonne serrate si ritiravano. C’è stato un momento, nella giornata del 4 agosto, che Borgo del Naviglio, più vulnerabile, era in pericolo. Non avevano più munizioni. Il comando di settore fece pervenire a Picelli da una donna che si era nascosto il foglietto tra i capelli questa comunicazione: «Il portaordini Gino Gazzola è stato colpito. Abbiamo bisogno di munizioni. Diversa­mente nella notte saremo costretti a ripiegare nell’Oltretorrente. Attendiamo disposizioni ».

La stessa donna portò la risposta: «L’ordine è di re­sistere e morire sul posto. Voi ne siete capaci. Troveremo modo di farvi pervenire munizioni e viveri al più presto. Per il comando della difesa operaia di Parma: Picelli ». Stava per finire la notte quando arrivarono rinforzi e munizioni, e arrivò anche Picelli, mentre dalle barricate si sparava. Neppure Borgo del Naviglio fu espugnato. Dice sempre Balbo nel suo diario:

« Si sono svolte stasera sotto il mio personale comando azioni violente. Ci siamo spinti a fondo nei quartieri inespugnati. Si va all’assalto nelle trincee sovversive con i sistemi di guerra. Molti morti e molti feriti. Non sappiamo le perdite esatte. I sov­versivi ritirano i loro colpiti all’interno dei quartieri di cui sono ancora in possesso. Qualcuno continua a spingersi nel cen­tro. Questa sera si è sparato anche in Piazza Garibaldi. Un gio­vane in camicia nera è giunto sino presso l’albergo dove ha sede il comando e ha lanciato una bomba a mano. Inseguito a re­volverate da tutti i presenti si è difeso indietreggiando di corsa e sparando. Quantunque ferito è riuscito a scavalcare la barri­cata e a ritornare con i suoi. Lunghe colonne di autocarri di fascisti continuano a fluire ».

Lo stesso giorno Balbo in testa ad una colonna di fa­scisti si avvicina al reparto dei militari che presidiavano il ponte di Mezzo dicendo: «Vogliamo passare ». Il maggiore comandante risponde: «Ho l’ordine di non lasciarvi passare ». Proteste di Balbo, che ritorna sui suoi passi. I soldati avevano puntate le armi.

Finalmente nella notte tra il 5 e il 6 agosto, dopo riunioni spasmodiche il generale Lodomez che comandava il pre­sidio comunica a Balbo che l’autorità aveva deciso di assu­mere i poteri della città. Nell’Oltretorrente il popolo grida «Viva l’esercito ». Le donne abbracciano i fanti. In una piazza dell’Oltretorrente viene scodellata una polenta di 15 chili ed i soldati sono invitati al desco. Alle due di notte Balbo ordina che spariscano tutte le armi e che alle ore 12 i fascisti partano da Parma.

Le orde fasciste nel viaggio di ritorno sfogarono la loro rabbia distruggendo sistematicamente tutte le cooperative ancora superstiti nei paesi della bassa parmense seminando ovunque lutti e rovine. Il settimanale fascista la Fiamma usciva subito dopo scrivendo: « Ieri, non per vigliaccheria, ma per quel sentimento altamen­te umanitario che ci differenzia dagli avversari, non volemmo in­crociare le armi contro il glorioso esercito e contro le donne e bambini, ma se domani verremo trascinati nuovamente nella lotta sapremo far tacere ogni sentimento di pietà e cinquemila camicie nere, in pieno assetto di guerra liquideranno per sempre ed in modo radicale la questione dell’Oltretorrente e del Naviglio ».

Pareva una spacconata. La realtà è che la sconfitta dei fascisti a Parma era bruciante. Sempre nel diario di Balbo si legge la lettera che lo stesso Balbo scrisse a Mussolini il 9 ottobre 1922 dall’allora Borgo S. Donnino: « Carissimo Mussolini, come ti diranno Ponzi e Farinacci, il convegno di stasera ha stabilito le modalità tattiche dell’azione di Parma. Per i borghi Naviglio e Valorio gli obiettivi non sono ancora stati precisati dagli amici parmensi; per l’Oltretorrente il piano è il seguente: all’alba del giorno fissato occupazione si­multanea dei tre ponti Umberto, Caprazucca e di Mezzo, delle Barriere Nino Bixio e D’Azeglio, della clinica e dei Giardini, in modo che il quartiere sia completamente circondato. Ad occupa­zione avvenuta si concederà una tregua per l’esodo dei bimbi, vecchi e donne ed estranei, e si inizierà poscia la battaglia che terminerà con l’epurazione di Parma vecchia e con alte fiamme che saliranno al cielo.

Alla truppa che eventualmente intervenisse, i fascisti rispon­deranno come la truppa ha risposto ai fascisti nell’agosto. Per quello che riguarda la preparazione morale, tutti sono concordi di chiederti almeno un’abile corrispondenza da Parma da pub­blicarsi sul Popolo e da far riprodurre dal Carlino, Giornale d’Italia Giornale di Roma, corrispondenza che impressioni l’opinione pubblica per quanto si è commesso e si commette contro di noi. Anche ieri è stato ferito a morte uno dei no­stri; fascisti delle altre città vengono regolarmente bastonati, la situazione è pressoché insostenibile. La giornata fissata per l’inizio sarebbe sabato (notte dal venerdì al sabato) ti va? I mi­lanesi parteciperanno anch’essi all’azione con i fascisti scelti di Piacenza, Cremona, Mantova, Reggio, Bologna, Modena, Ferrara . Per riserva farò muovere anche Carrara. Vedrai che l’azio­ne riuscirà.

Io rimango qua a coordinare i piani e a preparare ogni par­ticolare. Con tanti cordiali saluti, tuo Italo Balbo ». Fra i caduti delle 5 giornate di Parma, Gino Gazzola, un ragazzo di 14 anni, che nella zona di Borgo del Naviglio, sopra un torrione, faceva la vedetta, ed il consigliere comu­nale del Partito popolare Ulisse Corazza, colpito nel pome­riggio del 4 agosto 1922, mentre tentava di raggiungere l’edificio delle « Scuole Nuove », oggi sede del liceo classico « G. D. Romagnosi ». A pago 53 pubblichiamo l’elenco delle persone che fu­rono uccise dai fascisti nei vari conflitti: sono 41, dei quali 20 uccisi nel 1921 e 13 nel 1922. Nel 1923 e 1924 saranno uccisi altri 8 operai.

A questi vanno aggiunti Enrico Griffith morto al con­fino, e due feriti gravemente che decedettero successiva­mente in conseguenza delle lesioni subite. Nello stesso periodo caddero 11 fascisti. Questo tragico bilancio di sangue è di per sé fin trop­po eloquente e doloroso.

Sede Comando  Unico

Avatar di Sconosciuto

Autore: 4345Resistenza in Valtaro Val Ceno

Libri giornali interviste canti foto della Resistenza in Valtaro Val Ceno ANPI ALPI APC

Lascia un commento